ECONOMIA & SOCIETA' | October 18, 2011 | 0 comments

È necessaria una visione del futuro

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Sabato 15 ottobre, in tutto il mondo, non solo occidentale, dall’Europa al Sud-est asiatico, dagli USA all' America Latina, in 82 paesi ed oltre 950 città, ci sono state imponenti manifestazioni di protesta degli “indignati”, rivolte contro le nefaste conseguenze del tracotante potere finanziario che è all’origine della crisi economica mondiale, nonché contro l’insensibilità, l’impotenza (che spesso diventa connivenza e sfocia nella corruzione) della politica.
Le manifestazioni sono state ovunque pacifiche, compreso Atene (smentendo la sua recente fama violenta), mentre unicamente a Roma, un gruppo preorganizzato ed infiltrato di delinquenti incappucciati, peraltro isolati e condannati dalle altre migliaia di manifestanti, ha messo a ferro e fuoco la città, con l’unico risultato di oscurare la grande partecipazione civile e pacifica e le sue motivazioni (fra l’altro riconosciute giuste e condivisibili anche dal prossimo presidente della BCE, Mario Draghi, oltre che da Timothy Geithner, Segretario al Tesoro degli USA).
Il movimento degli “indignatos” è iniziato in Spagna (penso ispirati dal bellissimo libretto – Indignatevi – del 94enne Stefan Hessel, che è stato tra gli estensori materiali della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”); ora sono dilagati in tutto il mondo, compreso gli Stati Uniti, dove hanno investito non solo il tempio della finanza mondiale – Wall Street (perciò sono chiamati “Occupy Wall Street”), ma si sono estese anche in quasi tutti gli stati americani, compresi quelli a radicata tradizione repubblicana, forse raccogliendo il seguito di Stefan Hessel, quando nel suo secondo libro – Impegnatevi – esorta i giovani ad una «INSURREZIONE PACIFICA» per immaginare il proprio futuro e lottare per riuscire a costruirlo, invitandoli ad «intraprendere un’azione», perché l’indignazione, da sola, non basta.
La sensazione è che (finalmente) siamo in presenza di un movimento di opinione pubblica mondiale (composto soprattutto da giovani) che presenta i primi germi di costruzione di una cultura alternativa al dominio del “dio denaro” del neo-liberismo deregolato e dirompente, che tanti guasti ha generato e di cui ne paghiamo ancora le conseguenze disastrose che si sono scaricate sul lavoro e sui redditi fissi, sottintendendo anche una richiesta alla “politica” di non abdicare a vantaggio dell’avidità del sistema finanziario, ma di ri-assumere la propria funzione di governance in nome del bene comune, dell’interesse collettivo, non a favore di pochi ricchi e potenti.
Una richiesta di “politica” soprattutto europea, resa ancor più pressante dagli ultimi assalti del capitalismo finanziario rivolto prima ai Paesi PIGS (in particolare verso la Grecia) e da quest’estate anche verso l’Italia (forse con l’obiettivo recondito di abbattere l’Euro). Ma l’intero deficit dei Paesi dell’area euro è inferiore di 4 punti rispetto al deficit degli USA; eppure nessuna Banca d’investimento o SIM o Fondo speculativo si sognerebbe di attaccare gli USA oppure di mettere sotto pressione la California (il cui deficit è addirittura superiore a quello della vituperata Grecia). Come mai? Il motivo, semplicemente, risiede nell’inesistenza dell’Europa come “insieme”, come entità politica, quindi per la speculazione finanziaria è più facile attaccare i singoli Paesi europei ad uno ad uno, secondo la sempre attuale logica imperiale del “divide et impera”, per continuare imperterrita nel dominio mondiale. È del tutto evidente che sarebbe necessaria quantomeno una “governance europea” dell’economia e della finanza che imponga regole ed istituisca organi di controllo del mercato in funzione degli interessi collettivi e comunitari più che rivolti al profitto, innescando l’auspicata inversione di tendenza verso un’ “Europa politica”, dove prevalgano le priorità sociali ed economiche sugli aspetti monetari. Al momento questa rimane più una speranza che una realizzazione a breve.
Ma il punto è come dare una risposta di buona politica alle richieste degli indignati, evitando che scivolino nell’alimentare la protesta rassegnata o sterile (astensione al 30%, “grillini”, etc.), o che sprofondino nel “populismo antipartitico” (ben descritto da Nadia Urbinati nell’articolo “il pericolo del doppio populismo” pubblicato sul sito di AReS), oppure, peggio ancora, che si possano tradurre in deprecabili fenomeni violenti e controproducenti, con sommo gaudio delle destre (vedi la “Padania”, “Libero”, il “Giornale”), le quali non aspettano altro che l’occasione per scatenare una dura reazione (magari accumunando artatamente i manifestanti con i violenti, per zittire qualsiasi dissenso), ottenendo nel contempo, il risultato di depistare l’attenzione e soprattutto sminuirne le RAGIONI, evitandone quindi la loro diffusione pubblica.
Per questo ritengo assolutamente prioritario ed urgente, quale pre-condizione per poter vincere contro lo strapotere finanziario, poter offrire a questi movimenti ed alle giovani generazioni una “bussola”, un progetto ideale, che raccolga la prorompente richiesta di equità, solidarietà, giustizia sociale e prospettive di futuro, emersa da queste imponenti manifestazioni, tanto più necessaria in relazione alle pressioni dei mercati finanziari sullo spread ed indispensabile al fine di evitare che il messaggio degli indignati si spenga come un fuoco di paglia, lasciando campo libero al dominio del capitalismo finanziario, ai privilegi delle cricche e delle caste, alle impunità di evasori e corruttori, al sistema clientelare delle appartenenze familiar/corporative che annienta il merito ed abbandona chi ha bisogno, probabilmente ancora per molti anni.
L’Associazione AReS ha già dichiarato di raccogliere questa domanda per una politica migliore, per una imprenditoria, per un sindacato, per una società civile migliori e responsabili.
Ciò è reso ancora più impellente dalla carenza di proposte di prospettiva da parte di chi ne dovrebbe essere deputato: una maggioranza di governo preoccupata soltanto di salvaguardare il proprio capo e di conservare il consenso del blocco sociale di riferimento; le opposizioni che invece di apparire concentrate solo in discussioni sulle alleanze, combinazioni tra partiti, leadership, assetti interni, narrazioni immaginose ma prive di contenuti, etc., devono privilegiare e comunicare la costruzione di una proposta su “COSA FARE PER L’ITALIA”, lasciando come conseguenza la questione delle formule, che altrimenti rischia di sembrare una scatola vuota, implicitamente dando spazio all’idea sbagliata e malsana che sono tutti ugualmente responsabili.
AReS, anche a seguito dei 3 Convegni già realizzati sulla “Sostenibilità finanziaria dei sistemi di welfare”, sul “Riformismo politico e sociale”, sulla “Governance equo-solidale dell’economia” (editi nel prossimo numero della rivista ReS), farà una proposta di “visione del futuro” (cercando di coinvolgere tutti coloro che siano disponibili – associazioni, singoli, etc., comunque “cervelli liberi”) per ri-costruire un Paese equo e solidale fondato su una nuova economia sociale di mercato (quale crocevia delle diverse culture sociali del secolo scorso: cattolica, socialista, liberal-democratica) che riduca le diseguaglianze e dia una prospettiva credibile alle giovani generazioni.
Ovviamente una proposta “aperta”, ma comunque una proposta da diffondere anche utilizzando gli strumenti della rete (che sono non controllabili od oscurabili), per tentare di orientare il dibattito politico e sociale e finalizzarne le scelte conseguenti, che sia imperniata sulla riduzione delle diseguaglianze socio-economiche (l’IMPOVERIMENTO DEI REDDITI DA LAVORO E DA PENSIONE, la RAREFAZIONE DI OPPORTUNITÀ DI LAVORO STABILE, soprattutto per i giovani, le donne ed al Sud, etc.), che rappresentano un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, al fine di riuscire ad evolvere “dal DECLINO allo SVILUPPO EQUO e SOLIDALE”.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen.AReS)
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