tagged w/ Metamorfosi Ovidio
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From Metamorphosis by Ovidio
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Paragrafo conclusivo di RADICAL CHANGE, traduzione visiva, filmica, spaziale, sonora delle Metamorfosi di Ovidio, l’ultimo progetto performativo prodotto da Lenz Rifrazioni, creazione e regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, elaborazione musicale di Andrea Azzali. IO è interpretato da Sandra Soncini, performer storica di Lenz Rifrazioni e straordinaria protagonista della trilogia faustiana. A partire dagli anni novanta l’attrice ha attraversato artisticamente le maggiori drammaturgie esplorate dalla compagnia di ricerca, incarnandone con massimo rigore l’estremismo espressivo. La metamorfosi della ninfa Io, oggetto delle attenzioni amorose di Giove e trasformata dal dio in giovenca per celarla agli occhi della moglie Giunone, viene ricreata attraverso una dettagliata riflessione materica sul concetto di corpo mistico. L’identità del corpo sacro si definisce nell’esaltazione di un’estasi ipertrofica, una formosità liturgico-patalogica che si imprime nella pagina di fango e sabbia su cui lasciare la propria impronta corporea. Fondandosi sull’eccesso di dinamicità (la corsa senza sosta a cui è costretta Io dalla rabbia di Giunone) il movimento performativo si compone in una sollecitazione gastrica continua pungolata incessantemente dall’impellenza del suo contrario. La serialità di un contenitore di carne “Simmenthal”, involucro identitario della vacca, visualizza iconicamente il passaggio metamorfico da corpo umano a corpo animale. Sprofondando in un’estasi religiosa il muggire lacrimevole della vacca aspira ad un colloquio intimo con un divino che non appare. Paragrafo conclusivo di RADICAL CHANGE, traduzione visiva, filmica, spaziale, sonora... more
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Segmento neobarocco nell’ultima iconostasi performativa di Lenz Rifrazioni, DAPHNE_You must be my tree è un nuovo paragrafo di RADICAL CHANGE, traduzione visiva, filmica, spaziale, sonora delle Metamorfosi di Ovidio.
DAPHNE è un’inflessione plastica sull’identità geometrica del corpo virginal, intatto, puro. La giovanetta senza sangue prende forma dalla silhouette della performer stessa, creando in doppia cadenza volumetrica una sagoma-figurina composta da un mosaico di legni residuali, che misurano pochi centimetri. La materia lignea, di sostanza vegetante, aspira a diventare nuovo e vero corpo sprofondando dentro l’attrice come opera metamorfica di estremo impatto fisico. Il corpo di Daphne, a cui è rimasto solo il contatto con la materia, diventa per un attimo eterno e potente quanto il legno. Se la drammaturgia si fonda sul rapporto esclusivo ed unico con la materia-legno, i gesti e le micro-azioni sacrificali sono strutturate in un ambiente scenico estremamente semplificato: la giovane ninfa bionda iconica, memoria delle giovani donne dei film di Godard, entra in scena con una valigetta maschile che conserva al suo interno, come un documento segreto, la preghiera che rivolgerà al padre Peneo per sfuggire al desiderio amoroso di Apollo. Le sue mani, già pronte alla preghiera, costruiscono tramite i pezzetti di legno un altare corporeo per annunciare l’imminente atto metamorfico che le sarà presto concesso. Sola nel boschetto urbano in cui vive eterna, Daphne ubbidisce all’unica estasi dei suoi zoccoli ortopedici, e supplica che la sua adolescenza sia un’eclampsìa senza tempo.
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