ECONOMIA & SOCIETA' | February 10, 2012 | 0 comments

Ristabiliamo la verità sull’art.18

Image
asilopolitico
In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile necessità di sproloquiare sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori (che è del maggio 1970, quindi in vigore da 42 anni!).
Ristabiliamo innanzitutto chiarezza e verità:
- l’art. 18 abbassa l’applicabilità per le aziende da oltre 35 ad oltre 15 dipendenti, affidando inoltre al giudice la decisione di reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore licenziato INDIVIDUALMENTE senza l’osservanza delle norme già stabilite dalla legge 604 del 1966, cioè senza “giusta causa” o “giustificato motivo” “determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva,all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, e che “l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”;
- I licenziamenti collettivi sono disciplinati dalla legge 223 del 1991 per “ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale” e “in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, per un minimo di “almeno 5 licenziamenti”.
Quindi, NON È VERO che l’art. 18 impedisce i licenziamenti, anche per motivi economici; NON È VERO che l’art. 18 è un ostacolo alla competitività; NON È VERO che l’art. 18 è pernicioso per lo sviluppo dell’Italia;
NON È VERO che l’art. 18 impedirebbe investimenti esteri; NON È VERO che l’art. 18 è un freno per la crescita, ed altre stupidaggini, etc. È vero invece che l’art.18 rappresenta una tutela contro i licenziamenti discriminatori.
Appare quindi, evidente e senza dubbio, che chi continua ad identificare in modo falso e strumentale, nell’art.18 lo scandalo da rimuovere, o è ignorante oppure in malafede, nascondendo l’idea di cogliere l’occasione per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane delle conquiste sindacali e di civiltà degli anni ’70, riaffermando indirettamente il dominio ideologico del “dio denaro”, che giustifica tutto in nome del profitto.
A dimostrazione, basterebbe ricordare il “Patto per l’Italia” del luglio 2002 tra l’allora governo Berlusconi/Bossi e Cisl–Uil (che iniziò una lunga stagione di accordi confederali separati, fino alla ricomposizione del 28 giugno scorso), che già conteneva modifiche all’art.18, che nei 4 anni successivi di legislatura non divennero mai legge; a conferma che quella manomissione era strumentale e finalizzata ad ottenere la frantumazione sindacale quale presupposto per l’indebolimento del mondo del lavoro (come è poi accaduto).
L’attivismo mediatico di molti (tra cui l’ex-ministro del lavoro Sacconi) nel chiedere la cancellazione del reintegro, sostituendolo con un indennizzo, nasconde la vera motivazione ispiratrice: derubricare il licenziamento individuale da un diritto ad una questione economica, ottenendo il ripristino della discrezionalità (sia pure costosa), con l’effetto indotto di relegare i lavoratori ad un ruolo più sottomesso e senza “voce” (pena il licenziamento indennizzato), altro che salvaguardia della dignità della persona umana (prima ancora che del lavoratore); una logica di potere autoritario, che si vuol gabellare per modernità, competitività, etc., nemico della libertà e della democrazia.
Restano comunque domande senza risposta: rendere i licenziamenti individuali facili, quanto fa aumentare l’occupazione? Se l’occupazione non aumenta, anzi può diminuire ancor più con i licenziamenti facili, quanto è favorita la ripresa economica? E quanto fa risparmiare ai conti dello stato?
Invece, se il punto sono i tempi per la sentenza (con difficoltà per impresa e lavoratore), allora non è art.18, bensì giustizia civile e l’esigenza (condivisibile) di accorciare i processi.
Un’altra forzatura sbagliata e ricorrente è l’identificazione del rapporto a tempo indeterminato come “posto fisso”. È errata, perché il “posto fisso” esiste soltanto nel pubblico impiego (tant’è che lo Statuto dei lavoratori non si applica nei rapporti di lavoro pubblici), nel privato esiste il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (tutt’altro che garantito, vedi i licenziamenti che negli ultimi tempi, sono diventati una pratica normale e diffusa) ed oltre 40 rapporti di lavoro precari. A sostegno della tesi della flessibilità nel mercato del lavoro si utilizza anche l’argomento della indisponibilità alla mobilità, cioè passare da un posto di lavoro ad un altro, ma il perché di tanta ritrosia deriva dal fatto che la quasi totalità dell’offerta è da lavoro stabile a lavoro instabile, anziché da stabilità a stabilità; quindi è la precarietà (con l’assenza di tutele nell’inattività forzata) il vero, grande problema del mercato del lavoro, la cui soluzione passa sia per una drastica riduzione del numero dei lavori non stabili, sia nell’annullare il vantaggio contributivo del lavoro precario (motivo principale della sua grande diffusione).
Nei giorni scorsi la Presidente di Confindustria, in apparente dissintonia con la richiesta di abrogare il reintegro previsto dall’art.18, ha difeso la Cassa Integrazione guadagni Straordinaria, a fronte dell’ipotesi di una sua sostituzione con l’indennità di disoccupazione, per utilizzarla come cuscinetto per depotenziare opposizioni sociali, che sarebbero ovvie se si passasse direttamente ai licenziamenti. Meglio farli a distanza di tempo, attraverso un “anestetico” fino a 4 anni, con i lavoratori ormai rassegnati e non più in grado di opporre tante proteste ai licenziamenti che scatterebbero al termine della Cassa Integrazione.
È una contraddizione con la richiesta di modificare l’art.18? Assolutamente NO, in quanto entrambe sono figlie della stessa logica di ”potere” senza dover giustificare alcunchè, tutt’al più si paga un indennizzo; è l’applicazione pratica della teoria del capitalismo neo-liberista senza vincoli e controlli; cioè l’essere sollevati dal dover rendere conto del proprio operato al territorio ed alla collettività. Altro che responsabilità sociale delle imprese!
Qui sta il punto vero: la tradizione imprenditoriale italiana è, purtroppo, costellata di tanti casi da “prendi i soldi e scappa”; pur essendoci eccezioni di imprese che hanno radicamenti sociali e nel territorio, come nel settore alimentare (Ferrero, Barilla, etc.), che guarda caso è il settore dove molto più presenti sono gli accordi sindacali di “partecipazione” e di ripartizione degli incrementi di produttività, ed è anche il settore industriale che più e meglio di altri ha retto di fronte alla crisi.
Al di là delle eccezioni (che pure esistono), quanta differenza, ad esempio, con le imprese tedesche!
Non solo perché a suo tempo la BDI (Confindustria tedesca) abbracciò l’idea di Bad Godesberg (l’economia sociale di mercato; la codeterminazione; etc.), ma restando ad oggi, basta guardare i produttori tedeschi di auto, che riescono a garantire salari più che dignitosi, alta occupazione e profitti ragionevoli, mentre da noi si va sulle deregolamentazionI selvagge ed i bassi salari, anche con imposizioni autoritarie, vedi FIAT; al contrario in VolksWagen il mantenimento dell’occupazione è stato possibile con una flessibilità ottenuta con più part-time ed orario da 35 a 33 ore.
La verità amara è che buona parte degli imprenditori italiani si è dedicata quasi esclusivamente (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento individuale a scapito della collettività, operata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10) con impegno ed insistenza nella ricerca del vantaggio immediato e dell’immunità da qualsiasi rendiconto, anziché dedicarsi (come avrebbero dovuto fare, al pari degli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, e conseguentemente richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, che sono e saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)
  1. groups:
    ECONOMIA & SOCIETA'
  2. tags:
    Economia lavoro solidarietà Diseguaglianze 2 more
  3.     
    |

0 comments // Ristabiliamo la verità sull’art.18

more from ECONOMIA & SOCIETA':

top videos