gli stranieri in italia pretendono troppo!
- added July 24, 2008
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Sono straniero, vengo dalla Polonia.
Ci sono delle volte che sentire i tipici argomenti
contro l'emigrazione, mi fa sentire di far parte di tutte le comunità straniere.
Mi spiego meglio: Prescindendo dal grado di integrazione come effetto della conoscenza della lingua, titoli, amici, tempo vissuto, mi sentirò sempre straniero, perché qui manca l'aria di accettare l'altro,
incuriosirsene.
Non ve lo so spiegare a parole, ma è una sensazione che si prova.
Talvolta, mi sento dire che non sono più considerato straniero in quanto il mio paese ha aderito all'UE.
Se queste sono le classifiche che attribuiamo nei confronti delle altre nazionalità, mi astengo da commenti.
Penso che il problema non sia uno solo, ma in base a tutto ciò che ci porta ad essere così facilmente "manovrabili" sta una seria mancanza di educazione scolastica.
L'italia dovrebbe rendersi conto che non si può fermare l'immigrazione, perché è sempre esistita e persisterà.
La soluzione sarebbe quella di cambiare approccio e intravedere nel fenomeno una forza non solo lavorativa, ma piuttosto un'oportunità di arricchimento della società, costruire una vera e propria "società aperta".
Non mi aspetto che questo avenga da subito, ma se facciamo crescere i nostri figli nella convinzione che lo straniero è "diverso", lasciando che la TV divori loro i cervelli e che non fa altro che rubare i posti di lavoro, sarà difficile procurare un tranquillo futuro a loro stessi. -
Molto bello il commento di Lukasz! L'Italia dovrebbe rendersi anche conto che l'emigrazione l'hanno fatta pure gli italiani (es. Stati Uniti, Svizzera...) e siamo stati classificati anche noi in base a stereotipi...
Bisogna anche dire che non siamo mai stati, nell'ultimo mezzo secolo, "molto ospitali". Chi veniva dal Sud d'Italia veniva trattato in una maniera pessima, si trovavano cartelli con scritto "Vietato affittare ai terroni" o si sentivano commenti offensivi. Ancora oggi si vede e si sente che è ancora percepita un pò d'ostilità verso chi viene dal Sud.Riporto il finale di commento di Lukasz, lo ritengo importante:
"La soluzione sarebbe quella di cambiare approccio e intravedere nel fenomeno una forza non solo lavorativa, ma piuttosto un'opportunità di arricchimento della società, costruire una vera e propria "società aperta".
Non mi aspetto che questo avvenga da subito, ma se facciamo crescere i nostri figli nella convinzione che lo straniero è "diverso", lasciando che la TV divori loro i cervelli e che non fa altro che rubare i posti di lavoro, sarà difficile procurare un tranquillo futuro a loro stessi. " -
Pur rispettando lo stato d'animo di Lukasz non posso essere d'accordo su alcuni aspetti del suo commento,mi rendo conto che l'argomento non può essere liquidato in poche righe di commento cercherò di esprimere il mio punto di vista nel miglior modo possibile.Non si può non prescindere dal grado di integrazione è il punto centrale di tutta la questione,non vedo una "società aperta"come una sorta di gran bazar dove diverse culture e popoli interagiscono in uno scambio continuo questo a parer mio porterebbe alla scomparsa di tali culture .In sostanza ritengo che sia la diversità la vera ricchezza e la sua tutela l'obbiettivo principale che tutte le società si devono dare.Ogni territorio ha le sue tradizioni i così detti "usi e costumi"e credo che questi vadano prima rispettati e poi accettati da chi arriva in quel territorio a prescindere da quali siano le cause che ne determinano la migrazione.Ovunque sono stato ho sempre rispettato e ho sempre cercato di capire la cultura e le tradizioni del luogo certo tutte situazioni temporanee ma credo che la sostanza non cambi ,caro Lukasz credo che la diffidenza che senti sia determinata proprio dalla paura di perdere la nostra identità.Tu quanto sei disposto a perdere la tua? Detto questo,credo che l'immigrazione odierna che niente ha a che fare con quella degli anni 50-60 e prima ancora quella dei primi del '900,queste maturavano in condizioni di opportunità eccezzionali anche se in situazioni drammatiche . Oggi le opportunità sono diminuite le cause ?credo squilibrio economico e incremento demografico soprattutto nelle aree più povere.
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"La valorizzazione della diversità può portare a una standardizzazione della stessa, che diventa così un oggetto dogmaticamente positivo, da trattare in quanto tale. Ne deriva che le culture si riducono a essere prodotti dati e finiti, a-storici, immutabili.
Del resto la pretesa identitaria è una astrazione così come la difesa dell’identità culturale è un diritto. Non siamo qui di fronte a una contraddizione. Ovvero, la contraddizione è nell’ordine delle cose. Preservare l’identità delle culture è un diritto che va di pari passo alla consapevolezza della loro ineludibile e quotidiana contaminazione quando esse siano lette nella vitalità dei rapporti sociali".
"Diventa necessario e urgente – soprattutto in questo momento storico, in cui le trasformazioni in atto vanno a modificare le concezioni di Stato e società – riflettere sulle categorie fondanti il concetto di cittadinanza, per costruire una prospettiva pluralista e dialettica che sappia coniugare universalità dei diritti e riconoscimento delle identità soggettive e culturali. L’immigrazione rappresenta uno stimolo a ragionare su tali questioni e quindi a progettare il cambiamento".