I martiri della Camorra

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Nell’ottobre del 1991 un corteo di autoobili sfila per le strade di Casal di Principe, San Cipriano e Casepesenna. Bande di ragazzi armati fino ai denti sono giunti in paese per un regolamento di conti tra i clan Schiavone e Bidognetti, da un lato, e Caterino e De Falco, dall’altra. La gente si chiude in casa, si abbassano le saracinesche e le strade rimangono deserte per due giorni. Il primo a varcare la soglia è Don Peppe Diana, il prete di Casal di Principe. Don Peppino chiede alla sua gente di scendere in strada e ribellarsi.
“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.”. Sono queste le parole con cui si apre il documento “Per amore del mio popolo” che Don Peppino ed i parroci della Forania di Casal di Principe diffondono, a Natale del 1991 – a due mesi dalla faida tra le bande locali - in tutte le chiese del comune. Una presa di posizione forte contro la camorra, in una terra dove fino ad allora nessuno aveva osato ribellarsi all’autorità “costituita” dei clan.
Don Peppino diviene il volto della protesta. Nel novembre del 1993 don Peppino sostiene la lista di Alleanza per cambiare con candidato a sindaco Renato Natale, già capogruppo del PCI al Comune. Don Peppino ed il suo amico Renato si battono insieme contro il potere politico come espressione di quello imprenditorial – criminale. Don Peppe e Renato Natale si schierano al fianco delle migliaia di immigrati caduti nella rete delle holding casalesi.
Renato Natale, nel novembre 1993, vince le elezioni. Il clan di Antonio Bardellino – fino ad allora autorità indiscussa del paese - non accetta l’intromissione, nella gestione degli affari locali, di un’amministrazione che rivendica completa trasparenza ed estraneità dalle nuove forze imprenditoriali della zona.
I Bardellino si battono in difesa dello status quo di Casal di Principe. Ma nella difesa dei propri territori di competenza tra il clan locale e la nuova amministrazione, s’inserisce la banda di Francesco Schiavone, detto Sandokan. Il clan degli Schiavone dichiara guerra ai Bardellino.
Don Peppe Diana e Renato Natale non arretrano dinanzi al nuovo fronte di guerra.
La gente di Casal di Principe fa gruppo dietro don Peppe come fosse uno scudo insormontabile per i colpi di arma da fuoco della camorra.
Ma il 19 marzo del 1994, don Peppe Diana viene ucciso sulle scale della sagrestia di San Nicola di Casal di Principe alle 7.30 del mattino mentre si accingeva a celebrare la santa messa. Due colpi sparati in pieno volto con una semiautomatica Browing Beretti. Incredulità e rabbia sono disegnati sul volto della gente del paese. “E’ finita” sussurra l’amico Natale dinanzi al corpo riverso per terra di don Peppino.
Le parole di Renato Natale rappresentano chiaramente la prima reazione di un popolo, in lotta per la libertà, che vede morire sul campo uno dei più leali compagni. Ma il sacrificio di don Peppino – per scelta dei suoi stessi compagni – continua oggi a dare forza e voce, attraverso il Comitato Don Peppe Diana, alle battaglie di quella parte civile che ha deciso di non cedere alla camorra.
“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.”. Sono queste le parole con cui si apre il documento “Per amore del mio popolo” che Don Peppino ed i parroci della Forania di Casal di Principe diffondono, a Natale del 1991 – a due mesi dalla faida tra le bande locali - in tutte le chiese del comune. Una presa di posizione forte contro la camorra, in una terra dove fino ad allora nessuno aveva osato ribellarsi all’autorità “costituita” dei clan.
Don Peppino diviene il volto della protesta. Nel novembre del 1993 don Peppino sostiene la lista di Alleanza per cambiare con candidato a sindaco Renato Natale, già capogruppo del PCI al Comune. Don Peppino ed il suo amico Renato si battono insieme contro il potere politico come espressione di quello imprenditorial – criminale. Don Peppe e Renato Natale si schierano al fianco delle migliaia di immigrati caduti nella rete delle holding casalesi.
Renato Natale, nel novembre 1993, vince le elezioni. Il clan di Antonio Bardellino – fino ad allora autorità indiscussa del paese - non accetta l’intromissione, nella gestione degli affari locali, di un’amministrazione che rivendica completa trasparenza ed estraneità dalle nuove forze imprenditoriali della zona.
I Bardellino si battono in difesa dello status quo di Casal di Principe. Ma nella difesa dei propri territori di competenza tra il clan locale e la nuova amministrazione, s’inserisce la banda di Francesco Schiavone, detto Sandokan. Il clan degli Schiavone dichiara guerra ai Bardellino.
Don Peppe Diana e Renato Natale non arretrano dinanzi al nuovo fronte di guerra.
La gente di Casal di Principe fa gruppo dietro don Peppe come fosse uno scudo insormontabile per i colpi di arma da fuoco della camorra.
Ma il 19 marzo del 1994, don Peppe Diana viene ucciso sulle scale della sagrestia di San Nicola di Casal di Principe alle 7.30 del mattino mentre si accingeva a celebrare la santa messa. Due colpi sparati in pieno volto con una semiautomatica Browing Beretti. Incredulità e rabbia sono disegnati sul volto della gente del paese. “E’ finita” sussurra l’amico Natale dinanzi al corpo riverso per terra di don Peppino.
Le parole di Renato Natale rappresentano chiaramente la prima reazione di un popolo, in lotta per la libertà, che vede morire sul campo uno dei più leali compagni. Ma il sacrificio di don Peppino – per scelta dei suoi stessi compagni – continua oggi a dare forza e voce, attraverso il Comitato Don Peppe Diana, alle battaglie di quella parte civile che ha deciso di non cedere alla camorra.
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