Community | December 30, 2012 | 0 comments

Avremo mai dei “moderati normali”?

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asilopolitico
Se osserviamo la “destra” italiana e la raffrontiamo con le analoghe forze conservatrici in Europa, c’è da restare stupefatti. Solo da noi c’è una “destra becera”, populista e demagogica, arrogante e fascista, secessionista e xenofoba, etc.
“Ogni popolo ha il governo che si merita”: probabilmente questa è la ragione più profonda che ha determinato il risultato di questa “destra”. Detto altrimenti questa “destra” è il risultato del blocco sociale di potere che si è consolidato nel nostro Paese, formatosi a partire dalla fine della II^ guerra mondiale, che si è fondamentalmente incardinato su una struttura pubblica mai depurata dalle “scorie fasciste” (vedi la corrispondenza tra il primo governo provvisorio e gli alleati -che convenirono- in cui si sosteneva che, purtroppo, non era possibile estirpare il fascismo perché era troppo diffuso e permeato soprattutto nell’apparato statale), composto dalle tante corporazioni che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme che le riconoscono, facendo cartello, per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, strutturate con riconoscimenti e vantaggi, affiliati e vincoli di ingresso, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno notai più parcelle per quelli che lo sono, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, etc., etc.). A ciò aggiungiamo un padronato che in buona parte ha perseguito l’idea del “prendi i soldi e scappa”, puntando al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonchè bassi salari), privilegiando la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, usando l’evasione, il falso in bilancio, il lavoro nero, etc., quale forma di concorrenza; cioè “cialtroni e straccioni” (come li definisce F.Rampini), altro che responsabilità sociale delle imprese.
Sono il risultato di una stratificazione ultracedennale su una società corporativa e nemica del libero mercato concorrenziale. Il tutto esaltato, nell’ultimo ventennio, dalla diffusione pervasiva della logica anarco-individualista, cioè un atteggiamento rivolto esclusivamente alla tutela degli interessi individual/familiari, all’autoconservazione familiar-clientelare. Da qui il fenomeno (quasi unicamente italiano) della trasmissione per via ereditaria, non solo dei redditi, ma anche delle professioni, altro che riconoscimento del merito e delle competenze.
La tendenza dilagante (che ancora perdura) è cercare la “propria” soluzione ai “propri” problemi, inseguendo raccomandazioni e favoritismi, che si traduce nella rincorsa alla ricerca e richiesta di privilegi a scapito degli altri; questa logica viene accettata e sostenuta in attesa del proprio turno, nella speranza di ricevere il proprio piccolo privilegio; supportata dagli stereotipi propinati dai media in grado di garantire “immagine, successo, soldi”; a patto di trovare (come messaggio subliminale) il “canale” giusto per arrivarci, rappresentato dalle amicizie e relazioni familiari, dal politico di turno, dalla “furbizia” tollerata (compreso la mercificazione del sesso), anzi giustificata, ammirata ed invidiata. Insomma, qualsiasi cosa va bene, meno che il lavoro, percepito quasi come un “disvalore”, cioè il mezzo più faticoso e meno ambito per realizzarsi e realizzare la propria autostima. Tutto ciò ha evidenziato e portato allo scoperto le parti peggiori e nascoste degli italiani (forse è meglio dire di ognuno, disponibile più a corrompersi anziché tenere la schiena dritta, anche a costo di rinunce e fatica).
È quindi chiaro qual’è l’origine della traduzione in rappresentanza politica di questa “destra becera” ormai impresentabile in Europa e nel mondo, enormemente distante dalle tradizioni di “moderatismo normale”, come invece è da tempo presente negli altri paesi europei (Germania, Olanda, Francia, etc.).
Da questa situazione che ingessa il Paese, che corrode la solidarietà e mette sotto ricatto qualsiasi governo, bisogna trovare assolutamente il modo di uscire.
Il tentativo di Monti attraverso il suo manifesto “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune” (al di là di qualsiasi giudizio di merito, compreso le riscoperte dell’economia sociale di mercato, dell’equità, della concorrenza, di politiche per la ricerca, i giovani e le donne, etc., sostanzialmente dimenticate/accantonate nei suoi 13 mesi di governo), pur lodevole dal punto di vista delle intenzioni, appare più come un “restyling” superficiale opportunamente propagandato come modernità, che lascia inalterata la rete di corporazioni che alligna dagli ordini professionali ai servizi, dalla pubblica amministrazione alle imprese; pertanto credo non servirà allo scopo.
Eppure non è impossibile: basterebbe eliminare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida e formale osservanza delle procedure interne, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, rendendole aperte alla competizione del mercato, ma sotto controllo pubblico nel settore dei servizi, anche al fine di evitare il formarsi di cartelli e monopoli, etc., etc.; così come vanno combattute le imprese che fondano la loro fortuna sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; in sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul FARE IL DA FARSI SUBITO, altrimenti non ci sarà mai un’alternativa “europea”.
È un’esigenza non solo dell’area moderata e conservatrice “europea”, tentare di sottrarsi dall’influenza egemonica della solita “destra becera”, ma diventa vitale per il paese e le sue prospettive; inoltre sarebbe importante anche per le forze progressiste poter avere interlocutori “normali”, al fine di un confronto di merito sulle opzioni, sui programmi e la loro attuazione.
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
A ciò siamo chiamati, per noi ed una prospettiva di futuro migliore per i nostri figli; una “rivoluzione culturale” che cambi profondamente l’Italia degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)
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