Forse è giunto il momento

albyom
Viviamo sulla terra. Non abbiamo altro, ma incredibilmente la stiamo distruggendo.

Quando l’uomo viveva molto più vicino alla natura, pur non disponendo di cognizioni scientifiche sui complessi fenomeni ad essa legati, aveva compreso attraverso tanti millenni una cosa fondamentale: la sua esistenza e le condizioni di vita erano possibili solo rispettando le misteriose leggi che regolano il continuo divenire dell’ambiente inteso nel senso più lato.

Aveva compreso che coltivando la terra a lungo andare sarebbe diminuito il potere nutritivo per le piante, ma aveva anche scoperto che bastava fare delle rotazioni delle colture e spargere del concime naturale per ripristinare gli equilibri degli elementi mineralogici ed organici dei terreni.

L’uomo aveva trovato il sistema di catturare gli esseri viventi nelle acque, ma non disponendo di mezzi per la loro conservazione si limitava a pescare lo stretto necessario per il suo nutrimento e, cosa più importante, aveva capito che, per non compromettere l’equilibrio della riproduzione, bisognava evitare la pesca indiscriminata durante i periodi destinati alla riproduzione e limitarsi nelle altre epoche a catturare gli individui più adulti.

L’uomo per tanti millenni, affascinato dalla capacità di librarsi nell’aria di tanti esseri viventi e sognando di poterli un giorno imitare, aveva intuito che anche loro, facendo parte della natura, ubbidivano alle leggi fondamentali che regolano l’equilibrio tra tante specie, ognuna delle quali assolve un ruolo ben definito, limitandosi alla loro caccia solo a scopo di nutrimento.

Forte di questa convinzione non aveva mai messo in essere fino ai tempi moderni alcun mezzo per distruggere indiscriminatamente la fauna e la flora.

Per l’uomo primitivo la caccia e la pesca erano gli unici mezzi per nutrirsi, ma lo faceva nel rispetto delle regole che si era dato, senza perturbare l’equilibrio della natura.

E’ l’uomo moderno che, con non poca ipocrisia, ha trasformato in sport la caccia e, con non poca incoscienza, esercita la pesca a tutto campo.

Così anche nell’agricoltura l’uomo ha abbandonato il sistema di coltivazione tramandato per secoli, dedicandosi alle colture intensive, facilitato in ciò dalla scoperta dei concimi di sintesi.

E’ vero che anche eminenti agronomi sono convinti che lo sfruttamento del terreno per tanti secoli e la selezione naturale delle piante, associata alla resistenza a determinate fitopatie, rendono ormai indispensabile l’uso dei prodotti chimici, ma a condizione che questi siano impiegati in maniera oculata.

E così l’uomo per tanti millenni, pur non sapendo quali fossero i misteriosi strumenti che la natura utilizza per mantenere nel suo continuo divenire questo stupendo mondo vivente, aveva intuito che anche lui faceva parte del sistema e che quindi anche lui doveva assecondare la natura stessa, senza avversarla, perché tutti gli esseri viventi compreso lui hanno avuto origine e si sono evoluti in un contesto di regole.

Gli uomini per millenni hanno creduto all’esistenza di forze misteriose, quasi divine, intenti a regolare non solo i cicli riproduttivi del regno vegetale ed animale, ma anche i grandi eventi fisici come temporali, alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche e tutti gli altri fenomeni naturali.

Non potendo individuarne le cause, preferirono considerare gli eventi calamitosi piuttosto una punizione delle divinità per colpe commesse dagli uomini: Mai attribuirono tali calamità ad imperfezioni della natura.
Fino a pochi decenni fa’, molto più spesso che non ora, si usava l’espressione "Madre Terra", quasi a sottolineare la devozione filiale degli uomini verso la natura. Tanti di noi ricordano la sacralità che si aveva verso i prodotti della terra (ci veniva insegnato che bisognava baciare il pane se involontariamente lo facevamo cadere), in quanto erano il frutto della generosità del suolo e di grandi fatiche dell’uomo.

E l’uomo moderno quali sentimenti nutre verso la Terra? Sono sentimenti piuttosto verso una "Matrigna" in quanto nelle regole della natura gli uomini vedono solo dei limiti ai propri egoismi, preferendo distruggere coscientemente ciò che la natura ha creato per millenni, pur sapendo che le future generazioni erediteranno condizioni di vita invivibili.

Non poca è la responsabilità dei media e di chi dovrebbe far rispettare le leggi, forse perché non sanno o non vogliono distinguere gli eventi naturali da quelli provocati dall’incuria e dalla scriteriata gestione del territorio da parte dell’uomo, quasi creando un alibi alle scellerate azioni dell’umanità contrabbandando i nefasti eventi come imponderabili e imprevedibili effetti della natura.
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