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In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile necessità di sproloquiare sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori (che è del maggio 1970, quindi in vigore da 42 anni!).
Ristabiliamo innanzitutto chiarezza e verità:
- l’art. 18 abbassa l’applicabilità per le aziende da oltre 35 ad oltre 15 dipendenti, affidando inoltre al giudice la decisione di reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore licenziato INDIVIDUALMENTE senza l’osservanza delle norme già stabilite dalla legge 604 del 1966, cioè senza “giusta causa” o “giustificato motivo” “determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva,all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, e che “l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”;
- I licenziamenti collettivi sono disciplinati dalla legge 223 del 1991 per “ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale” e “in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, per un minimo di “almeno 5 licenziamenti”.
Quindi, NON È VERO che l’art. 18 impedisce i licenziamenti, anche per motivi economici; NON È VERO che l’art. 18 è un ostacolo alla competitività; NON È VERO che l’art. 18 è pernicioso per lo sviluppo dell’Italia;
NON È VERO che l’art. 18 impedirebbe investimenti esteri; NON È VERO che l’art. 18 è un freno per la crescita, ed altre stupidaggini, etc. È vero invece che l’art.18 rappresenta una tutela contro i licenziamenti discriminatori.
Appare quindi, evidente e senza dubbio, che chi continua ad identificare in modo falso e strumentale, nell’art.18 lo scandalo da rimuovere, o è ignorante oppure in malafede, nascondendo l’idea di cogliere l’occasione per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane delle conquiste sindacali e di civiltà degli anni ’70, riaffermando indirettamente il dominio ideologico del “dio denaro”, che giustifica tutto in nome del profitto.
A dimostrazione, basterebbe ricordare il “Patto per l’Italia” del luglio 2002 tra l’allora governo Berlusconi/Bossi e Cisl–Uil (che iniziò una lunga stagione di accordi confederali separati, fino alla ricomposizione del 28 giugno scorso), che già conteneva modifiche all’art.18, che nei 4 anni successivi di legislatura non divennero mai legge; a conferma che quella manomissione era strumentale e finalizzata ad ottenere la frantumazione sindacale quale presupposto per l’indebolimento del mondo del lavoro (come è poi accaduto).
L’attivismo mediatico di molti (tra cui l’ex-ministro del lavoro Sacconi) nel chiedere la cancellazione del reintegro, sostituendolo con un indennizzo, nasconde la vera motivazione ispiratrice: derubricare il licenziamento individuale da un diritto ad una questione economica, ottenendo il ripristino della discrezionalità (sia pure costosa), con l’effetto indotto di relegare i lavoratori ad un ruolo più sottomesso e senza “voce” (pena il licenziamento indennizzato), altro che salvaguardia della dignità della persona umana (prima ancora che del lavoratore); una logica di potere autoritario, che si vuol gabellare per modernità, competitività, etc., nemico della libertà e della democrazia.
Restano comunque domande senza risposta: rendere i licenziamenti individuali facili, quanto fa aumentare l’occupazione? Se l’occupazione non aumenta, anzi può diminuire ancor più con i licenziamenti facili, quanto è favorita la ripresa economica? E quanto fa risparmiare ai conti dello stato?
Invece, se il punto sono i tempi per la sentenza (con difficoltà per impresa e lavoratore), allora non è art.18, bensì giustizia civile e l’esigenza (condivisibile) di accorciare i processi.
Un’altra forzatura sbagliata e ricorrente è l’identificazione del rapporto a tempo indeterminato come “posto fisso”. È errata, perché il “posto fisso” esiste soltanto nel pubblico impiego (tant’è che lo Statuto dei lavoratori non si applica nei rapporti di lavoro pubblici), nel privato esiste il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (tutt’altro che garantito, vedi i licenziamenti che negli ultimi tempi, sono diventati una pratica normale e diffusa) ed oltre 40 rapporti di lavoro precari. A sostegno della tesi della flessibilità nel mercato del lavoro si utilizza anche l’argomento della indisponibilità alla mobilità, cioè passare da un posto di lavoro ad un altro, ma il perché di tanta ritrosia deriva dal fatto che la quasi totalità dell’offerta è da lavoro stabile a lavoro instabile, anziché da stabilità a stabilità; quindi è la precarietà (con l’assenza di tutele nell’inattività forzata) il vero, grande problema del mercato del lavoro, la cui soluzione passa sia per una drastica riduzione del numero dei lavori non stabili, sia nell’annullare il vantaggio contributivo del lavoro precario (motivo principale della sua grande diffusione).
Nei giorni scorsi la Presidente di Confindustria, in apparente dissintonia con la richiesta di abrogare il reintegro previsto dall’art.18, ha difeso la Cassa Integrazione guadagni Straordinaria, a fronte dell’ipotesi di una sua sostituzione con l’indennità di disoccupazione, per utilizzarla come cuscinetto per depotenziare opposizioni sociali, che sarebbero ovvie se si passasse direttamente ai licenziamenti. Meglio farli a distanza di tempo, attraverso un “anestetico” fino a 4 anni, con i lavoratori ormai rassegnati e non più in grado di opporre tante proteste ai licenziamenti che scatterebbero al termine della Cassa Integrazione.
È una contraddizione con la richiesta di modificare l’art.18? Assolutamente NO, in quanto entrambe sono figlie della stessa logica di ”potere” senza dover giustificare alcunchè, tutt’al più si paga un indennizzo; è l’applicazione pratica della teoria del capitalismo neo-liberista senza vincoli e controlli; cioè l’essere sollevati dal dover rendere conto del proprio operato al territorio ed alla collettività. Altro che responsabilità sociale delle imprese!
Qui sta il punto vero: la tradizione imprenditoriale italiana è, purtroppo, costellata di tanti casi da “prendi i soldi e scappa”; pur essendoci eccezioni di imprese che hanno radicamenti sociali e nel territorio, come nel settore alimentare (Ferrero, Barilla, etc.), che guarda caso è il settore dove molto più presenti sono gli accordi sindacali di “partecipazione” e di ripartizione degli incrementi di produttività, ed è anche il settore industriale che più e meglio di altri ha retto di fronte alla crisi.
Al di là delle eccezioni (che pure esistono), quanta differenza, ad esempio, con le imprese tedesche!
Non solo perché a suo tempo la BDI (Confindustria tedesca) abbracciò l’idea di Bad Godesberg (l’economia sociale di mercato; la codeterminazione; etc.), ma restando ad oggi, basta guardare i produttori tedeschi di auto, che riescono a garantire salari più che dignitosi, alta occupazione e profitti ragionevoli, mentre da noi si va sulle deregolamentazionI selvagge ed i bassi salari, anche con imposizioni autoritarie, vedi FIAT; al contrario in VolksWagen il mantenimento dell’occupazione è stato possibile con una flessibilità ottenuta con più part-time ed orario da 35 a 33 ore.
La verità amara è che buona parte degli imprenditori italiani si è dedicata quasi esclusivamente (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento individuale a scapito della collettività, operata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10) con impegno ed insistenza nella ricerca del vantaggio immediato e dell’immunità da qualsiasi rendiconto, anziché dedicarsi (come avrebbero dovuto fare, al pari degli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, e conseguentemente richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, che sono e saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile... more
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In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile necessità di sproloquiare sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori (che è del maggio 1970, quindi in vigore da 42 anni!).
Ristabiliamo innanzitutto chiarezza e verità:
- l’art. 18 non fa altro che abbassare l’applicabilità per le aziende da oltre 35 ad oltre 15 dipendenti, dando inoltre al giudice la facoltà di intimare al datore di lavoro la reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato INDIVIDUALMENTE senza l’osservanza delle norme già stabilite dalla legge 604 del 1966, cioè senza “giusta causa” o “giustificato motivo” “determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva,all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, e che “l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”;
- I licenziamenti collettivi sono disciplinati dalla legge 223 del 1991 per “ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale” e “in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, per un minimo di “almeno 5 licenziamenti”.
Quindi, NON È VERO che l’art. 18 impedisce i licenziamenti, anche per motivi economici; NON È VERO che è un ostacolo alla competitività; NON È VERO che è pernicioso per lo sviluppo dell’Italia; NON È VERO che impedirebbe investimenti esteri; NON È VERO che è un freno per la crescita, ed altre stupidaggini più o meno simili, etc. È vero invece che l’art.18 rappresenta una tutela contro i licenziamenti discriminatori.
Appare quindi, evidente e senza dubbio, che chi continua ad identificare in modo falso e strumentale, nell’art.18 lo scandalo da rimuovere, o è ignorante oppure in malafede, in quanto nasconde l’idea di cogliere l’occasione per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane delle conquiste sindacali e di civiltà degli anni ’70, riaffermando indirettamente anche il dominio ideologico del “dio denaro”, che giustifica tutto in nome del profitto del capitalismo neo-liberista.
A dimostrazione, basterebbe ricordare il “Patto per l’Italia” del luglio 2002 tra l’allora governo Berlusconi/Bossi e Cisl–Uil (che iniziò una lunga stagione di accordi confederali separati, fino alla ricomposizione del 28 giugno scorso), che già conteneva modifiche all’art.18, che nei 4 anni successivi di legislatura non divennero mai legge; a conferma che quella manomissione era strumentale e finalizzata ad ottenere la frantumazione sindacale quale presupposto per l’indebolimento del mondo del lavoro (come è poi accaduto).
Il frenetico attivismo mediatico di molti nel chiedere la cancellazione dell’obbligo del reintegro, sostituendolo con un indennizzo economico, nasconde la vera motivazione ispiratrice: la reintroduzione dell’arbitrio, della discrezionalità assoluta, dei soprusi e delle prepotenze, da parte di qualsiasi datore di lavoro (se non fosse più obbligato al rispetto di tali norme) nei confronti di ogni lavoratore, aprendo così la strada al dominio assoluto dei “padroni” in puro stile e stampo ottocentesco, relegando i lavoratori al ruolo di sottomessi e senza “voce” (pena il licenziamento), alla loro mercè, al subire ricatti permanenti, altro che salvaguardia della dignità della persona (e del lavoratore). Un autoritarismo, gabellato per modernità e competitività; nemico della libertà (individuale) e della democrazia (la possibilità di espressione).
Un’altra forzatura sbagliata e ricorrente è quella di identificare il rapporto a tempo indeterminato come “posto fisso”. È errata, perché il “posto fisso” esiste soltanto nel pubblico impiego (tant’è che lo Statuto dei lavoratori non si applica nei rapporti di lavoro pubblici), nel privato esiste il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (non garantito, vedi i licenziamenti che soprattutto negli ultimi tempi, sono diventati una pratica normale e diffusa) ed oltre 40 forme di rapporti di lavoro precari. A sostegno della tesi della flessibilità nel mercato del lavoro si utilizza anche l’argomento della indisponibilità alla mobilità, cioè passare da un posto di lavoro ad un altro, ma il perché di tanta diffidenza e ritrosia deriva dal fatto che la quasi totalità dell’offerta è da lavoro stabile a lavoro instabile, anziché da stabilità a stabilità; quindi è la precarietà (con le tutele nell’inattività forzata) il vero, grande problema del mercato del lavoro, la cui soluzione passa sia per una drastica riduzione del numero dei rapporti di lavoro non stabili, sia nell’annullare il vantaggio contributivo del lavoro precario (motivo principale della sua grande diffusione).
Restano comunque domande senza risposta: rendere i licenziamenti individuali facili, quanto fa aumentare l’occupazione? Se l’occupazione non aumenta, anzi può diminuire ancor più con i licenziamenti facili, quanto è favorita la ripresa economica? E quanto fa risparmiare ai conti dello stato?
Sempre sui licenziamenti collettivi, nei giorni scorsi la Presidente di Confindustria, in apparente dissintonia con la richiesta di abrogare il reintegro previsto dall’art.18, ha difeso la Cassa Integrazione guadagni Straordinaria, a fronte dell’ipotesi di una sua sostituzione con l’indennità di disoccupazione, per utilizzarla come cuscinetto per depotenziare opposizioni sociali e lotte conseguenti, che sarebbero ovvie se si passasse direttamente ai licenziamenti. Meglio farli a distanza di tempo, attraverso un periodo fino a 4 anni, con i lavoratori ormai rassegnati e non più in grado di opporre tante proteste ai licenziamenti automatici al termine della Cassa Integrazione.
È una contraddizione con la richiesta di modificare l’art.18? Assolutamente NO, in quanto entrambe sono figlie della stessa logica di dominio senza dover rendere conto ad alcuno del proprio operato, tutt’al più si paga una indennità economica; è l’applicazione pratica della teoria del capitalismo neo-liberista senza vincoli e controlli. In sostanza i licenziamenti individuali si pagano con un indennizzo pur di avere il potere di ricatto e dominio su ognuno, mentre quelli collettivi meglio farli a scadenze anestetizzanti, che evitino lotte sociali, ma che soprattutto sollevino le imprese dal dover rendere conto al territorio ed alla collettività. Altro che responsabilità sociale delle imprese!
Qui sta il punto: la tradizione imprenditoriale italiana è fatta in moltissimi casi di “prendi i soldi e scappa”; pochissime sono le eccezioni di imprese che hanno radicamenti sociali e nel territorio: per lo più nel settore alimentare (Ferrero, Barilla, etc.), che è anche il settore dove più presenti sono gli accordi sindacali di “partecipazione”/produttività, ed è quello che più e meglio di altri ha retto alla crisi.
Quanta differenza con le imprese tedesche! Non solo perché a suo tempo la BDI (Confindustria tedesca) abbracciò l’idea di Bad Godesberg (l’economia sociale di mercato; la codeterminazione; etc.), ma restando ad oggi, basta guardare i produttori tedeschi di auto, che riescono a garantire salari più che dignitosi, alta occupazione e profitti ragionevoli, mentre da noi si va sulle deregolamentazionI selvagge ed i bassi salari, anche con imposizioni autoritarie, vedi FIAT; al contrario in VolksWagen il mantenimento dell’occupazione è stato possibile con una flessibilità ottenuta con più part-time ed orario da 35 a 33 ore.
La verità amara è che gli imprenditori italiani si sono dedicati quasi esclusivamente (nell’ultimo decennio) con impegno ed insistenza nella ricerca del vantaggio immediato e dell’immunità da qualsiasi rendiconto, anziché dedicarsi (come hanno fatto in Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, e conseguentemente richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, che sono e saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile... more
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Il declassamento di mezza Europa da parte di Standard&Poor’s, tra cui la Francia che perde la tripla A e l’Italia retrocessa a BBB+, il preannunciato declassamento anche dalle altre 2 agenzie di rating Moody’s e Fitch, fanno emergere, senza dubbio, che siamo di fronte ad un attacco non più nascosto e strisciante, ma “frontale” all’Europa ed all’Euro, da parte delle agenzie di rating, i cui mandanti sono i 10 gnomi malefici (5 banche d’affari e 5 SIM, tutte anglo-americane) che dominano il mercato finanziario mondiale che, ricordiamo, continua a rimanere senza regole e senza controlli.
Già si sono succeduti commenti europei molto irritati e stizziti, tra cui il Commissario UE agli Affari Economici Olli Rehn, che si è accorto (finalmente) della vera origine speculativa dell’attacco all’Euro, dichiarando: ''Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa'', aggiungendo che c’è chi ha fatto soldi dalla ''destabilizzazione''. Anche il Presidente della BCE Mario Draghi ritiene che dovremo imparare a convivere con i giudizi non proprio obiettivi delle agenzie di rating.
Infatti le agenzie di rating sono controllate da privati: Standard&Poor’s è americana, controllata da McGraw-Hill, un colosso di servizi finanziari, partecipata da Capital World Investors, State Street e BlackRock, Fidelity Investments e Vanguard Group (solo quest’ultima gestisce circa 1.600 miliardi di dollari). Moody’s, anch’essa americana, è controllata dal fondo Berkshire Hathaway (del finanziere multimiliardario Warren Buffett), e partecipata dalle medesime Capital World Investors, Vanguard, State Street e BlackRock, oltre a ValueAct Capital e T.Rowe. Fitch, invece, è per metà americana (il gruppo Usa Hearst) e per metà francese (Fimalac).
Tutte agiscono senza nessun controllo ed in assoluta non-regolamentazione, ed i loro controllanti e partecipati sono le medesime società di investimento che operano sul mercato finanziario, spesso in modo speculativo, tant’è che il loro comportamento aveva già da tempo sollevato più di qualche lecito dubbio, già dal settembre 2008, quando Lehman Brothers fu certificata da Standard&Poor’s con l’affidabilità massima (tripla A), appena pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi economica mondiale; peraltro il medesimo “errore” (?) era già avvenuto per Enron, per Parmalat, etc.
È appena il caso di sottolineare che la Gran Bretagna continua a restare immune da qualsiasi declassamento o benché minimo “avviso”, nonostante la banca d’affari USA Morgan Stanley la posizioni come il paese più indebitato al mondo (vedi Il mercato finanziario non è un “fantasma”).
Fra l’altro, l’ultima dichiarazione del responsabile europeo di Standard&Poor’s che assicura la Germania di mantenerla nella tripla A anche in caso di una sua recessione, non è solo il riconoscimento implicito che l’atteggiamento “rigorista” dell’attuale governo tedesco è nei fatti il miglior alleato di chi persegue l’obiettivo di smantellamento dell’euro, ma dimostra anche la logica imperiale che ispira chi domina i mercati finanziari, che non è nient’altro che la traduzione moderna della vecchia regola romana del “dividi et impera”, dove chi pensa di salvarsi da solo è miope, non comprendendo che l’unica via di salvezza risiede nel mantenimento e rafforzamento dell’unità di tutta Eurolandia.
Viene da chiedersi: oltre alle motivazioni economiche, in quanto è ovvio che i 10 gnomi malefici e le società proprietarie delle agenzie di rating realizzerebbero profitti speculativi enormi da una “rottura dell’Euro”, non c’è forse qualche altro motivo più nascosto, magari inconfessabile e non dichiarato perché altrimenti deteriorerebbe l’immagine della finanza come solo “business senza alcun colore politico od ideologico” ?
Senza alcuna esitazione è proprio qui il punto: a dispetto delle interessate negazioni dell’evidenza, il capitalismo finanziario anglo-americano rappresenta non solo l’eredità e la continuità autentica dell’ideologia reaganian-tatcheriana, quanto l’anima nera che vuol mettere in ginocchio l’Europa, soprattutto per ciò che essa rappresenta dal punto di vista del modello sociale europeo (alternativo all’ideologia neo-liberista basata sulla divaricazione delle diseguaglianze), il quale nonostante qualche differenza tra paese e paese, è fondato, in modo molto significativo nei paesi nord-europei (Scandinavia, Germania, etc.), su welfare generalistico, diseguaglianze ridotte, solidarietà, protezione sociale, attenzione ai più deboli ed esposti, etc., e proprio per questo motivo rappresenta il nemico da abbattere.
Non è un caso se il tea-party ed i repubblicani americani (che con i conservatori inglesi, sono il supporto ideologico del sistema finanziario) dichiarano che il loro primo obiettivo è demolire la riforma sanitaria di Obama, nonostante sia un sistema generalistico parziale, ma rappresenta comunque un intralcio alla assenza di protezioni sociali, che è l’architrave della “libertà” incontrollata e deregolata di dominio, di sfruttamento e di sopraffazione.
Ma non è sempre stato così: tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ‘80 il capitalismo fu in qualche modo regolato, anche per la presenza di una grande ombra ad Est, che induceva imprenditori, banchieri, finanzieri, a non essere ingordi; per cui soprattutto in Europa si sono affermati sistemi di welfare, gli orari di lavoro furono ridotti, fino alle 35 ore settimanali francesi. Dopo la caduta del muro di Berlino dell’89 è iniziata l’aggressione del capitalismo neo-liberista alle conquiste sociali acquisite tra il ‘60 e l’80, in nome del “dio denaro”, della libertà assoluta del mercato senza regole e controlli; oggi l’ideologia neo-liberista domina il mondo; le grandi aggregazioni finanziarie anglo-americane e cinesi sembrano in grado di condizionare l’intera umanità senza argine e senza alcuna sorveglianza.
È quindi evidente che l’affermarsi sulla scena mondiale di un terzo attore, quale può essere l’Europa unita, rappresenta un pericolo, non solo perché terzo incomodo, quanto soprattutto in qualità di portatore di un modello sociale ispirato a valori opposti all’egoismo neo-liberista, bensì fondati sull’equità, la solidarietà, un sistema di welfare e protezione sociale, etc.
Ce la farà l’Europa a fare questo salto di qualità verso un’unione non solo monetaria ma anche economica, sociale, per approdare a quella politica, che adotti come paradigma il modello sociale europeo? Le prossime elezioni in Francia e Germania potranno contribuire a fornire la risposta.
E l’Italia? Riuscirà ad uscire dall’imbuto in cui è sprofondata (confermato dai dati Istat di questi giorni), anche grazie ai governi sconsiderati dell’ultimo decennio? La speranza (che è l’ultima a morire) risiede nel fatto che, quando l’Italia sembra non avere più nessuna chance, quando è senza apparenti vie d’uscita, finora è sempre riuscita a trovare, al proprio interno, la forza per riemergere.
La storia italica insegna che quando ci troviamo stretti in angolo, nell’emergenza, diamo il meglio di noi; siamo i campioni mondiali di “salto ad ostacoli” (basta rammentare la ricostruzione post-bellica ed il miracolo economico, o l’ingresso per niente scontato nell’euro, oppure le vittorie mondiali di calcio, in condizioni proibitive, nel 1982 in Spagna e nel 2006 in Germania).
I prossimi mesi daranno la risposta, soprattutto se insieme riusciremo a ri-trovare un senso civico dello stare insieme che non sia egoistico nè rispondente a logiche clientelar-familiari, ma incardinato nella giustizia sociale, che riscopra il senso di appartenenza collettivo e la ricerca del benessere dell’intera comunità, non solo di pochi; ed attraverso questa via dare anche un importante contributo al completamento della costruzione europea.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)Il declassamento di mezza Europa da parte di Standard&Poor’s, tra cui la... more
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Nei giorni scorsi è apparsa (inosservata) la notizia dello studio della banca d'affari americana Morgan Stanley e pubblicato da BusinessInsider, che usando un calcolo più esteso (non solo il debito degli Stati ma anche il debito delle istituzioni finanziarie/banche; quello non finanziario, delle imprese; il debito delle famiglie), indica nel REGNO UNITO il paese più indebitato al mondo, con il rapporto debito/PIL del Regno Unito pari al 900%.
Se aggiungiamo i dati sul debito USA che è di 4 punti superiore all’intero debito dei Paesi dell’area Euro, risulta chiaro che nei comportamenti del “mercato finanziario” entrano in gioco non solo e non tanto le valutazioni “oggettive” sulle affidabilità e solidità dei singoli stati, quanto la propria auto-difesa di dominio incontrastato coniugata con l’appartenenza nazionale.
Infatti il “mercato finanziario” non è un’entità astratta, indistinguibile, fumosa, non identificabile, quasi un “fantasma”, ma è fortemente condizionato, per non dire governato di fatto, da 10 gnomi malefici (veri eredi ed interpreti autentici delle politiche reagan-tatcher) cioè 5 banche d’affari e 5 SIM (società di intermediazione mobiliare), che sono tutte anglo-americane, che peraltro si avvalgono di 3 agenzie di rating (anch’esse statunitensi): questa è la vera spiegazione del perché nessuno pensa di attaccare le banche inglesi o il Regno Unito; anzi, ciò spiega molto il recente rifiuto di Cameron di non appoggiare le decisioni europee del 9 dicembre scorso, motivato appunto dalla richiesta (non accolta) di avere esenzioni e deroghe per la City e per le Banche inglesi.
Per lo stesso motivo anche gli USA ed il dollaro risultano al riparo da speculazioni finanziarie; la conferma si è avuta ad agosto 2011, quando il declassamento degli Stati Uniti da tripla A ad AA+ da parte dell’agenzia di rating Standard&Poor’s (che a settembre 2008 dava l’affidabilità massima -tripla A- a Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi) ha avuto come effetto non solo le ultime massicce speculazioni, ma anche poco tempo dopo, che il massimo responsabile di Standard&Poor’s, è stato costretto alle dimissioni.
Ovviamente le agenzie di rating rimangono il braccio operativo dei 10 gnomi malefici che perseverano nell’attacco ai Paesi dell’Euro, con l’obiettivo recondito di far saltare la moneta unica europea, sia per consolidare lo strapotere mondiale nonché ottenere ulteriori terreni speculativi e di profitto, salvo continuare sul piano interno USA ad usare indebite pressioni per favorire il tea-party ed i repubblicani, sostenitori e teorici del neo-liberismo senza vincoli e controlli.
E l’Europa? A parte tentativi di difesa ritardati e molto parziali, perciò non molto efficaci, sembra impotente di fronte ai tentativi dei mercati finanziari (orchestrati dai 10 gnomi malefici anglo-americani) di smantellare l’euro, con l’attacco ai singoli stati (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, anche Francia e Germania non sembrano al riparo). Fra l’altro con la palese contraddizione dei suoi massimi esponenti: da un lato Merkel e Sarkosy fanno finta di dimenticarsi che nel 2003 Germania e Francia chiesero ed ottennero deroghe sullo sforamento dei parametri europei, dall’altro Rhen –Commissario economico europeo e Junker –Presidente Eurogruppo, che assieme al duo “Merkosy”, nei rispettivi paesi appaiono difensori del proprio modello sociale nazionale, mentre dal pulpito “europeo” ripropongono ai paesi i difficoltà, cure draconiane neo-liberiste quale unica soluzione per curare le crisi originate dal capitalismo neo-liberista (valga per tutti l’esempio Grecia, che all’inizio poteva essere salvata con un intervento tempestivo e meno devastante, utilizzando minori risorse di quelle che sono state e continuano ad essere necessarie, mentre i continui rinvii europei nelle decisioni e l’imposizione di politiche di tagli neo-liberisti ha prodotto l’unico risultato di avere un paese (ben oltre i propri demeriti e privilegi insostenibili) che è quasi in bancarotta oltre che disastrato sul piano sociale, occupazionale, dei redditi, con scarse possibilità di risalita; tant’è che c’è chi insiste a teorizzare un default pilotato per la Grecia, che l’inettitudine europea ha finito di affossare.
Ripeto una considerazione più volte espressa: COME MAI SI PERSEVERA NEL RIPROPORRE CURE DA CAVALLO DI STAMPO NEO-LIBERISTA PER RIMEDIARE ALLE CONTINUE E RICORRENTI CRISI FINANZIARIE ORIGINATE DAL CAPITALISMO NEO-LIBERISTA? Probabilmente l’obiettivo recondito è quello di porre fine una volta per tutte, a quel che resta del modello sociale europeo, imponendo smantellamenti del welfare e scaricando i sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, evitando nel contempo che chi è causa dei disastri ne paghi il costo.
Sembrano dissolte, quasi scomparse, le teorie di politica economica di Keynes e di Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc., a fronte del dominio incontrastato del pensiero neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee.
Nonostante ciò, credo che questo 2012, possa rappresentare l’anno della speranza, perché sia in Francia che in Germania (oltre che negli USA) ci saranno le elezioni, che mi auguro possano determinare un Mitterand od un Khol (padri nobili dell’euro); cioè leader che siano in grado di anteporre l’Europa ai loro interessi personali, di partito o nazionali; perché quest’ultima crisi scaricata sull’euro e sull’Europa, ha evidenziato in modo irrefutabile che l’attuale “europa in mezzo al guado” non ha prospettive; se resta ferma muore e muore l’euro, quindi l’unica strada obbligata è attraversare il guado ed andare sulla sponda di un’Europa che si integri e con chi ci sta (Gran Bretagna fuori) passando dall’unione monetaria, a quella economica e sociale, per una governance dell’economia (anche finanziaria) in grado di imporre regole e che istituisca organi che governino il mercato in funzione di interessi e benessere comune non misurabile solo in termini di profitto; per approdare infine all’unione politica europea, che a quel punto potrebbe condizionare il resto del mondo ed offrire il modello sociale europeo quale alternativa planetaria al neo-liberismo (che palesa la sua vera natura autoritaria e refrattaria alla democrazia, in quanto assolutamente compatibile, per non dire complice, con regimi dittatoriali od ove imperano limitazioni antidemocratiche delle libertà e diritti civili e politici, come ampiamente dimostrato in Cina).
L’Europa non si salva se non si unisce definitivamente, e nessun paese può pensare di salvarsi dalle ceneri dell’Euro, perché tutti nessuno escluso (compresi i “rigoristi oltranzisti” che nascondono l’illusione non dichiarata di poter trarre, al termine della crisi, un vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi), verranno sbranati dall’avidità sconfinata ed irresponsabile dei mercati finanziari e dei loro gnomi malefici, con il risultato della prosecuzione del dominio incontrastato dell’egoismo neo-liberista nel mondo senza più oppositori o detentori di modelli sociali alternativi (proprio per questo ai loro occhi pericolosi e da abbattere); in sostanza non ci sarà più speranza per un futuro migliore per i molti che sono “il 99%” (Occupy Wall Street), condizione che invece resterà esclusivamente confinata e relegata ai soliti pochi ricchi ed ingordi.
Perciò rimango fermamente convinto che sia indispensabile oltre che urgente (cogliendo l’opportunità offerta dalla crisi), riuscire ad interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta, che solo una accelerazione dell’unione europea può fornire (da monetaria ad economica, sociale e politica, che assuma quale paradigma l' “European Social Model”), per un risveglio di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)Nei giorni scorsi è apparsa (inosservata) la notizia dello studio della banca... more
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Sabato 15 ottobre, in tutto il mondo, non solo occidentale, dall’Europa al Sud-est asiatico, dagli USA all' America Latina, in 82 paesi ed oltre 950 città, ci sono state imponenti manifestazioni di protesta degli “indignati”, rivolte contro le nefaste conseguenze del tracotante potere finanziario che è all’origine della crisi economica mondiale, nonché contro l’insensibilità, l’impotenza (che spesso diventa connivenza e sfocia nella corruzione) della politica.
Le manifestazioni sono state ovunque pacifiche, compreso Atene (smentendo la sua recente fama violenta), mentre unicamente a Roma, un gruppo preorganizzato ed infiltrato di delinquenti incappucciati, peraltro isolati e condannati dalle altre migliaia di manifestanti, ha messo a ferro e fuoco la città, con l’unico risultato di oscurare la grande partecipazione civile e pacifica e le sue motivazioni (fra l’altro riconosciute giuste e condivisibili anche dal prossimo presidente della BCE, Mario Draghi, oltre che da Timothy Geithner, Segretario al Tesoro degli USA).
Il movimento degli “indignatos” è iniziato in Spagna (penso ispirati dal bellissimo libretto – Indignatevi – del 94enne Stefan Hessel, che è stato tra gli estensori materiali della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”); ora sono dilagati in tutto il mondo, compreso gli Stati Uniti, dove hanno investito non solo il tempio della finanza mondiale – Wall Street (perciò sono chiamati “Occupy Wall Street”), ma si sono estese anche in quasi tutti gli stati americani, compresi quelli a radicata tradizione repubblicana, forse raccogliendo il seguito di Stefan Hessel, quando nel suo secondo libro – Impegnatevi – esorta i giovani ad una «INSURREZIONE PACIFICA» per immaginare il proprio futuro e lottare per riuscire a costruirlo, invitandoli ad «intraprendere un’azione», perché l’indignazione, da sola, non basta.
La sensazione è che (finalmente) siamo in presenza di un movimento di opinione pubblica mondiale (composto soprattutto da giovani) che presenta i primi germi di costruzione di una cultura alternativa al dominio del “dio denaro” del neo-liberismo deregolato e dirompente, che tanti guasti ha generato e di cui ne paghiamo ancora le conseguenze disastrose che si sono scaricate sul lavoro e sui redditi fissi, sottintendendo anche una richiesta alla “politica” di non abdicare a vantaggio dell’avidità del sistema finanziario, ma di ri-assumere la propria funzione di governance in nome del bene comune, dell’interesse collettivo, non a favore di pochi ricchi e potenti.
Una richiesta di “politica” soprattutto europea, resa ancor più pressante dagli ultimi assalti del capitalismo finanziario rivolto prima ai Paesi PIGS (in particolare verso la Grecia) e da quest’estate anche verso l’Italia (forse con l’obiettivo recondito di abbattere l’Euro). Ma l’intero deficit dei Paesi dell’area euro è inferiore di 4 punti rispetto al deficit degli USA; eppure nessuna Banca d’investimento o SIM o Fondo speculativo si sognerebbe di attaccare gli USA oppure di mettere sotto pressione la California (il cui deficit è addirittura superiore a quello della vituperata Grecia). Come mai? Il motivo, semplicemente, risiede nell’inesistenza dell’Europa come “insieme”, come entità politica, quindi per la speculazione finanziaria è più facile attaccare i singoli Paesi europei ad uno ad uno, secondo la sempre attuale logica imperiale del “divide et impera”, per continuare imperterrita nel dominio mondiale. È del tutto evidente che sarebbe necessaria quantomeno una “governance europea” dell’economia e della finanza che imponga regole ed istituisca organi di controllo del mercato in funzione degli interessi collettivi e comunitari più che rivolti al profitto, innescando l’auspicata inversione di tendenza verso un’ “Europa politica”, dove prevalgano le priorità sociali ed economiche sugli aspetti monetari. Al momento questa rimane più una speranza che una realizzazione a breve.
Ma il punto è come dare una risposta di buona politica alle richieste degli indignati, evitando che scivolino nell’alimentare la protesta rassegnata o sterile (astensione al 30%, “grillini”, etc.), o che sprofondino nel “populismo antipartitico” (ben descritto da Nadia Urbinati nell’articolo “il pericolo del doppio populismo” pubblicato sul sito di AReS), oppure, peggio ancora, che si possano tradurre in deprecabili fenomeni violenti e controproducenti, con sommo gaudio delle destre (vedi la “Padania”, “Libero”, il “Giornale”), le quali non aspettano altro che l’occasione per scatenare una dura reazione (magari accumunando artatamente i manifestanti con i violenti, per zittire qualsiasi dissenso), ottenendo nel contempo, il risultato di depistare l’attenzione e soprattutto sminuirne le RAGIONI, evitandone quindi la loro diffusione pubblica.
Per questo ritengo assolutamente prioritario ed urgente, quale pre-condizione per poter vincere contro lo strapotere finanziario, poter offrire a questi movimenti ed alle giovani generazioni una “bussola”, un progetto ideale, che raccolga la prorompente richiesta di equità, solidarietà, giustizia sociale e prospettive di futuro, emersa da queste imponenti manifestazioni, tanto più necessaria in relazione alle pressioni dei mercati finanziari sullo spread ed indispensabile al fine di evitare che il messaggio degli indignati si spenga come un fuoco di paglia, lasciando campo libero al dominio del capitalismo finanziario, ai privilegi delle cricche e delle caste, alle impunità di evasori e corruttori, al sistema clientelare delle appartenenze familiar/corporative che annienta il merito ed abbandona chi ha bisogno, probabilmente ancora per molti anni.
L’Associazione AReS ha già dichiarato di raccogliere questa domanda per una politica migliore, per una imprenditoria, per un sindacato, per una società civile migliori e responsabili.
Ciò è reso ancora più impellente dalla carenza di proposte di prospettiva da parte di chi ne dovrebbe essere deputato: una maggioranza di governo preoccupata soltanto di salvaguardare il proprio capo e di conservare il consenso del blocco sociale di riferimento; le opposizioni che invece di apparire concentrate solo in discussioni sulle alleanze, combinazioni tra partiti, leadership, assetti interni, narrazioni immaginose ma prive di contenuti, etc., devono privilegiare e comunicare la costruzione di una proposta su “COSA FARE PER L’ITALIA”, lasciando come conseguenza la questione delle formule, che altrimenti rischia di sembrare una scatola vuota, implicitamente dando spazio all’idea sbagliata e malsana che sono tutti ugualmente responsabili.
AReS, anche a seguito dei 3 Convegni già realizzati sulla “Sostenibilità finanziaria dei sistemi di welfare”, sul “Riformismo politico e sociale”, sulla “Governance equo-solidale dell’economia” (editi nel prossimo numero della rivista ReS), farà una proposta di “visione del futuro” (cercando di coinvolgere tutti coloro che siano disponibili – associazioni, singoli, etc., comunque “cervelli liberi”) per ri-costruire un Paese equo e solidale fondato su una nuova economia sociale di mercato (quale crocevia delle diverse culture sociali del secolo scorso: cattolica, socialista, liberal-democratica) che riduca le diseguaglianze e dia una prospettiva credibile alle giovani generazioni.
Ovviamente una proposta “aperta”, ma comunque una proposta da diffondere anche utilizzando gli strumenti della rete (che sono non controllabili od oscurabili), per tentare di orientare il dibattito politico e sociale e finalizzarne le scelte conseguenti, che sia imperniata sulla riduzione delle diseguaglianze socio-economiche (l’IMPOVERIMENTO DEI REDDITI DA LAVORO E DA PENSIONE, la RAREFAZIONE DI OPPORTUNITÀ DI LAVORO STABILE, soprattutto per i giovani, le donne ed al Sud, etc.), che rappresentano un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, al fine di riuscire ad evolvere “dal DECLINO allo SVILUPPO EQUO e SOLIDALE”.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen.AReS)Sabato 15 ottobre, in tutto il mondo, non solo occidentale, dall’Europa al... more
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Pubbliciamo il comunicato Stampa inerente la proclamazione dei vincitori del “Premio Impatto Zero!”, avvenuta domenica 25 settembre a Padova, in occasione della Festa provinciale del volontariato e della solidarietà, all’interno del progetto “AmbientAzioni”, per valorizzare le buone pratiche amiche dell’ambiente esistenti sul territorio padovano e insieme per diffondere la cultura della sostenibilità.Pubbliciamo il comunicato Stampa inerente la proclamazione dei vincitori del... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
L’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze catastrofiche che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, ricambiate ancora e per più volte, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza, l’assistenza ed i servizi erogati dagli enti locali a sopportare il maggior peso di tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero esattamente il contrario, cioè che la politica ha abdicato in favore dei mercati finanziari.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Lo dice un’indagine dell’Onu, non i critici del capitalismo.
Quindi, non lasciare, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organismi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nel benessere (definito anche felicità collettiva) e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
Che fine hanno fatto le teorie di politica economica di J.M. Keynes e di J.K.Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc.?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (PIGS = Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, ora anche l’Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
L’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze catastrofiche che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, ricambiate ancora e per più volte, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza, l’assistenza ed i servizi erogati dagli enti locali a sopportare il maggior peso di tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero esattamente il contrario, cioè che la politica ha abdicato in favore dei mercati finanziari.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Lo dice un’indagine dell’Onu, non i critici del capitalismo.
Quindi, non lasciare, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organismi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nel benessere (definito anche felicità collettiva) e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
Che fine hanno fatto le teorie di politica economica di J.M. Keynes e di J.K.Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc.?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (PIGS = Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, ora anche l’Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
La peculiarità dell’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze negative che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza e l’assistenza erogata dagli enti locali a sopportare il maggior peso dei vari tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero il contrario, che la politica ha abdicato a favore dei mercati.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Non è un sospetto propagato dai critici del capitalismo, lo dice un’indagine dell’Onu.
Non lasciare, quindi, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nella felicità collettiva e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (Grecia, Spagna, Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
FLAVIO PELLIS – segretario generale AReSNei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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