Un vento keynesiano in Europa

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Improvvisamente (e finalmente) soffia un vento nuovo in Europa:
- il 3 maggio in Inghilterra il Labour è tornato ad essere il primo partito inglese, vincendo in quasi tutte le elezioni municipali;
- il 6 maggio in Francia c’è stata la straordinaria vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali, confermata dalla vittoria socialista al 1° turno delle elezioni all’Assemblea nazionale, avviandosi verso la conquista della maggioranza assoluta ai ballottaggi del 17 giugno;
- il 6 maggio in Germania la SPD e i Verdi hanno prevalso nelle elezioni del Land dello Schleswig-Holstein;
- il 13 maggio sempre in Germania, nel più popoloso e più industriale Land di NordReno-Westfalia, c’è stata la netta affermazione della SPD con il 39%, con il contemporaneo crollo della CDU di ben 9 punti (il partito della Merkel) che si è fermato a poco più del 25%, il peggior risultato dal 1945;
- in Italia, il 1° turno delle amministrative del 6-7 maggio, confermato dai ballottaggi, ha sancito il grande crollo di Lega e PDL (che hanno s-governato negli ultimi 8 anni su 10); che perdono quasi tutte le città.
- il prossimo 17 giugno ci saranno le ulteriori elezioni in Grecia (a seguito del fallimento per la formazione di un governo dopo le elezioni del 6 maggio), centrate sul tema della rinegoziazione delle politiche dei tagli intimati dall’Europa (meglio, imposti dal rigorismo tedesco), più che sul restare dentro o fuori dall’Euro.
Tutti questi dati vanno letti ed interpretati assieme, in quanto hanno come denominatore comune il confronto/scontro di due linee di politica economica contrapposte: da un lato l’ “ideologia neo-liberista” che in Europa è stata declinata nel rigorismo del duo “Merkel-Sarkosy”, secondo cui il dogma della “austerità economica” che determina tagli alla spesa pubblica e sociale, sarà in grado di produrre lavoro e crescita (tagli che, come si è visto, anziché correggere gli squilibri, li accentuano); dall’altro una linea di crescita basata su una distribuzione più equilibrata, sul reperimento delle risorse necessarie ad un piano di sviluppo, mirate verso i grandi patrimoni e le grandi ricchezze (compreso la finanza smodata e speculativa), al fine di ridurre le diseguaglianze nella ripartizione dei redditi e per ricreare più occupazione stabile.
Questo mese di maggio 2012 ha certificato che la linea “keynesiana” sta finalmente riapparendo in Europa: è stata la costante delle diffuse vittorie elettorali dei progressisti e del crollo delle destre conservatrici abbarbicate all’ideologia neo-liberista (che è la matrice della crisi causata dalla finanza avida e derogolata).
L'era della fiducia totale nel libero mercato senza correttivi e controlli è finita.
La lezione fondamentale che si ricava dell’esperienza della crisi e dei suoi effetti, è che non è possibile basarsi su mercati incontrollati ed autoregolamentati.
L’ultima storiella che si cerca di propagandare, che sia possibile unire austerità e crescita, è un abile depistaggio (e una pia illusione) per giustificare che la logica ferrea del rigore comunque non si abbandona: ma serve elasticità per poter investire nella crescita e sviluppo, perché l’idea dell'austerità in piena depressione è una pessima idea, in quanto genera recessione e disgregazione sociale.
Cambiare strada conviene a tutti, anche a quelli che hanno ricchezza e potere: hanno da perdere anch’essi se l'economia arretra ed esplode la rabbia sociale.
Serve una risposta economica più razionale e lungimirante; il problema non è il debito in sé, conta la sua incidenza sul reddito nazionale, quindi aumentare gli investimenti, anche se finanziati col debito, può migliorare la solidità complessiva di una nazione ed anche ridurre il rapporto deficit/Pil nel medio termine. Questa politica avrebbe risultati positivi: le entrate fiscali aumenterebbero molto più degli interessi da pagare, portando a una riduzione del debito e un aumento del Pil; infatti, con un numeratore inferiore e un denominatore più alto, la crescita economica diventa più sostenibile ed a “somma positiva” (per usare le parole di Stiglitz).
Ma non basta; sarà molto difficile ripristinare un robusto e sostenibile livello di domanda e consumi senza ridurre le disuguaglianze.
Restituire potere d'acquisto a chi l'ha perso serve ad affrontare il problema principale, la carenza di domanda interna che da noi è il 70% del PIL.
La riduzione delle diseguaglianze (nei redditi e nelle occasioni di lavoro) non è socialismo, è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita, oltre che per più giustizia ed equità sociale.
In sostanza, il vento keynesiano che soffia in tutta Europa ci deve spronare a cercare con convinzione e più determinazione una via equa e solidale, che riduca le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nelle opportunità di lavoro stabile; per costruire un’Europa diversa, che completi l’integrazione non solo monetaria, ma sociale, economica, politica: gli Stati Uniti d’Euro-pa, cioè fondati sulla solidarietà, l’equità ed anche la moneta unica (basta con i piedi in due staffe, vedi soprattutto l’Inghilterra: o dentro o fuori!).
Solo in questa prospettiva, ci potrà essere un futuro migliore per l’Italia e per gli altri paesi europei, compresa la Germania (se abbandona la miopia egoistica che ancora la contraddistingue) perché, nell’era della globalizzazione, nessun paese può pensare di salvarsi da solo, per quanto forte possa essere.
Gli attacchi (ed i tempi) della speculazione internazionale ai singoli paesi non possono essere arginati restando ancora fermi in mezzo al guado (singoli stati depotenziati ed unità europea irrealizzata); significa essere tutti quanti esposti alle ondate speculative che rischiano di travolgere non solo l’euro, ma ogni singolo stato (alcuni prima, altri poi, ma alla fine tutti, nessuno escluso).
Per questo la scelta europea (al contrario di qualche demagogo nostrano che – forse per furore comico – teorizza la fuoriuscita dell’Italia dall’euro), l’accelerazione dell’idea comunitaria e federativa finalizzata al riappropriarsi della capacità di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è la cifra più intima del «modello sociale europeo»), può diventare ancor più l’ancoraggio saldo e fondamentale per il futuro del vecchio continente.
In questa direzione possiamo dare un contributo importante: i prossimi mesi (compreso le elezioni che si terranno negli USA, in Italia ed anche in Germania) diranno e saranno . . . il miglior giudice.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)
- il 3 maggio in Inghilterra il Labour è tornato ad essere il primo partito inglese, vincendo in quasi tutte le elezioni municipali;
- il 6 maggio in Francia c’è stata la straordinaria vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali, confermata dalla vittoria socialista al 1° turno delle elezioni all’Assemblea nazionale, avviandosi verso la conquista della maggioranza assoluta ai ballottaggi del 17 giugno;
- il 6 maggio in Germania la SPD e i Verdi hanno prevalso nelle elezioni del Land dello Schleswig-Holstein;
- il 13 maggio sempre in Germania, nel più popoloso e più industriale Land di NordReno-Westfalia, c’è stata la netta affermazione della SPD con il 39%, con il contemporaneo crollo della CDU di ben 9 punti (il partito della Merkel) che si è fermato a poco più del 25%, il peggior risultato dal 1945;
- in Italia, il 1° turno delle amministrative del 6-7 maggio, confermato dai ballottaggi, ha sancito il grande crollo di Lega e PDL (che hanno s-governato negli ultimi 8 anni su 10); che perdono quasi tutte le città.
- il prossimo 17 giugno ci saranno le ulteriori elezioni in Grecia (a seguito del fallimento per la formazione di un governo dopo le elezioni del 6 maggio), centrate sul tema della rinegoziazione delle politiche dei tagli intimati dall’Europa (meglio, imposti dal rigorismo tedesco), più che sul restare dentro o fuori dall’Euro.
Tutti questi dati vanno letti ed interpretati assieme, in quanto hanno come denominatore comune il confronto/scontro di due linee di politica economica contrapposte: da un lato l’ “ideologia neo-liberista” che in Europa è stata declinata nel rigorismo del duo “Merkel-Sarkosy”, secondo cui il dogma della “austerità economica” che determina tagli alla spesa pubblica e sociale, sarà in grado di produrre lavoro e crescita (tagli che, come si è visto, anziché correggere gli squilibri, li accentuano); dall’altro una linea di crescita basata su una distribuzione più equilibrata, sul reperimento delle risorse necessarie ad un piano di sviluppo, mirate verso i grandi patrimoni e le grandi ricchezze (compreso la finanza smodata e speculativa), al fine di ridurre le diseguaglianze nella ripartizione dei redditi e per ricreare più occupazione stabile.
Questo mese di maggio 2012 ha certificato che la linea “keynesiana” sta finalmente riapparendo in Europa: è stata la costante delle diffuse vittorie elettorali dei progressisti e del crollo delle destre conservatrici abbarbicate all’ideologia neo-liberista (che è la matrice della crisi causata dalla finanza avida e derogolata).
L'era della fiducia totale nel libero mercato senza correttivi e controlli è finita.
La lezione fondamentale che si ricava dell’esperienza della crisi e dei suoi effetti, è che non è possibile basarsi su mercati incontrollati ed autoregolamentati.
L’ultima storiella che si cerca di propagandare, che sia possibile unire austerità e crescita, è un abile depistaggio (e una pia illusione) per giustificare che la logica ferrea del rigore comunque non si abbandona: ma serve elasticità per poter investire nella crescita e sviluppo, perché l’idea dell'austerità in piena depressione è una pessima idea, in quanto genera recessione e disgregazione sociale.
Cambiare strada conviene a tutti, anche a quelli che hanno ricchezza e potere: hanno da perdere anch’essi se l'economia arretra ed esplode la rabbia sociale.
Serve una risposta economica più razionale e lungimirante; il problema non è il debito in sé, conta la sua incidenza sul reddito nazionale, quindi aumentare gli investimenti, anche se finanziati col debito, può migliorare la solidità complessiva di una nazione ed anche ridurre il rapporto deficit/Pil nel medio termine. Questa politica avrebbe risultati positivi: le entrate fiscali aumenterebbero molto più degli interessi da pagare, portando a una riduzione del debito e un aumento del Pil; infatti, con un numeratore inferiore e un denominatore più alto, la crescita economica diventa più sostenibile ed a “somma positiva” (per usare le parole di Stiglitz).
Ma non basta; sarà molto difficile ripristinare un robusto e sostenibile livello di domanda e consumi senza ridurre le disuguaglianze.
Restituire potere d'acquisto a chi l'ha perso serve ad affrontare il problema principale, la carenza di domanda interna che da noi è il 70% del PIL.
La riduzione delle diseguaglianze (nei redditi e nelle occasioni di lavoro) non è socialismo, è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita, oltre che per più giustizia ed equità sociale.
In sostanza, il vento keynesiano che soffia in tutta Europa ci deve spronare a cercare con convinzione e più determinazione una via equa e solidale, che riduca le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nelle opportunità di lavoro stabile; per costruire un’Europa diversa, che completi l’integrazione non solo monetaria, ma sociale, economica, politica: gli Stati Uniti d’Euro-pa, cioè fondati sulla solidarietà, l’equità ed anche la moneta unica (basta con i piedi in due staffe, vedi soprattutto l’Inghilterra: o dentro o fuori!).
Solo in questa prospettiva, ci potrà essere un futuro migliore per l’Italia e per gli altri paesi europei, compresa la Germania (se abbandona la miopia egoistica che ancora la contraddistingue) perché, nell’era della globalizzazione, nessun paese può pensare di salvarsi da solo, per quanto forte possa essere.
Gli attacchi (ed i tempi) della speculazione internazionale ai singoli paesi non possono essere arginati restando ancora fermi in mezzo al guado (singoli stati depotenziati ed unità europea irrealizzata); significa essere tutti quanti esposti alle ondate speculative che rischiano di travolgere non solo l’euro, ma ogni singolo stato (alcuni prima, altri poi, ma alla fine tutti, nessuno escluso).
Per questo la scelta europea (al contrario di qualche demagogo nostrano che – forse per furore comico – teorizza la fuoriuscita dell’Italia dall’euro), l’accelerazione dell’idea comunitaria e federativa finalizzata al riappropriarsi della capacità di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è la cifra più intima del «modello sociale europeo»), può diventare ancor più l’ancoraggio saldo e fondamentale per il futuro del vecchio continente.
In questa direzione possiamo dare un contributo importante: i prossimi mesi (compreso le elezioni che si terranno negli USA, in Italia ed anche in Germania) diranno e saranno . . . il miglior giudice.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)
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