I disastri causati dal neo-liberismo si curano con ricette altrettanto neo-liberiste?

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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
La peculiarità dell’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze negative che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza e l’assistenza erogata dagli enti locali a sopportare il maggior peso dei vari tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero il contrario, che la politica ha abdicato a favore dei mercati.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Non è un sospetto propagato dai critici del capitalismo, lo dice un’indagine dell’Onu.
Non lasciare, quindi, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nella felicità collettiva e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (Grecia, Spagna, Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
FLAVIO PELLIS – segretario generale AReS
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
La peculiarità dell’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze negative che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza e l’assistenza erogata dagli enti locali a sopportare il maggior peso dei vari tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero il contrario, che la politica ha abdicato a favore dei mercati.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Non è un sospetto propagato dai critici del capitalismo, lo dice un’indagine dell’Onu.
Non lasciare, quindi, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nella felicità collettiva e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (Grecia, Spagna, Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
FLAVIO PELLIS – segretario generale AReS
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