ECONOMIA & SOCIETA' | January 23, 2012 | 0 comments

L’attacco all’Euro è “POLITICO”

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Il declassamento di mezza Europa da parte di Standard&Poor’s, tra cui la Francia che perde la tripla A e l’Italia retrocessa a BBB+, il preannunciato declassamento anche dalle altre 2 agenzie di rating Moody’s e Fitch, fanno emergere, senza dubbio, che siamo di fronte ad un attacco non più nascosto e strisciante, ma “frontale” all’Europa ed all’Euro, da parte delle agenzie di rating, i cui mandanti sono i 10 gnomi malefici (5 banche d’affari e 5 SIM, tutte anglo-americane) che dominano il mercato finanziario mondiale che, ricordiamo, continua a rimanere senza regole e senza controlli.
Già si sono succeduti commenti europei molto irritati e stizziti, tra cui il Commissario UE agli Affari Economici Olli Rehn, che si è accorto (finalmente) della vera origine speculativa dell’attacco all’Euro, dichiarando: ''Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa'', aggiungendo che c’è chi ha fatto soldi dalla ''destabilizzazione''. Anche il Presidente della BCE Mario Draghi ritiene che dovremo imparare a convivere con i giudizi non proprio obiettivi delle agenzie di rating.
Infatti le agenzie di rating sono controllate da privati: Standard&Poor’s è americana, controllata da McGraw-Hill, un colosso di servizi finanziari, partecipata da Capital World Investors, State Street e BlackRock, Fidelity Investments e Vanguard Group (solo quest’ultima gestisce circa 1.600 miliardi di dollari). Moody’s, anch’essa americana, è controllata dal fondo Berkshire Hathaway (del finanziere multimiliardario Warren Buffett), e partecipata dalle medesime Capital World Investors, Vanguard, State Street e BlackRock, oltre a ValueAct Capital e T.Rowe. Fitch, invece, è per metà americana (il gruppo Usa Hearst) e per metà francese (Fimalac).
Tutte agiscono senza nessun controllo ed in assoluta non-regolamentazione, ed i loro controllanti e partecipati sono le medesime società di investimento che operano sul mercato finanziario, spesso in modo speculativo, tant’è che il loro comportamento aveva già da tempo sollevato più di qualche lecito dubbio, già dal settembre 2008, quando Lehman Brothers fu certificata da Standard&Poor’s con l’affidabilità massima (tripla A), appena pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi economica mondiale; peraltro il medesimo “errore” (?) era già avvenuto per Enron, per Parmalat, etc.
È appena il caso di sottolineare che la Gran Bretagna continua a restare immune da qualsiasi declassamento o benché minimo “avviso”, nonostante la banca d’affari USA Morgan Stanley la posizioni come il paese più indebitato al mondo (vedi Il mercato finanziario non è un “fantasma”).
Fra l’altro, l’ultima dichiarazione del responsabile europeo di Standard&Poor’s che assicura la Germania di mantenerla nella tripla A anche in caso di una sua recessione, non è solo il riconoscimento implicito che l’atteggiamento “rigorista” dell’attuale governo tedesco è nei fatti il miglior alleato di chi persegue l’obiettivo di smantellamento dell’euro, ma dimostra anche la logica imperiale che ispira chi domina i mercati finanziari, che non è nient’altro che la traduzione moderna della vecchia regola romana del “dividi et impera”, dove chi pensa di salvarsi da solo è miope, non comprendendo che l’unica via di salvezza risiede nel mantenimento e rafforzamento dell’unità di tutta Eurolandia.
Viene da chiedersi: oltre alle motivazioni economiche, in quanto è ovvio che i 10 gnomi malefici e le società proprietarie delle agenzie di rating realizzerebbero profitti speculativi enormi da una “rottura dell’Euro”, non c’è forse qualche altro motivo più nascosto, magari inconfessabile e non dichiarato perché altrimenti deteriorerebbe l’immagine della finanza come solo “business senza alcun colore politico od ideologico” ?
Senza alcuna esitazione è proprio qui il punto: a dispetto delle interessate negazioni dell’evidenza, il capitalismo finanziario anglo-americano rappresenta non solo l’eredità e la continuità autentica dell’ideologia reaganian-tatcheriana, quanto l’anima nera che vuol mettere in ginocchio l’Europa, soprattutto per ciò che essa rappresenta dal punto di vista del modello sociale europeo (alternativo all’ideologia neo-liberista basata sulla divaricazione delle diseguaglianze), il quale nonostante qualche differenza tra paese e paese, è fondato, in modo molto significativo nei paesi nord-europei (Scandinavia, Germania, etc.), su welfare generalistico, diseguaglianze ridotte, solidarietà, protezione sociale, attenzione ai più deboli ed esposti, etc., e proprio per questo motivo rappresenta il nemico da abbattere.
Non è un caso se il tea-party ed i repubblicani americani (che con i conservatori inglesi, sono il supporto ideologico del sistema finanziario) dichiarano che il loro primo obiettivo è demolire la riforma sanitaria di Obama, nonostante sia un sistema generalistico parziale, ma rappresenta comunque un intralcio alla assenza di protezioni sociali, che è l’architrave della “libertà” incontrollata e deregolata di dominio, di sfruttamento e di sopraffazione.
Ma non è sempre stato così: tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ‘80 il capitalismo fu in qualche modo regolato, anche per la presenza di una grande ombra ad Est, che induceva imprenditori, banchieri, finanzieri, a non essere ingordi; per cui soprattutto in Europa si sono affermati sistemi di welfare, gli orari di lavoro furono ridotti, fino alle 35 ore settimanali francesi. Dopo la caduta del muro di Berlino dell’89 è iniziata l’aggressione del capitalismo neo-liberista alle conquiste sociali acquisite tra il ‘60 e l’80, in nome del “dio denaro”, della libertà assoluta del mercato senza regole e controlli; oggi l’ideologia neo-liberista domina il mondo; le grandi aggregazioni finanziarie anglo-americane e cinesi sembrano in grado di condizionare l’intera umanità senza argine e senza alcuna sorveglianza.
È quindi evidente che l’affermarsi sulla scena mondiale di un terzo attore, quale può essere l’Europa unita, rappresenta un pericolo, non solo perché terzo incomodo, quanto soprattutto in qualità di portatore di un modello sociale ispirato a valori opposti all’egoismo neo-liberista, bensì fondati sull’equità, la solidarietà, un sistema di welfare e protezione sociale, etc.
Ce la farà l’Europa a fare questo salto di qualità verso un’unione non solo monetaria ma anche economica, sociale, per approdare a quella politica, che adotti come paradigma il modello sociale europeo? Le prossime elezioni in Francia e Germania potranno contribuire a fornire la risposta.
E l’Italia? Riuscirà ad uscire dall’imbuto in cui è sprofondata (confermato dai dati Istat di questi giorni), anche grazie ai governi sconsiderati dell’ultimo decennio? La speranza (che è l’ultima a morire) risiede nel fatto che, quando l’Italia sembra non avere più nessuna chance, quando è senza apparenti vie d’uscita, finora è sempre riuscita a trovare, al proprio interno, la forza per riemergere.
La storia italica insegna che quando ci troviamo stretti in angolo, nell’emergenza, diamo il meglio di noi; siamo i campioni mondiali di “salto ad ostacoli” (basta rammentare la ricostruzione post-bellica ed il miracolo economico, o l’ingresso per niente scontato nell’euro, oppure le vittorie mondiali di calcio, in condizioni proibitive, nel 1982 in Spagna e nel 2006 in Germania).
I prossimi mesi daranno la risposta, soprattutto se insieme riusciremo a ri-trovare un senso civico dello stare insieme che non sia egoistico nè rispondente a logiche clientelar-familiari, ma incardinato nella giustizia sociale, che riscopra il senso di appartenenza collettivo e la ricerca del benessere dell’intera comunità, non solo di pochi; ed attraverso questa via dare anche un importante contributo al completamento della costruzione europea.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)
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