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Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto al testo iniziale del governo; vedi l’art.18, sul licenziamento individuale per “ragioni economiche”, in cui l’onere della prova ritorna a carico all’impresa, ed è ripristinato il reintegro quale sanzione a disposizione del giudice (assieme all’indennizzo economico). Sull’art.18 si sono scatenate valanghe di polemiche. Alcune sono state palesemente ideologiche: dalla FIOM che si conferma antiteticamente contrapposta a prescindere, a chi lo ha presentato come discriminante per l’impresa, gabellandolo per modernità, mascherando una resa dei conti finale delle conquiste di civiltà degli anni ’70. Altre più di merito, riferite alla collocazione della decisione (al giudice o all’impresa), vedi la dirigenza di Confindustria che – pur in scadenza di mandato – ha definito la riforma pessima, con l’aggiunta di minacce occupazionali. Detto altrimenti: non si può dire che bisogna restare in Europa, e perseverare a negare l’applicazione dello schema tedesco, dove il giudice decide (più europeo di così), per invocare un modello “terzomondista”, dove la discrezionalità dell’impresa è assoluta. Questo è il contrario di riformare; è la regressione nei rapporti di lavoro, nelle relazioni tra le parti sociali, sul versante della civiltà.
Ma più che una disputa sul reintegro, mi preme riflettere sul perché si è pervicacemente insistito (e si continua) nel voler a tutti i costi uno “strappo” sull’art. 18, per quali motivi, a che scopo, per quali obiettivi (più o meno nascosti), con quali conseguenze, sul piano sociale, economico, delle relazioni e dei rapporti di lavoro; quindi sul futuro del paese. Per dirla in latino: cui prodest?
Mi spiego meglio: nell’ipotesi (per fortuna rientrata) del licenziamento individuale per motivi economici sanzionato solo con l’indennizzo senza reintegro, si sarebbe generato un clima diffuso di sottomissione derivante dal ricatto permanente sotto la minaccia del licenziamento individuale “facile”; tale da favorire una prevedibile “pressante richiesta”, una “pressione autoritaria” verso i lavoratori per l’accettazione e la stipula dei “contratti di prossimità” sanciti dall’art. 8 del D.L. 138/2011, quindi in deroga peggiorativa rispetto alle norme contrattuali e di legge.
Al di là delle pur condivisibili obiezioni di legittimità che accordi aziendali di prossimità possano derogare “in pejus” la legge, mi soffermo su questo scenario (l’obiettivo nascosto dell’attacco all’art.18): una “SVALUTAZIONE INTERNA BASATA SULLA COMPRESSIONE DEL LAVORO”, sul piano delle normative, dei diritti ed anche del salario.
In altri termini, non è più percorribile (essendoci l’Euro) la vecchia pratica di affrontare le cicliche congiunture economiche con la svalutazione monetaria, si punta ad una “svalutazione del lavoro” con la diffusione di una politica contrattuale “balcanizzata”, per scardinare le norme del CCNL (e la sua esistenza) e disapplicare pure la legge; il dominio del più forte, la legge della giungla, in grado di frantumare qualsiasi logica collettiva e di esaltare il potere economico, che da noi è composto, oltre e soprattutto di imprenditori seri e responsabili (i quali meno male che ci sono e sono anche tanti), persino e purtroppo, da “pizzicaroli”, di approfittatori da prendi i soldi e scappa, disposti a tutto (vedi i ricorrenti scandali di evasori, truffatori, corruttori, occultatori di beni nei paradisi fiscali, etc.).
Questo è stato il vero obiettivo non solo dei teorici del capitalismo neo-liberista avido e refrattario alle regole ed ai controlli, ma anche di chi, soprattutto nell’ultimo decennio, si è dedicato con insistenza, nella ricerca del vantaggio immediato, del profitto a breve e dell’immunità da qualsiasi rendiconto (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento a scapito della collettività, propagandata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10).
In sostanza, la sola strada ritenuta percorribile è la svalutazione continua (della moneta, del lavoro, etc.) per recuperare competitività per le imprese del segmento manifatturiero più basso, quelle produzioni a basso costo-lavoro e a bassa tecnologia facilmente riproducibili; una scelta miope, perchè ci sarà sempre un paese emergente in grado di offrire manodopera ad un costo sempre minore (prima i paesi dell’est-europeo, oggi Cina e India, domani … ?); per di più, si rischia di condannare il paese ad un declino irreversibile.
È una scelta sbagliata, perché ci si sarebbe dovuti dedicare (come gli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, per produzioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, con contenuti di tecnologia, know-how, di creatività, di qualità, sempre in evoluzione e non replicabili altrove, in grado di garantire profitto, reddito e occupazione, mantenendo da noi i cervelli e richiamando più laureati e manodopera altamente qualificata, che saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza; questo è il destino dei paesi più industrializzati ed anche dell’Italia.
Perciò non servono i teorici nostrani del neo-liberismo, bensì una condivisa visione sul piano delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro. C’è da augurarsi che il prossimo cambio al vertice di Confindustria, possa riannodare il filo interrotto del rapporto diretto tra le parti sociali, così come si riprenda l’unità fra i sindacati quale valore aggiunto fondamentale (oggi è anche stato di necessità), rinunciando ognuno a qualcosa, soprattutto al personalismo giocato sulla maggior arrendevolezza o sull’antagonismo aprioristico: il contrario della contrattazione e concertazione.
La concertazione ci ha portato in Europa, senza la concertazione (l’ultimo decennio di Bossi-Berlusconi) siamo stati retrocessi in Europa; perciò, anche per passare dalla latente disgregazione alla coesione sociale, non giova l’imposizione senza concertazione (è controproducente), ma serve più concertazione diffusa verso un sistema “partecipativo” (simile al modello tedesco, che è assunzione reciproca di responsabilità diretta e conseguente governance condivisa dei processi). È necessaria la proliferazione ed estensione di accordi in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” (rinnegando la logica imperante di ricerca del profitto a breve, da conseguire a qualsiasi costo anche con metodi autoritari o addirittura illeciti) con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia la cultura del modello antagonista, sia quella subordinata od opportunista, che sono entrambe funzionali all’attuale sistema industriale deresponsabilizzato e marginalizzato. Cioè entrambi (impresa e lavoratori) devono acquisire la consapevolezza di valori e ragioni comuni e condivisi (la solidità competitiva dell’impresa unita alla valorizzazione del lavoro e dell’occupazione), che rendano reciprocamente conveniente definire obiettivi di efficacia, efficienza e produttività perseguibili, ed al raggiungimento degli stessi, redistribuirne i benefici conseguenti tra lavoro e capitale in funzione del contributo dato da ciascuno (gli esempi virtuosi non mancano: Ferrero, Barilla, etc., etc.).
Per questa via si alimenta anche l’idea di un sistema capitalistico socialmente responsabile in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale (alternativo al neo-liberismo).
In sintesi: anziché ricercare una sbagliata “svalutazione interna”, andrebbero individuate le vie per la crescita (ed occupazione stabile) realizzando politiche di sostegno all’innovazione di prodotto e di processo, alla ricerca ed al sistema formativo, al rilancio di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” per politiche attive e di redistribuzione del lavoro, da coniugare con l’equità, la solidarietà e l’eguaglianza delle opportunità.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto... more
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A fine aprile sono stati diffusi i dati OCSE sulle retribuzioni, i dati ISTAT ed INPS sui pensionati ed i redditi, su cui ci sono state diffuse esternazioni, dallo stupore alla sorpresa, alla quasi incredulità, dal bisogna fare qualcosa, al “è necessario pensare alla crescita”, etc. Ma questi dati non sono affatto nuovi. Sono identici a quelli riferiti al 2007 (prima del fallimento Lehman Brothers a fine sett.2008, che diede inizio alla crisi finanziaria e conseguente recessione mondiale).
Per chi ha la memoria corta, già nel 2007:
• l’OCSE posizionava le retribuzioni italiane al 23° posto (molto inferiori a Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, etc.);
• l’INPS certificava che i pensionati al disotto di 500 euro/mese erano quasi 4 milioni 500mila, quelli sotto i 1000 euro/mese erano circa 10 milioni, ed il 92% dell’intero sistema pensionistico era sotto i 2000 euro (pari a 1500 euro/NETTI/mese);
• l’ISTAT confermava la perdita delle retribuzioni italiane del 13% rispetto alla media europea in 7 anni (dal 2000); nonché che il 34,7% delle famiglie non arrivava a fine mese, mentre il 59,5% erano quelle con qualche difficoltà, per un totale del 94,2%; inoltre che il 30% non era in grado di far fronte ad una spesa straordinaria, anche modesta; infine che il potere d’acquisto pro-capite nel 2008 era sotto il livello del 2000 (con – 0,9%);
• in più, i dati sulla crescita nel periodo 2000-2008 già dimostravano che siamo fermi da anni; l’Italia è stato il paese europeo cresciuto meno in assoluto: appena un misero 1,4 %, a fronte del 10% dell’area euro ed il 12,1% dell’Unione europea; dati più che confermati nel 2010 dal F.M.I. che ci mettevano al penultimo posto mondiale nell’ultimo decennio: 179° su 180 paesi: solo Haiti, è cresciuto meno di noi (ci voleva un paese distrutto da un terremoto devastante, per fare peggio dell’Italia!).
Tutto ciò dimostra che la recessione è iniziata molto prima della crisi mondiale di autunno 2008; perciò sostengo che siamo in recessione dal 2002-2003 (vedi IL TORDO INGORDO-Ed.UNIService); solo aggravata negli ultimi 3 anni e mezzo.
In particolare, nel 2002 con il passaggio Lira/euro, l’equivalenza 1 euro = 1000 lire ha determinato il sostanziale raddoppio dei prezzi ed il conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei redditi di lavoratori e pensionati. Infatti il Comitato di sorveglianza sui prezzi (non sono sicuro sulla dicitura) è stato abolito dall’allora governo Berlusconi, rendendo impossibile poter esercitare alcun controllo.
Inoltre la legge 30 del 2003 ha amplificato le forme di contratti “flessibili” che sono diventate precariato permanente, perchè il suo grande vantaggio contributivo rispetto al lavoro stabile è la causa principe della sua enorme diffusione; che probabilmente non diminuirà molto, in quanto la prossima riforma del mercato del lavoro non servirà a granchè, al fine del ridimensionamento della precarietà.
Quindi, non si può parlare di crescita se non si affrontano con urgenza e decisione le questioni annose delle DISEGUAGLIANZE: nella DISTRIBUZIONE DEI REDDITI e nella RAREFAZIONE DEL LAVORO STABILE; l’urgenza deriva dal fatto che un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea disgregazione sociale.
Si cresce soprattutto se aumenta la domanda interna, che rappresenta il 70% del PIL; ma la domanda interna è fortemente influenzata dalla capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione.
L’incremento della domanda interna quindi, si ottiene da un lato aumentando il potere d’acquisto dei redditi di lavoratori e pensionati, dall’altro aumentando la platea della domanda, quindi maggior occupazione, soprattutto stabile (il nostro tasso di occupazione è al 56%, contro il 71% in Germania, il 69% in Gran Bretagna, il 67% in Francia, una media UE del 65%).
Perciò sono necessarie: politiche fiscali redistributive a vantaggio dei redditi da lavoro e da pensione; la diffusione di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” che ripartisca i benefici derivanti dagli incrementi di produttività; inoltre va reintrodotta la rivalutazione delle pensioni (che non hanno altro modo per difendersi dall’inflazione) utilizzando l’indice dei beni ad alta frequenza d’acquisto, con un sistema inversamente progressivo non oltre una certa soglia (quindi non lineare), come ad es. fino ai 35-40mila euro/anno, limite oltre cui cessa la rivalutazione; finanziandolo anche con un contributo di solidarietà a carico sia delle alte pensioni (oltre 60-80 mila euro/anno), sia delle cosiddette pensioni baby (oltre una certa soglia), che hanno finora beneficiato della pensione prima dei 35 anni di contributi.
L’allargamento dell’occupazione va perseguito sia con politiche industriali e di sostegno all’innovazione e ricerca, verso settori produttivi ad alta crescita, nell’innovazione dei processi produttivi aziendali per aumentare la competitività, con strutture formative e di ricerca adeguate; nonchè con incentivi all’occupazione stabile (disincentivando la precarietà), con politiche attive del lavoro ed infine con una accorta e lungimirante redistribuzione del lavoro.
Il punto è lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare occupazione); l’Ocse certifica che i paesi a maggiore produttività sono quelli con orari annui più corti (gli stessi con il più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari più lunghi sono quelli a più bassa produttività (ed a più basso tasso di occupazione, tra cui c’è l’Italia).
Come reperire le risorse?
• Dall’introduzione di una imposta strutturale sui grandi patrimoni (Bankitalia dimostrava già nel 2008, che il 10% delle famiglie deteneva il 48% della ricchezza nazionale, aumentando di 7 punti rispetto al 2000). Un calcolo approssimativo: ad es. con il 0,5% si avrebbero ben 24 miliardi di euro all’anno, corrispondenti a 10.000 euro medie annue per ogni famiglia ricca, le quali non verrebbero di certo impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, anche per il futuro dei loro come dei nostri figli.
• Inoltre, da una più incisiva lotta alle fonti occulte: l’evasione fiscale, che ammonta a ben 170-180 miliardi di euro/NETTI/anno di mancate entrate, il 27% del gettito fiscale complessivo, che ci mette al primo posto in Europa, secondo Tax Research London; la corruzione, che secondo la Corte dei Conti ammonta a quasi 70 miliardi di euro/anno; senza contare l’immenso patrimonio della criminalità organizzata. Si tratta di risorse enormi (caso unico in europa ed occidente), sottratte alla collettività, scaricando i costi del funzionamento dello stato (nelle sue articolazioni) unicamente sulla parte rimanente e più esposta della società.
Quindi, si tratta solo di volerlo fare (ad es. un recupero del 10% all’anno, si avrebbe un ulteriore gettito di 18 miliardi di Euro netti per il primo anno, 36 miliardi di euro per il secondo, 54 miliardi di euro per il terzo anno, e così via); adeguando le normative, anche penali e di confisca dei patrimoni, emulando il modello USA (dove la maggior parte della popolazione carceraria americana non sono più “neri”, bensì “colletti bianchi”, cioè evasori e truffatori), con il vantaggio collaterale di scoprire e colpire anche la criminalità organizzata nella sua parte più sensibile, cioè le fortune illecitamente accumulate.
È difficile ma non impossibile, anche per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro furbizie, egoismi, corporazioni, clientele, malaffare, etc.
Per questa via si alimenta anche l’idea della ricostruzione del bene comune, di un senso etico pubblico e privato, di una collettività socialmente responsabile, in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale; al fine di costruire un futuro migliore per le prossime generazioni, per una società più giusta, più equa e più solidale, dove sia possibile la scalata dell’ascensore sociale.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)A fine aprile sono stati diffusi i dati OCSE sulle retribuzioni, i dati ISTAT ed INPS... more
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Improvvisamente (e finalmente) soffia un vento nuovo in Europa:
- il 3 maggio in Inghilterra il Labour è tornato ad essere il primo partito inglese, vincendo in quasi tutte le elezioni municipali;
- il 6 maggio in Francia c’è stata la straordinaria vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali, con la prevedibile prossima vittoria dei socialisti anche alle elezioni parlamentari di giugno;
- il 6 maggio in Germania la SPD e i Verdi hanno prevalso nelle elezioni del Land dello Schleswig-Holstein;
- il 13 maggio sempre in Germania, nel più popoloso e più industriale Land di NordReno-Westfalia, c’è stata la netta affermazione della SPD con il 39%, con il contemporaneo crollo della CDU di ben 9 punti (il partito della Merkel) che si è fermato a poco più del 25%, il peggior risultato dal 1945;
- in Italia, il 1° turno delle amministrative del 6-7 maggio, confermato dai ballottaggi, ha sancito il grande crollo di Lega e PDL (che hanno s-governato negli ultimi 8 anni su 10); che perdono quasi tutte le città.
- il prossimo 17 giugno ci saranno le ulteriori elezioni in Grecia (a seguito del fallimento per la formazione di un governo dopo le elezioni del 6 maggio), centrate sul tema della rinegoziazione delle politiche dei tagli intimati dall’Europa (meglio, imposti dal rigorismo tedesco), più che sul restare dentro o fuori dall’Euro.
Tutti questi dati vanno letti ed interpretati assieme, in quanto hanno come denominatore comune il confronto/scontro di due linee di politica economica contrapposte: da un lato l’ “ideologia neo-liberista” che in Europa è stata declinata nel rigorismo del duo “Merkel-Sarkosy”, secondo cui il dogma della “austerità economica” che determina tagli alla spesa pubblica e sociale, sarà in grado di produrre lavoro e crescita (tagli che, come si è visto, anziché correggere gli squilibri, li accentuano); dall’altro una linea di crescita basata su una distribuzione più equilibrata, sul reperimento delle risorse necessarie ad un piano di sviluppo, mirate verso i grandi patrimoni e le grandi ricchezze (compreso la finanza smodata e speculativa), al fine di ridurre le diseguaglianze nella ripartizione dei redditi e per ricreare più occupazione stabile.
Questo mese di maggio 2012 ha certificato che la linea “keynesiana” sta finalmente riapparendo in Europa: è stata la costante delle diffuse vittorie elettorali dei progressisti e del crollo delle destre conservatrici abbarbicate all’ideologia neo-liberista (che è la matrice della crisi causata dalla finanza avida e derogolata).
L'era della fiducia totale nel libero mercato senza correttivi e controlli è finita.
La lezione fondamentale che si ricava dell’esperienza della crisi e dei suoi effetti, è che non è possibile basarsi su mercati incontrollati ed autoregolamentati.
L’ultima storiella che si cerca di propagandare, che sia possibile unire rigore e crescita, è un abbaglio per i creduloni (ed una pia illusione) per giustificare che la logica ferrea del rigore comunque non si abbandona: ma serve elasticità per poter investire nella crescita e sviluppo, perché l’idea dell'austerità in piena depressione è una pessima idea, in quanto genera recessione e disgregazione sociale.
Cambiare strada conviene a tutti, anche a quelli che hanno ricchezza e potere: hanno da perdere anch’essi se l'economia arretra ed esplode la rabbia sociale.
Serve una risposta economica più razionale e lungimirante; il problema non è il debito in sé, conta la sua incidenza sul reddito nazionale, quindi aumentare gli investimenti, anche se finanziati col debito, può migliorare la solidità complessiva di una nazione ed anche ridurre il rapporto deficit/Pil nel medio termine. Questa politica avrebbe risultati positivi: le entrate fiscali aumenterebbero molto più degli interessi da pagare, portando a una riduzione del debito e un aumento del Pil. Con un numeratore inferiore e un denominatore più alto, la crescita economica diventa più sostenibile ed a “somma positiva” (per usare le parole di Stiglitz).
Ma non basta: sarà molto difficile ripristinare un robusto e sostenibile livello di domanda e consumi senza ridurre le disuguaglianze. Ridurre le diseguaglianze (nei redditi e nelle occasioni di lavoro) non è socialismo, è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita.
Restituire potere d'acquisto a chi l'ha perso serve ad affrontare il problema principale, la carenza di domanda interna che da noi è il 70% del PIL.
La riduzione delle diseguaglianze è un fattore decisivo della crescita, oltre che di più giustizia ed equità sociale.
In sostanza, il vento keynesiano che soffia in tutta Europa ci deve spingere a cercare con più convinzione e determinazione una via equa e solidale, che riduca le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nelle opportunità di lavoro stabile; per costruire un’Europa diversa, che completi l’integrazione non solo monetaria, ma sociale, economica, politica: gli Stati Uniti d’Euro-pa, cioè fondata sulla solidarietà, l’equità ed anche la moneta unica (basta con i piedi in due staffe, vedi soprattutto l’Inghilterra: o dentro o fuori!).
Dall’Italia all’Europa possiamo dare un contributo importante in questa direzione: i prossimi mesi (e le prossime elezioni) diranno . . . e saranno il miglior giudice.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Improvvisamente (e finalmente) soffia un vento nuovo in Europa:
- il 3 maggio in... more
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A fine aprile sono stati diffusi i dati OCSE sulle retribuzioni, i dati ISTAT ed INPS sui pensionati ed i redditi, su cui ci sono state diffuse esternazioni, dallo stupore alla sorpresa, alla quasi incredulità, dal bisogna fare qualcosa, al “è necessario pensare alla crescita”, etc. Ma questi dati non sono affatto nuovi. Sono identici a quelli riferiti al 2007 (prima del fallimento di Lehman Brothers a fine sett.2008, che diede inizio alla crisi finanziaria e conseguente recessione mondiale).
Per chi ha la memoria corta, già nel 2007:
• l’OCSE posizionava le retribuzioni italiane al 23° posto (molto inferiori a Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, etc.);
• l’INPS certificava che i pensionati al disotto di 500 euro/mese erano quasi 4 milioni 500mila, quelli sotto i 1000 euro/mese erano circa 10 milioni, ed il 92% dell’intero sistema pensionistico era sotto i 2000 euro (pari a 1500 euro/NETTI/mese);
• l’ISTAT confermava la perdita delle retribuzioni italiane del 13% rispetto alla media europea in 7 anni (dal 2000); nonché che il 34,7% delle famiglie non arrivava a fine mese, mentre il 59,5% erano quelle con qualche difficoltà, per un totale del 94,2%; inoltre che il 30% non era in grado di far fronte ad una spesa straordinaria, anche modesta; infine che il potere d’acquisto pro-capite nel 2008 era sotto il livello del 2000 (con – 0,9%);
• in più, i dati sulla crescita nel periodo 2000-2008 già dimostravano che siamo fermi da anni; l’Italia è stato il paese europeo cresciuto meno in assoluto: appena un misero 1,4 %, a fronte del 10% dell’area euro ed il 12,1% dell’Unione europea; dati più che confermati nel 2010 dal F.M.I. che ci mettevano al penultimo posto mondiale nell’ultimo decennio: 179° su 180 paesi: solo Haiti, è cresciuto meno di noi (ci voleva un paese distrutto da un terremoto devastante, per fare peggio dell’Italia!).
Tutto ciò dimostra che la recessione è iniziata molto prima della crisi mondiale di autunno 2008; perciò sostengo che siamo in recessione dal 2002-2003 (vedi IL TORDO INGORDO-Ed.UNIService); solo aggravata negli ultimi 3 anni e mezzo.
In particolare, nel 2002 con il passaggio Lira/euro, l’equivalenza 1 euro = 1000 lire ha determinato il sostanziale raddoppio dei prezzi ed il conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei redditi di lavoratori e pensionati. Infatti il Comitato di sorveglianza sui prezzi (non sono sicuro sulla dicitura) è stato abolito dall’allora governo Berlusconi, rendendo impossibile poter esercitare alcun controllo.
Inoltre la legge 30 del 2003 ha amplificato le forme di contratti “flessibili” che sono diventate precariato permanente, perchè il suo grande vantaggio contributivo rispetto al lavoro stabile è la causa principe della sua enorme diffusione; che probabilmente non diminuirà molto, in quanto la prossima riforma del mercato del lavoro non servirà a granchè, al fine del ridimensionamento della precarietà.
Quindi, non si può parlare di crescita se non si affrontano con urgenza e decisione le questioni annose delle DISEGUAGLIANZE: nella DISTRIBUZIONE DEI REDDITI e nella RAREFAZIONE DEL LAVORO STABILE; l’urgenza deriva dal fatto che un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea disgregazione sociale.
Si cresce soprattutto se aumenta la domanda interna, che rappresenta il 70% del PIL; ma la domanda interna è fortemente influenzata dalla capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione.
L’incremento della domanda interna quindi, si ottiene da un lato aumentando il potere d’acquisto dei redditi di lavoratori e pensionati, dall’altro aumentando la platea della domanda, quindi maggior occupazione, soprattutto stabile (il nostro tasso di occupazione è al 56%, contro il 71% in Germania, il 69% in Gran Bretagna, il 67% in Francia, una media UE del 65%).
Perciò sono necessarie: politiche fiscali redistributive a vantaggio dei redditi da lavoro e da pensione; la diffusione di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” che ripartisca i benefici derivanti dagli incrementi di produttività; inoltre va reintrodotta la rivalutazione delle pensioni (che non hanno altro modo per difendersi dall’inflazione) utilizzando l’indice dei beni ad alta frequenza d’acquisto, con un sistema inversamente progressivo non oltre una certa soglia (quindi non lineare), come ad es. fino ai 35-40mila euro/anno, limite oltre cui cessa la rivalutazione; finanziandolo anche con un contributo di solidarietà a carico sia delle alte pensioni (oltre 60-80 mila euro/anno), sia delle cosiddette pensioni baby, che hanno finora beneficiato della pensione prima del raggiungimento dei 35 anni di contributi.
L’allargamento dell’occupazione va perseguito sia con politiche industriali e di sostegno all’innovazione e ricerca, verso settori produttivi ad alta crescita, nell’innovazione dei processi produttivi aziendali per aumentare la competitività, con strutture formative e di ricerca adeguate; nonchè con incentivi all’occupazione stabile (disincentivando la precarietà), con politiche attive del lavoro ed infine con una accorta e lungimirante redistribuzione del lavoro.
Il punto è lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare occupazione); l’Ocse certifica che i paesi a maggiore produttività sono quelli con orari annui più corti (gli stessi con il più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari più lunghi sono quelli a più bassa produttività (ed a più basso tasso di occupazione, tra cui c’è l’Italia).
Come reperire le risorse?
• Dall’introduzione di una imposta strutturale sui grandi patrimoni (Bankitalia dimostrava già nel 2008, che il 10% delle famiglie deteneva il 48% della ricchezza nazionale, aumentando di 7 punti rispetto al 2000). Un calcolo approssimativo: ad es. con il 0,5% si avrebbero ben 24 miliardi di euro all’anno, corrispondenti a 10.000 euro medie annue per ogni famiglia ricca, le quali non verrebbero di certo impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, anche per il futuro dei loro come dei nostri figli.
• Inoltre, da una più incisiva lotta alle fonti occulte: l’evasione fiscale, che ammonta a ben 170-180 miliardi di euro/NETTI/anno di mancate entrate, il 27% del gettito fiscale complessivo, che ci mette al primo posto in Europa, secondo Tax Research London; la corruzione, che secondo la Corte dei Conti ammonta a quasi 70 miliardi di euro/anno; senza contare l’immenso patrimonio della criminalità organizzata. Si tratta di risorse enormi (caso unico in europa ed occidente), sottratte alla collettività, scaricando i costi del funzionamento dello stato (nelle sue articolazioni) unicamente sulla parte rimanente e più esposta della società.
Quindi, si tratta solo di volerlo fare (ad es. un recupero del 10% all’anno, si avrebbe un ulteriore gettito di 18 miliardi di Euro netti per il primo anno, 36 miliardi di euro per il secondo, 54 miliardi di euro per il terzo anno, e così via); adeguando le normative, anche penali e di confisca dei patrimoni, emulando il modello USA (dove la maggior parte della popolazione carceraria americana non sono più “neri”, bensì “colletti bianchi”, cioè evasori e truffatori), con il vantaggio collaterale di scoprire e colpire anche la criminalità organizzata nella sua parte più sensibile, cioè le fortune illecitamente accumulate.
È difficile ma non impossibile, anche per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro furbizie, egoismi, corporazioni, clientele, malaffare, etc.
Per questa via si alimenta anche l’idea della ricostruzione del bene comune, di un senso etico pubblico e privato, di una collettività socialmente responsabile, in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale; al fine di costruire un futuro migliore per le prossime generazioni, per una società più giusta, più equa e più solidale, dove sia possibile la scalata dell’ascensore sociale.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)A fine aprile sono stati diffusi i dati OCSE sulle retribuzioni, i dati ISTAT ed INPS... more
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Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto al testo iniziale del governo; vedi l’art.18, sul licenziamento individuale per “ragioni economiche”, in cui l’onere della prova ritorna a carico all’impresa, ed è ripristinato il reintegro quale sanzione a disposizione del giudice (assieme all’indennizzo economico). Sull’art.18 si sono scatenate valanghe di polemiche. Alcune sono state palesemente ideologiche: dalla FIOM che si conferma antiteticamente contrapposta a prescindere, a chi lo ha presentato come discriminante per l’impresa, gabellandolo per modernità, mascherando una resa dei conti finale delle conquiste di civiltà degli anni ’70. Altre più di merito, riferite alla collocazione della decisione (al giudice o all’impresa), vedi la dirigenza di Confindustria che – pur in scadenza di mandato – ha definito la riforma pessima, con l’aggiunta di minacce occupazionali. Detto altrimenti: non si può dire che bisogna restare in Europa, e perseverare a negare l’applicazione dello schema tedesco, dove il giudice decide (più europeo di così), per invocare un modello “terzomondista”, dove la discrezionalità dell’impresa è assoluta. Questo è il contrario di riformare; è la regressione nei rapporti di lavoro, nelle relazioni tra le parti sociali, sul versante della civiltà.
Ma più che una disputa sul reintegro, mi preme riflettere sul perché si è pervicacemente insistito (e si continua) nel voler a tutti i costi uno “strappo” sull’art. 18, per quali motivi, a che scopo, per quali obiettivi (più o meno nascosti), con quali conseguenze, sul piano sociale, economico, delle relazioni e dei rapporti di lavoro; quindi sul futuro del paese. Per dirla in latino: cui prodest?
Mi spiego meglio: nell’ipotesi (per fortuna rientrata) del licenziamento individuale per motivi economici sanzionato solo con l’indennizzo senza reintegro, si sarebbe generato un clima diffuso di sottomissione derivante dal ricatto permanente sotto la minaccia del licenziamento individuale “facile”; tale da favorire una prevedibile “pressante richiesta”, una “pressione autoritaria” verso i lavoratori per l’accettazione e la stipula dei “contratti di prossimità” sanciti dall’art. 8 del D.L. 138/2011, quindi in deroga peggiorativa rispetto alle norme contrattuali e di legge.
Al di là delle pur condivisibili obiezioni di legittimità che accordi aziendali di prossimità possano derogare “in pejus” la legge, mi soffermo su questo scenario (l’obiettivo nascosto dell’attacco all’art.18): una “SVALUTAZIONE INTERNA BASATA SULLA COMPRESSIONE DEL LAVORO”, sul piano delle normative, dei diritti ed anche del salario.
In altri termini, non è più percorribile (essendoci l’Euro) la vecchia pratica di affrontare le cicliche congiunture economiche con la svalutazione monetaria, si punta ad una “svalutazione del lavoro” con la diffusione di una politica contrattuale “balcanizzata”, per scardinare le norme del CCNL (e la sua esistenza) e disapplicare pure la legge; il dominio del più forte, la legge della giungla, in grado di frantumare qualsiasi logica collettiva e di esaltare il potere economico, che da noi è composto, oltre e soprattutto di imprenditori seri e responsabili (i quali meno male che ci sono e sono anche tanti), persino e purtroppo, da “pizzicaroli”, di approfittatori da prendi i soldi e scappa, disposti a tutto (vedi i ricorrenti scandali di evasori, truffatori, corruttori, occultatori di beni nei paradisi fiscali, etc.).
Questo è stato il vero obiettivo non solo dei teorici del capitalismo neo-liberista avido e refrattario alle regole ed ai controlli, ma anche di chi, soprattutto nell’ultimo decennio si è dedicato con insistenza, nella ricerca del vantaggio immediato, del profitto a breve e dell’immunità da qualsiasi rendiconto (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento a scapito della collettività, propagandata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10).
In sostanza, la sola strada ritenuta percorribile è la svalutazione continua (della moneta, del lavoro, etc.) per recuperare competitività per le imprese del segmento manifatturiero più basso, quelle produzioni a basso costo-lavoro e a bassa tecnologia facilmente riproducibili; una scelta miope, perchè ci sarà sempre un paese emergente in grado di offrire manodopera ad un costo sempre minore (prima i paesi dell’est-europeo, oggi Cina e India, domani … ?); per di più, si rischia di condannare il paese ad un declino irreversibile.
È una scelta sbagliata, perché ci si sarebbe dovuti dedicare (come gli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, per produzioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, con contenuti di tecnologia, know-how, di creatività, di qualità, sempre in evoluzione e non replicabili altrove, in grado di garantire profitto, reddito e occupazione, mantenendo da noi i cervelli e richiamando più laureati e manodopera altamente qualificata, che saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza; questo è il destino dei paesi più industrializzati ed anche dell’Italia.
Perciò non servono i teorici nostrani del neo-liberismo, bensì una condivisa visione sul piano delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro. C’è da augurarsi che il prossimo cambio al vertice di Confindustria, possa riannodare il filo interrotto del rapporto diretto tra le parti sociali, così come si riprenda l’unità fra i sindacati quale valore aggiunto fondamentale (oggi è anche stato di necessità), rinunciando ognuno a qualcosa, soprattutto al personalismo giocato sulla maggior arrendevolezza o sull’antagonismo aprioristico: il contrario della contrattazione e concertazione.
La concertazione ci ha portato in Europa, senza la concertazione (l’ultimo decennio di Bossi-Berlusconi) siamo stati retrocessi in Europa; perciò, anche per passare dalla latente disgregazione alla coesione sociale, non giova l’imposizione senza concertazione (è controproducente), ma serve più concertazione diffusa verso un sistema “partecipativo” (simile al modello tedesco, che è assunzione reciproca di responsabilità diretta e conseguente governance condivisa dei processi). È necessaria la proliferazione ed estensione di accordi in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” (rinnegando la logica imperante di ricerca del profitto a breve, da conseguire a qualsiasi costo anche con metodi autoritari o addirittura illeciti) con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia la cultura del modello antagonista, sia quella subordinata od opportunista, che sono entrambe funzionali all’attuale sistema industriale deresponsabilizzato e marginalizzato. Cioè entrambi (impresa e lavoratori) devono acquisire la consapevolezza di valori e ragioni comuni e condivisi (la solidità competitiva dell’impresa unita alla valorizzazione del lavoro e dell’occupazione), che rendano reciprocamente conveniente definire obiettivi di efficacia, efficienza e produttività perseguibili, ed al raggiungimento degli stessi, redistribuirne i benefici conseguenti tra lavoro e capitale in funzione del contributo dato da ciascuno (gli esempi virtuosi non mancano: Ferrero, Barilla, etc., etc.).
Per questa via si alimenta anche l’idea di un sistema capitalistico socialmente responsabile in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale (alternativo al neo-liberismo).
In sintesi: anziché ricercare una sbagliata “svalutazione interna”, andrebbero individuate le vie per la crescita (ed occupazione stabile) realizzando politiche di sostegno all’innovazione di prodotto e di processo, alla ricerca ed al sistema formativo, al rilancio di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” per politiche attive e di redistribuzione del lavoro, da coniugare con l’equità, la solidarietà e l’eguaglianza delle opportunità.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto... more
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Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto al testo iniziale del governo; vedi l’art.18, sul licenziamento individuale per “ragioni economiche”, in cui l’onere della prova ritorna a carico all’impresa, ed è ripristinato il reintegro quale sanzione a disposizione del giudice (assieme all’indennizzo economico). Sull’art.18 si sono scatenate valanghe di polemiche. Alcune sono state palesemente ideologiche: dalla FIOM che si conferma antiteticamente contrapposta a prescindere, a chi lo ha presentato come discriminante per l’impresa, gabellandolo per modernità, mascherando una resa dei conti finale delle conquiste di civiltà degli anni ’70. Altre più di merito, riferite alla collocazione della decisione (al giudice o all’impresa), vedi la dirigenza di Confindustria che – pur in scadenza di mandato – ha definito la riforma pessima, con l’aggiunta di minacce occupazionali. Detto altrimenti: non si può dire che bisogna restare in Europa, e perseverare a negare l’applicazione dello schema tedesco, dove il giudice decide (più europeo di così), per invocare un modello “terzomondista”, dove la discrezionalità dell’impresa è assoluta. Questo è il contrario di riformare; è la regressione nei rapporti di lavoro, nelle relazioni tra le parti sociali, sul versante della civiltà.
Ma più che una disputa sul reintegro, mi preme riflettere sul perché si è pervicacemente insistito (e si continua) nel voler a tutti i costi uno “strappo” sull’art. 18, per quali motivi, a che scopo, per quali obiettivi (più o meno nascosti), con quali conseguenze, sul piano sociale, economico, delle relazioni e dei rapporti di lavoro; quindi sul futuro del paese. Per dirla in latino: cui prodest?
Mi spiego meglio: nell’ipotesi (per fortuna rientrata) del licenziamento individuale per motivi economici sanzionato solo con l’indennizzo senza reintegro, si sarebbe generato un clima diffuso di sottomissione derivante dal ricatto permanente sotto la minaccia del licenziamento individuale “facile”; tale da favorire una prevedibile “pressante richiesta”, una “pressione autoritaria” verso i lavoratori per l’accettazione e la stipula dei “contratti di prossimità” sanciti dall’art. 8 del D.L. 138/2011, quindi in deroga peggiorativa rispetto alle norme contrattuali e di legge.
Al di là delle pur condivisibili obiezioni di legittimità che accordi aziendali di prossimità possano derogare “in pejus” la legge, mi soffermo su questo scenario (l’obiettivo nascosto dell’attacco all’art.18): una “SVALUTAZIONE INTERNA BASATA SULLA COMPRESSIONE DEL LAVORO”, sul piano delle normative, dei diritti ed anche del salario.
In altri termini, non è più percorribile (essendoci l’Euro) la vecchia pratica di affrontare le cicliche congiunture economiche con la svalutazione monetaria, si punta ad una “svalutazione del lavoro” con la diffusione di una politica contrattuale “balcanizzata”, per scardinare le norme del CCNL (e la sua esistenza) e disapplicare pure la legge; il dominio del più forte, la legge della giungla, in grado di frantumare qualsiasi logica collettiva e di esaltare il potere economico, è composto, oltre e soprattutto di imprenditori seri e responsabili (i quali meno male che ci sono e sono anche tanti), persino e purtroppo, da “pizzicaroli”, di approfittatori da prendi i soldi e scappa, disposti a tutto (vedi i ricorrenti scandali di evasori, truffatori, corruttori, occultatori di beni nei paradisi fiscali, etc.).
Questo è stato il vero obiettivo non solo dei teorici del capitalismo neo-liberista avido e refrattario alle regole ed ai controlli, ma anche di chi, soprattutto nell’ultimo decennio si è dedicato con insistenza, nella ricerca del vantaggio immediato, del profitto a breve e dell’immunità da qualsiasi rendiconto (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento a scapito della collettività, propagandata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10).
In sostanza, la sola strada ritenuta percorribile è la svalutazione continua (della moneta, del lavoro, etc.) per recuperare competitività per le imprese del segmento manifatturiero più basso, quelle produzioni a basso costo-lavoro e a bassa tecnologia facilmente riproducibili; una scelta miope, perchè ci sarà sempre un paese emergente in grado di offrire manodopera ad un costo sempre minore (prima i paesi dell’est-europeo, oggi Cina e India, domani … ?); per di più, si rischia di condannare il paese ad un declino irreversibile.
È una scelta sbagliata, perché ci si sarebbe dovuti dedicare (come gli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, per produzioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, con contenuti di tecnologia, know-how, di creatività, di qualità, sempre in evoluzione e non replicabili altrove, in grado di garantire profitto, reddito e occupazione, mantenendo da noi i cervelli e richiamando più laureati e manodopera altamente qualificata, che saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza; questo è il destino dei paesi più industrializzati ed anche dell’Italia.
Perciò non servono i teorici nostrani del neo-liberismo, bensì una condivisa visione sul piano delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro. C’è da augurarsi che il prossimo cambio al vertice di Confindustria, possa riannodare il filo interrotto del rapporto diretto tra le parti sociali, così come si riprenda l’unità fra i sindacati quale valore aggiunto fondamentale (oggi è anche stato di necessità), rinunciando ognuno a qualcosa, soprattutto al personalismo giocato sulla maggior arrendevolezza o sull’antagonismo aprioristico: il contrario della contrattazione e concertazione.
La concertazione ci ha portato in Europa, senza la concertazione (l’ultimo decennio di Bossi-Berlusconi) siamo stati retrocessi in Europa; perciò, anche per passare dalla latente disgregazione alla coesione sociale, non giova l’imposizione senza concertazione (è controproducente), ma serve più concertazione diffusa verso un sistema “partecipativo” (simile al modello tedesco, che è assunzione reciproca di responsabilità diretta e conseguente governance condivisa dei processi). È necessaria la proliferazione ed estensione di accordi in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” (rinnegando la logica imperante di ricerca del profitto a breve, da conseguire a qualsiasi costo anche con metodi autoritari o addirittura illeciti) con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia la cultura del modello antagonista, sia quella subordinata od opportunista, che sono entrambe funzionali all’attuale sistema industriale deresponsabilizzato e marginalizzato. Cioè entrambi (impresa e lavoratori) devono acquisire la consapevolezza di valori e ragioni comuni e condivisi (la solidità competitiva dell’impresa unita alla valorizzazione del lavoro e dell’occupazione), che rendano reciprocamente conveniente definire obiettivi di efficacia, efficienza e produttività perseguibili, ed al raggiungimento degli stessi, redistribuirne i benefici conseguenti tra lavoro e capitale in funzione del contributo dato da ciascuno (gli esempi virtuosi non mancano: Ferrero, Barilla, etc., etc.).
Per questa via si alimenta anche l’idea di un sistema capitalistico socialmente responsabile in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale (alternativo al neo-liberismo).
In sintesi: anziché ricercare una sbagliata “svalutazione interna”, andrebbero individuate le vie per la crescita (ed occupazione stabile) realizzando politiche di sostegno all’innovazione di prodotto e di processo, alla ricerca ed al sistema formativo, al rilancio di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” per politiche attive e di redistribuzione del lavoro, da coniugare con l’equità, la solidarietà e l’eguaglianza delle opportunità.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto... more
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Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto al testo iniziale del governo; vedi l’art.18, sul licenziamento individuale per “ragioni economiche”, in cui l’onere della prova ritorna a carico all’impresa, ed è ripristinato il reintegro quale sanzione a disposizione del giudice (assieme all’indennizzo economico). Sull’art.18 si sono scatenate valanghe di polemiche. Alcune sono state palesemente ideologiche: dalla FIOM che si conferma antiteticamente contrapposta a prescindere, a chi lo ha presentato come discriminante per l’impresa, gabellandolo per modernità, mascherando una resa dei conti finale delle conquiste di civiltà degli anni ’70. Altre più di merito, riferite alla collocazione della decisione (al giudice o all’impresa), vedi la dirigenza di Confindustria che – pur in scadenza di mandato – ha definito la riforma pessima, con l’aggiunta di minacce occupazionali. Detto altrimenti: non si può dire che bisogna restare in Europa, e perseverare a negare l’applicazione dello schema tedesco, dove il giudice decide (più europeo di così), per invocare un modello “terzomondista”, dove la discrezionalità dell’impresa è assoluta. Questo è il contrario di riformare; è la regressione nei rapporti di lavoro, nelle relazioni tra le parti sociali, sul versante della civiltà.
Ma più che una disputa sul reintegro, mi preme riflettere sul perché si è pervicacemente insistito (e si continua) nel voler a tutti i costi uno “strappo” sull’art. 18, per quali motivi, a che scopo, per quali obiettivi (più o meno nascosti), con quali conseguenze, sul piano sociale, economico, delle relazioni e dei rapporti di lavoro; quindi sul futuro del paese. Per dirla in latino: cui prodest?
Mi spiego meglio: nell’ipotesi (per fortuna rientrata) del licenziamento individuale per motivi economici sanzionato solo con l’indennizzo senza reintegro, si sarebbe generato un clima diffuso di sottomissione derivante dal ricatto permanente sotto la minaccia del licenziamento individuale “facile”; tale da favorire una prevedibile “pressante richiesta”, una “pressione autoritaria” verso i lavoratori per l’accettazione e la stipula dei “contratti di prossimità” sanciti dall’art. 8 del D.L. 138/2011, quindi in deroga peggiorativa rispetto alle norme contrattuali e di legge.
Al di là delle pur condivisibili obiezioni di legittimità che accordi aziendali di prossimità possano derogare “in pejus” la legge, mi soffermo su questo scenario (l’obiettivo nascosto dell’attacco all’art.18): una “SVALUTAZIONE INTERNA BASATA SULLA COMPRESSIONE DEL LAVORO”, sul piano delle normative, dei diritti ed anche del salario.
In altri termini, non è più percorribile (essendoci l’Euro) la vecchia pratica di affrontare le cicliche congiunture economiche con la svalutazione monetaria, si punta ad una “svalutazione del lavoro” con la diffusione di una politica contrattuale “balcanizzata”, per scardinare le norme del CCNL (e la sua esistenza) e disapplicare pure la legge; il dominio del più forte, la legge della giungla, in grado di frantumare qualsiasi logica collettiva e di esaltare il potere economico, che da noi è anche un potere malsano, non di imprenditori seri e responsabili (i quali meno male che ci sono e sono anche tanti, sia pure minoritari), ma è composto da “pizzicaroli”, di approfittatori da prendi i soldi e scappa, disposti a tutto (vedi i ricorrenti scandali di evasori, truffatori, corruttori, occultatori di beni nei paradisi fiscali, etc.).
Questo è stato il vero obiettivo sia dei teorici del capitalismo neo-liberista avido e refrattario a regole e controlli, sia di una parte significativa del padronato che si è dedicata con insistenza, nella ricerca del vantaggio immediato, del profitto a breve e dell’immunità da qualsiasi rendiconto (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento a scapito della collettività, propagandata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10).
In sostanza, la sola strada ritenuta percorribile è la svalutazione continua (della moneta, del lavoro, etc.) per recuperare competitività per le imprese del segmento manifatturiero più basso, quelle produzioni a basso costo-lavoro e a bassa tecnologia facilmente riproducibili; una scelta miope, perchè ci sarà sempre un paese emergente in grado di offrire manodopera ad un costo sempre minore (prima i paesi dell’est-europeo, oggi Cina e India, domani … ?); per di più, si rischia di condannare il paese ad un declino irreversibile.
È una scelta sbagliata, perché ci si sarebbe dovuti dedicare (come gli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, per produzioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, con contenuti di tecnologia, know-how, di creatività, di qualità, sempre in evoluzione e non replicabili altrove, in grado di garantire profitto, reddito e occupazione, mantenendo da noi i cervelli e richiamando più laureati e manodopera altamente qualificata, che saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza; questo è il destino dei paesi più industrializzati ed anche dell’Italia.
Perciò non servono i teorici nostrani del neo-liberismo, bensì una condivisa visione sul piano delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro. C’è da augurarsi che il prossimo cambio al vertice di Confindustria, possa riannodare il filo interrotto del rapporto diretto tra le parti sociali, così come si riprenda l’unità fra i sindacati quale valore aggiunto fondamentale (oggi è anche stato di necessità), rinunciando ognuno a qualcosa, soprattutto al personalismo giocato sulla maggior arrendevolezza o sull’antagonismo aprioristico: il contrario della contrattazione e concertazione.
La concertazione ci ha portato in Europa, senza la concertazione (l’ultimo decennio di Bossi-Berlusconi) siamo stati retrocessi in Europa; perciò, anche per passare dalla latente disgregazione alla coesione sociale, non giova l’imposizione senza concertazione (è controproducente), ma serve più concertazione diffusa verso un sistema “partecipativo” (simile al modello tedesco, che è assunzione reciproca di responsabilità diretta e conseguente governance condivisa dei processi). È necessaria la proliferazione ed estensione di accordi in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” (rinnegando la logica imperante di ricerca del profitto a breve, da conseguire a qualsiasi costo anche con metodi autoritari o addirittura illeciti) con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia la cultura del modello antagonista, sia quella subordinata od opportunista, che sono entrambe funzionali all’attuale sistema industriale deresponsabilizzato e marginalizzato. Cioè entrambi (impresa e lavoratori) devono acquisire la consapevolezza di valori e ragioni comuni e condivisi (la solidità competitiva dell’impresa unita alla valorizzazione del lavoro e dell’occupazione), che rendano reciprocamente conveniente definire obiettivi di efficacia, efficienza e produttività perseguibili, ed al raggiungimento degli stessi, redistribuirne i benefici conseguenti tra lavoro e capitale in funzione del contributo dato da ciascuno (gli esempi virtuosi non mancano: Ferrero, Barilla, etc., etc.).
Per questa via si alimenta anche l’idea di un sistema capitalistico socialmente responsabile in grado di coniugare la libertà economica con la solidarietà sociale (alternativo al neo-liberismo).
In sintesi: anziché ricercare una sbagliata “svalutazione interna”, andrebbero individuate le vie per la crescita (ed occupazione stabile) realizzando politiche di sostegno all’innovazione di prodotto e di processo, alla ricerca ed al sistema formativo, al rilancio di un sistema di relazioni industriali “partecipativo” per politiche attive e di redistribuzione del lavoro, da coniugare con l’equità, la solidarietà e l’eguaglianza delle opportunità.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nel D.L. sul Mercato del Lavoro ci sono importanti “correzioni” rispetto... more
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In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile necessità di sproloquiare sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori (che è del maggio 1970, quindi in vigore da 42 anni!).
Ristabiliamo innanzitutto chiarezza e verità:
- l’art. 18 abbassa l’applicabilità per le aziende da oltre 35 ad oltre 15 dipendenti, affidando inoltre al giudice la decisione di reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore licenziato INDIVIDUALMENTE senza l’osservanza delle norme già stabilite dalla legge 604 del 1966, cioè senza “giusta causa” o “giustificato motivo” “determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva,all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, e che “l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”;
- I licenziamenti collettivi sono disciplinati dalla legge 223 del 1991 per “ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale” e “in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, per un minimo di “almeno 5 licenziamenti”.
Quindi, NON È VERO che l’art. 18 impedisce i licenziamenti, anche per motivi economici; NON È VERO che l’art. 18 è un ostacolo alla competitività; NON È VERO che l’art. 18 è pernicioso per lo sviluppo dell’Italia;
NON È VERO che l’art. 18 impedirebbe investimenti esteri; NON È VERO che l’art. 18 è un freno per la crescita, ed altre stupidaggini, etc. È vero invece che l’art.18 rappresenta una tutela contro i licenziamenti discriminatori.
Appare quindi, evidente e senza dubbio, che chi continua ad identificare in modo falso e strumentale, nell’art.18 lo scandalo da rimuovere, o è ignorante oppure in malafede, nascondendo l’idea di cogliere l’occasione per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane delle conquiste sindacali e di civiltà degli anni ’70, riaffermando indirettamente il dominio ideologico del “dio denaro”, che giustifica tutto in nome del profitto.
A dimostrazione, basterebbe ricordare il “Patto per l’Italia” del luglio 2002 tra l’allora governo Berlusconi/Bossi e Cisl–Uil (che iniziò una lunga stagione di accordi confederali separati, fino alla ricomposizione del 28 giugno scorso), che già conteneva modifiche all’art.18, che nei 4 anni successivi di legislatura non divennero mai legge; a conferma che quella manomissione era strumentale e finalizzata ad ottenere la frantumazione sindacale quale presupposto per l’indebolimento del mondo del lavoro (come è poi accaduto).
L’attivismo mediatico di molti (tra cui l’ex-ministro del lavoro Sacconi) nel chiedere la cancellazione del reintegro, sostituendolo con un indennizzo, nasconde la vera motivazione ispiratrice: derubricare il licenziamento individuale da un diritto ad una questione economica, ottenendo il ripristino della discrezionalità (sia pure costosa), con l’effetto indotto di relegare i lavoratori ad un ruolo più sottomesso e senza “voce” (pena il licenziamento indennizzato), altro che salvaguardia della dignità della persona umana (prima ancora che del lavoratore); una logica di potere autoritario, che si vuol gabellare per modernità, competitività, etc., nemico della libertà e della democrazia.
Restano comunque domande senza risposta: rendere i licenziamenti individuali facili, quanto fa aumentare l’occupazione? Se l’occupazione non aumenta, anzi può diminuire ancor più con i licenziamenti facili, quanto è favorita la ripresa economica? E quanto fa risparmiare ai conti dello stato?
Invece, se il punto sono i tempi per la sentenza (con difficoltà per impresa e lavoratore), allora non è art.18, bensì giustizia civile e l’esigenza (condivisibile) di accorciare i processi.
Un’altra forzatura sbagliata e ricorrente è l’identificazione del rapporto a tempo indeterminato come “posto fisso”. È errata, perché il “posto fisso” esiste soltanto nel pubblico impiego (tant’è che lo Statuto dei lavoratori non si applica nei rapporti di lavoro pubblici), nel privato esiste il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (tutt’altro che garantito, vedi i licenziamenti che negli ultimi tempi, sono diventati una pratica normale e diffusa) ed oltre 40 rapporti di lavoro precari. A sostegno della tesi della flessibilità nel mercato del lavoro si utilizza anche l’argomento della indisponibilità alla mobilità, cioè passare da un posto di lavoro ad un altro, ma il perché di tanta ritrosia deriva dal fatto che la quasi totalità dell’offerta è da lavoro stabile a lavoro instabile, anziché da stabilità a stabilità; quindi è la precarietà (con l’assenza di tutele nell’inattività forzata) il vero, grande problema del mercato del lavoro, la cui soluzione passa sia per una drastica riduzione del numero dei lavori non stabili, sia nell’annullare il vantaggio contributivo del lavoro precario (motivo principale della sua grande diffusione).
Nei giorni scorsi la Presidente di Confindustria, in apparente dissintonia con la richiesta di abrogare il reintegro previsto dall’art.18, ha difeso la Cassa Integrazione guadagni Straordinaria, a fronte dell’ipotesi di una sua sostituzione con l’indennità di disoccupazione, per utilizzarla come cuscinetto per depotenziare opposizioni sociali, che sarebbero ovvie se si passasse direttamente ai licenziamenti. Meglio farli a distanza di tempo, attraverso un “anestetico” fino a 4 anni, con i lavoratori ormai rassegnati e non più in grado di opporre tante proteste ai licenziamenti che scatterebbero al termine della Cassa Integrazione.
È una contraddizione con la richiesta di modificare l’art.18? Assolutamente NO, in quanto entrambe sono figlie della stessa logica di ”potere” senza dover giustificare alcunchè, tutt’al più si paga un indennizzo; è l’applicazione pratica della teoria del capitalismo neo-liberista senza vincoli e controlli; cioè l’essere sollevati dal dover rendere conto del proprio operato al territorio ed alla collettività. Altro che responsabilità sociale delle imprese!
Qui sta il punto vero: la tradizione imprenditoriale italiana è, purtroppo, costellata di tanti casi da “prendi i soldi e scappa”; pur essendoci eccezioni di imprese che hanno radicamenti sociali e nel territorio, come nel settore alimentare (Ferrero, Barilla, etc.), che guarda caso è il settore dove molto più presenti sono gli accordi sindacali di “partecipazione” e di ripartizione degli incrementi di produttività, ed è anche il settore industriale che più e meglio di altri ha retto di fronte alla crisi.
Al di là delle eccezioni (che pure esistono), quanta differenza, ad esempio, con le imprese tedesche!
Non solo perché a suo tempo la BDI (Confindustria tedesca) abbracciò l’idea di Bad Godesberg (l’economia sociale di mercato; la codeterminazione; etc.), ma restando ad oggi, basta guardare i produttori tedeschi di auto, che riescono a garantire salari più che dignitosi, alta occupazione e profitti ragionevoli, mentre da noi si va sulle deregolamentazionI selvagge ed i bassi salari, anche con imposizioni autoritarie, vedi FIAT; al contrario in VolksWagen il mantenimento dell’occupazione è stato possibile con una flessibilità ottenuta con più part-time ed orario da 35 a 33 ore.
La verità amara è che buona parte degli imprenditori italiani si è dedicata quasi esclusivamente (ispirata dall’esaltazione dell’egoistico arricchimento individuale a scapito della collettività, operata dai governi di destra degli ultimi 8 anni su 10) con impegno ed insistenza nella ricerca del vantaggio immediato e dell’immunità da qualsiasi rendiconto, anziché dedicarsi (come avrebbero dovuto fare, al pari degli altri competitors europei, Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, e conseguentemente richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, che sono e saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile... more
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In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile necessità di sproloquiare sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori (che è del maggio 1970, quindi in vigore da 42 anni!).
Ristabiliamo innanzitutto chiarezza e verità:
- l’art. 18 non fa altro che abbassare l’applicabilità per le aziende da oltre 35 ad oltre 15 dipendenti, dando inoltre al giudice la facoltà di intimare al datore di lavoro la reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato INDIVIDUALMENTE senza l’osservanza delle norme già stabilite dalla legge 604 del 1966, cioè senza “giusta causa” o “giustificato motivo” “determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva,all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, e che “l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro”;
- I licenziamenti collettivi sono disciplinati dalla legge 223 del 1991 per “ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale” e “in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro”, per un minimo di “almeno 5 licenziamenti”.
Quindi, NON È VERO che l’art. 18 impedisce i licenziamenti, anche per motivi economici; NON È VERO che è un ostacolo alla competitività; NON È VERO che è pernicioso per lo sviluppo dell’Italia; NON È VERO che impedirebbe investimenti esteri; NON È VERO che è un freno per la crescita, ed altre stupidaggini più o meno simili, etc. È vero invece che l’art.18 rappresenta una tutela contro i licenziamenti discriminatori.
Appare quindi, evidente e senza dubbio, che chi continua ad identificare in modo falso e strumentale, nell’art.18 lo scandalo da rimuovere, o è ignorante oppure in malafede, in quanto nasconde l’idea di cogliere l’occasione per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane delle conquiste sindacali e di civiltà degli anni ’70, riaffermando indirettamente anche il dominio ideologico del “dio denaro”, che giustifica tutto in nome del profitto del capitalismo neo-liberista.
A dimostrazione, basterebbe ricordare il “Patto per l’Italia” del luglio 2002 tra l’allora governo Berlusconi/Bossi e Cisl–Uil (che iniziò una lunga stagione di accordi confederali separati, fino alla ricomposizione del 28 giugno scorso), che già conteneva modifiche all’art.18, che nei 4 anni successivi di legislatura non divennero mai legge; a conferma che quella manomissione era strumentale e finalizzata ad ottenere la frantumazione sindacale quale presupposto per l’indebolimento del mondo del lavoro (come è poi accaduto).
Il frenetico attivismo mediatico di molti nel chiedere la cancellazione dell’obbligo del reintegro, sostituendolo con un indennizzo economico, nasconde la vera motivazione ispiratrice: la reintroduzione dell’arbitrio, della discrezionalità assoluta, dei soprusi e delle prepotenze, da parte di qualsiasi datore di lavoro (se non fosse più obbligato al rispetto di tali norme) nei confronti di ogni lavoratore, aprendo così la strada al dominio assoluto dei “padroni” in puro stile e stampo ottocentesco, relegando i lavoratori al ruolo di sottomessi e senza “voce” (pena il licenziamento), alla loro mercè, al subire ricatti permanenti, altro che salvaguardia della dignità della persona (e del lavoratore). Un autoritarismo, gabellato per modernità e competitività; nemico della libertà (individuale) e della democrazia (la possibilità di espressione).
Un’altra forzatura sbagliata e ricorrente è quella di identificare il rapporto a tempo indeterminato come “posto fisso”. È errata, perché il “posto fisso” esiste soltanto nel pubblico impiego (tant’è che lo Statuto dei lavoratori non si applica nei rapporti di lavoro pubblici), nel privato esiste il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (non garantito, vedi i licenziamenti che soprattutto negli ultimi tempi, sono diventati una pratica normale e diffusa) ed oltre 40 forme di rapporti di lavoro precari. A sostegno della tesi della flessibilità nel mercato del lavoro si utilizza anche l’argomento della indisponibilità alla mobilità, cioè passare da un posto di lavoro ad un altro, ma il perché di tanta diffidenza e ritrosia deriva dal fatto che la quasi totalità dell’offerta è da lavoro stabile a lavoro instabile, anziché da stabilità a stabilità; quindi è la precarietà (con le tutele nell’inattività forzata) il vero, grande problema del mercato del lavoro, la cui soluzione passa sia per una drastica riduzione del numero dei rapporti di lavoro non stabili, sia nell’annullare il vantaggio contributivo del lavoro precario (motivo principale della sua grande diffusione).
Restano comunque domande senza risposta: rendere i licenziamenti individuali facili, quanto fa aumentare l’occupazione? Se l’occupazione non aumenta, anzi può diminuire ancor più con i licenziamenti facili, quanto è favorita la ripresa economica? E quanto fa risparmiare ai conti dello stato?
Sempre sui licenziamenti collettivi, nei giorni scorsi la Presidente di Confindustria, in apparente dissintonia con la richiesta di abrogare il reintegro previsto dall’art.18, ha difeso la Cassa Integrazione guadagni Straordinaria, a fronte dell’ipotesi di una sua sostituzione con l’indennità di disoccupazione, per utilizzarla come cuscinetto per depotenziare opposizioni sociali e lotte conseguenti, che sarebbero ovvie se si passasse direttamente ai licenziamenti. Meglio farli a distanza di tempo, attraverso un periodo fino a 4 anni, con i lavoratori ormai rassegnati e non più in grado di opporre tante proteste ai licenziamenti automatici al termine della Cassa Integrazione.
È una contraddizione con la richiesta di modificare l’art.18? Assolutamente NO, in quanto entrambe sono figlie della stessa logica di dominio senza dover rendere conto ad alcuno del proprio operato, tutt’al più si paga una indennità economica; è l’applicazione pratica della teoria del capitalismo neo-liberista senza vincoli e controlli. In sostanza i licenziamenti individuali si pagano con un indennizzo pur di avere il potere di ricatto e dominio su ognuno, mentre quelli collettivi meglio farli a scadenze anestetizzanti, che evitino lotte sociali, ma che soprattutto sollevino le imprese dal dover rendere conto al territorio ed alla collettività. Altro che responsabilità sociale delle imprese!
Qui sta il punto: la tradizione imprenditoriale italiana è fatta in moltissimi casi di “prendi i soldi e scappa”; pochissime sono le eccezioni di imprese che hanno radicamenti sociali e nel territorio: per lo più nel settore alimentare (Ferrero, Barilla, etc.), che è anche il settore dove più presenti sono gli accordi sindacali di “partecipazione”/produttività, ed è quello che più e meglio di altri ha retto alla crisi.
Quanta differenza con le imprese tedesche! Non solo perché a suo tempo la BDI (Confindustria tedesca) abbracciò l’idea di Bad Godesberg (l’economia sociale di mercato; la codeterminazione; etc.), ma restando ad oggi, basta guardare i produttori tedeschi di auto, che riescono a garantire salari più che dignitosi, alta occupazione e profitti ragionevoli, mentre da noi si va sulle deregolamentazionI selvagge ed i bassi salari, anche con imposizioni autoritarie, vedi FIAT; al contrario in VolksWagen il mantenimento dell’occupazione è stato possibile con una flessibilità ottenuta con più part-time ed orario da 35 a 33 ore.
La verità amara è che gli imprenditori italiani si sono dedicati quasi esclusivamente (nell’ultimo decennio) con impegno ed insistenza nella ricerca del vantaggio immediato e dell’immunità da qualsiasi rendiconto, anziché dedicarsi (come hanno fatto in Scandinavia, Germania, Francia, etc.) a ricercare più innovazioni di prodotto e di processo, e conseguentemente richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, che sono e saranno sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)In questi giorni in tanti sentono l’irrefrenabile ed incontenibile... more
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Il declassamento di mezza Europa da parte di Standard&Poor’s, tra cui la Francia che perde la tripla A e l’Italia retrocessa a BBB+, il preannunciato declassamento anche dalle altre 2 agenzie di rating Moody’s e Fitch, fanno emergere, senza dubbio, che siamo di fronte ad un attacco non più nascosto e strisciante, ma “frontale” all’Europa ed all’Euro, da parte delle agenzie di rating, i cui mandanti sono i 10 gnomi malefici (5 banche d’affari e 5 SIM, tutte anglo-americane) che dominano il mercato finanziario mondiale che, ricordiamo, continua a rimanere senza regole e senza controlli.
Già si sono succeduti commenti europei molto irritati e stizziti, tra cui il Commissario UE agli Affari Economici Olli Rehn, che si è accorto (finalmente) della vera origine speculativa dell’attacco all’Euro, dichiarando: ''Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa'', aggiungendo che c’è chi ha fatto soldi dalla ''destabilizzazione''. Anche il Presidente della BCE Mario Draghi ritiene che dovremo imparare a convivere con i giudizi non proprio obiettivi delle agenzie di rating.
Infatti le agenzie di rating sono controllate da privati: Standard&Poor’s è americana, controllata da McGraw-Hill, un colosso di servizi finanziari, partecipata da Capital World Investors, State Street e BlackRock, Fidelity Investments e Vanguard Group (solo quest’ultima gestisce circa 1.600 miliardi di dollari). Moody’s, anch’essa americana, è controllata dal fondo Berkshire Hathaway (del finanziere multimiliardario Warren Buffett), e partecipata dalle medesime Capital World Investors, Vanguard, State Street e BlackRock, oltre a ValueAct Capital e T.Rowe. Fitch, invece, è per metà americana (il gruppo Usa Hearst) e per metà francese (Fimalac).
Tutte agiscono senza nessun controllo ed in assoluta non-regolamentazione, ed i loro controllanti e partecipati sono le medesime società di investimento che operano sul mercato finanziario, spesso in modo speculativo, tant’è che il loro comportamento aveva già da tempo sollevato più di qualche lecito dubbio, già dal settembre 2008, quando Lehman Brothers fu certificata da Standard&Poor’s con l’affidabilità massima (tripla A), appena pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi economica mondiale; peraltro il medesimo “errore” (?) era già avvenuto per Enron, per Parmalat, etc.
È appena il caso di sottolineare che la Gran Bretagna continua a restare immune da qualsiasi declassamento o benché minimo “avviso”, nonostante la banca d’affari USA Morgan Stanley la posizioni come il paese più indebitato al mondo (vedi Il mercato finanziario non è un “fantasma”).
Fra l’altro, l’ultima dichiarazione del responsabile europeo di Standard&Poor’s che assicura la Germania di mantenerla nella tripla A anche in caso di una sua recessione, non è solo il riconoscimento implicito che l’atteggiamento “rigorista” dell’attuale governo tedesco è nei fatti il miglior alleato di chi persegue l’obiettivo di smantellamento dell’euro, ma dimostra anche la logica imperiale che ispira chi domina i mercati finanziari, che non è nient’altro che la traduzione moderna della vecchia regola romana del “dividi et impera”, dove chi pensa di salvarsi da solo è miope, non comprendendo che l’unica via di salvezza risiede nel mantenimento e rafforzamento dell’unità di tutta Eurolandia.
Viene da chiedersi: oltre alle motivazioni economiche, in quanto è ovvio che i 10 gnomi malefici e le società proprietarie delle agenzie di rating realizzerebbero profitti speculativi enormi da una “rottura dell’Euro”, non c’è forse qualche altro motivo più nascosto, magari inconfessabile e non dichiarato perché altrimenti deteriorerebbe l’immagine della finanza come solo “business senza alcun colore politico od ideologico” ?
Senza alcuna esitazione è proprio qui il punto: a dispetto delle interessate negazioni dell’evidenza, il capitalismo finanziario anglo-americano rappresenta non solo l’eredità e la continuità autentica dell’ideologia reaganian-tatcheriana, quanto l’anima nera che vuol mettere in ginocchio l’Europa, soprattutto per ciò che essa rappresenta dal punto di vista del modello sociale europeo (alternativo all’ideologia neo-liberista basata sulla divaricazione delle diseguaglianze), il quale nonostante qualche differenza tra paese e paese, è fondato, in modo molto significativo nei paesi nord-europei (Scandinavia, Germania, etc.), su welfare generalistico, diseguaglianze ridotte, solidarietà, protezione sociale, attenzione ai più deboli ed esposti, etc., e proprio per questo motivo rappresenta il nemico da abbattere.
Non è un caso se il tea-party ed i repubblicani americani (che con i conservatori inglesi, sono il supporto ideologico del sistema finanziario) dichiarano che il loro primo obiettivo è demolire la riforma sanitaria di Obama, nonostante sia un sistema generalistico parziale, ma rappresenta comunque un intralcio alla assenza di protezioni sociali, che è l’architrave della “libertà” incontrollata e deregolata di dominio, di sfruttamento e di sopraffazione.
Ma non è sempre stato così: tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ‘80 il capitalismo fu in qualche modo regolato, anche per la presenza di una grande ombra ad Est, che induceva imprenditori, banchieri, finanzieri, a non essere ingordi; per cui soprattutto in Europa si sono affermati sistemi di welfare, gli orari di lavoro furono ridotti, fino alle 35 ore settimanali francesi. Dopo la caduta del muro di Berlino dell’89 è iniziata l’aggressione del capitalismo neo-liberista alle conquiste sociali acquisite tra il ‘60 e l’80, in nome del “dio denaro”, della libertà assoluta del mercato senza regole e controlli; oggi l’ideologia neo-liberista domina il mondo; le grandi aggregazioni finanziarie anglo-americane e cinesi sembrano in grado di condizionare l’intera umanità senza argine e senza alcuna sorveglianza.
È quindi evidente che l’affermarsi sulla scena mondiale di un terzo attore, quale può essere l’Europa unita, rappresenta un pericolo, non solo perché terzo incomodo, quanto soprattutto in qualità di portatore di un modello sociale ispirato a valori opposti all’egoismo neo-liberista, bensì fondati sull’equità, la solidarietà, un sistema di welfare e protezione sociale, etc.
Ce la farà l’Europa a fare questo salto di qualità verso un’unione non solo monetaria ma anche economica, sociale, per approdare a quella politica, che adotti come paradigma il modello sociale europeo? Le prossime elezioni in Francia e Germania potranno contribuire a fornire la risposta.
E l’Italia? Riuscirà ad uscire dall’imbuto in cui è sprofondata (confermato dai dati Istat di questi giorni), anche grazie ai governi sconsiderati dell’ultimo decennio? La speranza (che è l’ultima a morire) risiede nel fatto che, quando l’Italia sembra non avere più nessuna chance, quando è senza apparenti vie d’uscita, finora è sempre riuscita a trovare, al proprio interno, la forza per riemergere.
La storia italica insegna che quando ci troviamo stretti in angolo, nell’emergenza, diamo il meglio di noi; siamo i campioni mondiali di “salto ad ostacoli” (basta rammentare la ricostruzione post-bellica ed il miracolo economico, o l’ingresso per niente scontato nell’euro, oppure le vittorie mondiali di calcio, in condizioni proibitive, nel 1982 in Spagna e nel 2006 in Germania).
I prossimi mesi daranno la risposta, soprattutto se insieme riusciremo a ri-trovare un senso civico dello stare insieme che non sia egoistico nè rispondente a logiche clientelar-familiari, ma incardinato nella giustizia sociale, che riscopra il senso di appartenenza collettivo e la ricerca del benessere dell’intera comunità, non solo di pochi; ed attraverso questa via dare anche un importante contributo al completamento della costruzione europea.
(di Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)Il declassamento di mezza Europa da parte di Standard&Poor’s, tra cui la... more
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Nei giorni scorsi è apparsa (inosservata) la notizia dello studio della banca d'affari americana Morgan Stanley e pubblicato da BusinessInsider, che usando un calcolo più esteso (non solo il debito degli Stati ma anche il debito delle istituzioni finanziarie/banche; quello non finanziario, delle imprese; il debito delle famiglie), indica nel REGNO UNITO il paese più indebitato al mondo, con il rapporto debito/PIL del Regno Unito pari al 900%.
Se aggiungiamo i dati sul debito USA che è di 4 punti superiore all’intero debito dei Paesi dell’area Euro, risulta chiaro che nei comportamenti del “mercato finanziario” entrano in gioco non solo e non tanto le valutazioni “oggettive” sulle affidabilità e solidità dei singoli stati, quanto la propria auto-difesa di dominio incontrastato coniugata con l’appartenenza nazionale.
Infatti il “mercato finanziario” non è un’entità astratta, indistinguibile, fumosa, non identificabile, quasi un “fantasma”, ma è fortemente condizionato, per non dire governato di fatto, da 10 gnomi malefici (veri eredi ed interpreti autentici delle politiche reagan-tatcher) cioè 5 banche d’affari e 5 SIM (società di intermediazione mobiliare), che sono tutte anglo-americane, che peraltro si avvalgono di 3 agenzie di rating (anch’esse statunitensi): questa è la vera spiegazione del perché nessuno pensa di attaccare le banche inglesi o il Regno Unito; anzi, ciò spiega molto il recente rifiuto di Cameron di non appoggiare le decisioni europee del 9 dicembre scorso, motivato appunto dalla richiesta (non accolta) di avere esenzioni e deroghe per la City e per le Banche inglesi.
Per lo stesso motivo anche gli USA ed il dollaro risultano al riparo da speculazioni finanziarie; la conferma si è avuta ad agosto 2011, quando il declassamento degli Stati Uniti da tripla A ad AA+ da parte dell’agenzia di rating Standard&Poor’s (che a settembre 2008 dava l’affidabilità massima -tripla A- a Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi) ha avuto come effetto non solo le ultime massicce speculazioni, ma anche poco tempo dopo, che il massimo responsabile di Standard&Poor’s, è stato costretto alle dimissioni.
Ovviamente le agenzie di rating rimangono il braccio operativo dei 10 gnomi malefici che perseverano nell’attacco ai Paesi dell’Euro, con l’obiettivo recondito di far saltare la moneta unica europea, sia per consolidare lo strapotere mondiale nonché ottenere ulteriori terreni speculativi e di profitto, salvo continuare sul piano interno USA ad usare indebite pressioni per favorire il tea-party ed i repubblicani, sostenitori e teorici del neo-liberismo senza vincoli e controlli.
E l’Europa? A parte tentativi di difesa ritardati e molto parziali, perciò non molto efficaci, sembra impotente di fronte ai tentativi dei mercati finanziari (orchestrati dai 10 gnomi malefici anglo-americani) di smantellare l’euro, con l’attacco ai singoli stati (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, anche Francia e Germania non sembrano al riparo). Fra l’altro con la palese contraddizione dei suoi massimi esponenti: da un lato Merkel e Sarkosy fanno finta di dimenticarsi che nel 2003 Germania e Francia chiesero ed ottennero deroghe sullo sforamento dei parametri europei, dall’altro Rhen –Commissario economico europeo e Junker –Presidente Eurogruppo, che assieme al duo “Merkosy”, nei rispettivi paesi appaiono difensori del proprio modello sociale nazionale, mentre dal pulpito “europeo” ripropongono ai paesi i difficoltà, cure draconiane neo-liberiste quale unica soluzione per curare le crisi originate dal capitalismo neo-liberista (valga per tutti l’esempio Grecia, che all’inizio poteva essere salvata con un intervento tempestivo e meno devastante, utilizzando minori risorse di quelle che sono state e continuano ad essere necessarie, mentre i continui rinvii europei nelle decisioni e l’imposizione di politiche di tagli neo-liberisti ha prodotto l’unico risultato di avere un paese (ben oltre i propri demeriti e privilegi insostenibili) che è quasi in bancarotta oltre che disastrato sul piano sociale, occupazionale, dei redditi, con scarse possibilità di risalita; tant’è che c’è chi insiste a teorizzare un default pilotato per la Grecia, che l’inettitudine europea ha finito di affossare.
Ripeto una considerazione più volte espressa: COME MAI SI PERSEVERA NEL RIPROPORRE CURE DA CAVALLO DI STAMPO NEO-LIBERISTA PER RIMEDIARE ALLE CONTINUE E RICORRENTI CRISI FINANZIARIE ORIGINATE DAL CAPITALISMO NEO-LIBERISTA? Probabilmente l’obiettivo recondito è quello di porre fine una volta per tutte, a quel che resta del modello sociale europeo, imponendo smantellamenti del welfare e scaricando i sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, evitando nel contempo che chi è causa dei disastri ne paghi il costo.
Sembrano dissolte, quasi scomparse, le teorie di politica economica di Keynes e di Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc., a fronte del dominio incontrastato del pensiero neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee.
Nonostante ciò, credo che questo 2012, possa rappresentare l’anno della speranza, perché sia in Francia che in Germania (oltre che negli USA) ci saranno le elezioni, che mi auguro possano determinare un Mitterand od un Khol (padri nobili dell’euro); cioè leader che siano in grado di anteporre l’Europa ai loro interessi personali, di partito o nazionali; perché quest’ultima crisi scaricata sull’euro e sull’Europa, ha evidenziato in modo irrefutabile che l’attuale “europa in mezzo al guado” non ha prospettive; se resta ferma muore e muore l’euro, quindi l’unica strada obbligata è attraversare il guado ed andare sulla sponda di un’Europa che si integri e con chi ci sta (Gran Bretagna fuori) passando dall’unione monetaria, a quella economica e sociale, per una governance dell’economia (anche finanziaria) in grado di imporre regole e che istituisca organi che governino il mercato in funzione di interessi e benessere comune non misurabile solo in termini di profitto; per approdare infine all’unione politica europea, che a quel punto potrebbe condizionare il resto del mondo ed offrire il modello sociale europeo quale alternativa planetaria al neo-liberismo (che palesa la sua vera natura autoritaria e refrattaria alla democrazia, in quanto assolutamente compatibile, per non dire complice, con regimi dittatoriali od ove imperano limitazioni antidemocratiche delle libertà e diritti civili e politici, come ampiamente dimostrato in Cina).
L’Europa non si salva se non si unisce definitivamente, e nessun paese può pensare di salvarsi dalle ceneri dell’Euro, perché tutti nessuno escluso (compresi i “rigoristi oltranzisti” che nascondono l’illusione non dichiarata di poter trarre, al termine della crisi, un vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi), verranno sbranati dall’avidità sconfinata ed irresponsabile dei mercati finanziari e dei loro gnomi malefici, con il risultato della prosecuzione del dominio incontrastato dell’egoismo neo-liberista nel mondo senza più oppositori o detentori di modelli sociali alternativi (proprio per questo ai loro occhi pericolosi e da abbattere); in sostanza non ci sarà più speranza per un futuro migliore per i molti che sono “il 99%” (Occupy Wall Street), condizione che invece resterà esclusivamente confinata e relegata ai soliti pochi ricchi ed ingordi.
Perciò rimango fermamente convinto che sia indispensabile oltre che urgente (cogliendo l’opportunità offerta dalla crisi), riuscire ad interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta, che solo una accelerazione dell’unione europea può fornire (da monetaria ad economica, sociale e politica, che assuma quale paradigma l' “European Social Model”), per un risveglio di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen. AReS)Nei giorni scorsi è apparsa (inosservata) la notizia dello studio della banca... more
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Sabato 15 ottobre, in tutto il mondo, non solo occidentale, dall’Europa al Sud-est asiatico, dagli USA all' America Latina, in 82 paesi ed oltre 950 città, ci sono state imponenti manifestazioni di protesta degli “indignati”, rivolte contro le nefaste conseguenze del tracotante potere finanziario che è all’origine della crisi economica mondiale, nonché contro l’insensibilità, l’impotenza (che spesso diventa connivenza e sfocia nella corruzione) della politica.
Le manifestazioni sono state ovunque pacifiche, compreso Atene (smentendo la sua recente fama violenta), mentre unicamente a Roma, un gruppo preorganizzato ed infiltrato di delinquenti incappucciati, peraltro isolati e condannati dalle altre migliaia di manifestanti, ha messo a ferro e fuoco la città, con l’unico risultato di oscurare la grande partecipazione civile e pacifica e le sue motivazioni (fra l’altro riconosciute giuste e condivisibili anche dal prossimo presidente della BCE, Mario Draghi, oltre che da Timothy Geithner, Segretario al Tesoro degli USA).
Il movimento degli “indignatos” è iniziato in Spagna (penso ispirati dal bellissimo libretto – Indignatevi – del 94enne Stefan Hessel, che è stato tra gli estensori materiali della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”); ora sono dilagati in tutto il mondo, compreso gli Stati Uniti, dove hanno investito non solo il tempio della finanza mondiale – Wall Street (perciò sono chiamati “Occupy Wall Street”), ma si sono estese anche in quasi tutti gli stati americani, compresi quelli a radicata tradizione repubblicana, forse raccogliendo il seguito di Stefan Hessel, quando nel suo secondo libro – Impegnatevi – esorta i giovani ad una «INSURREZIONE PACIFICA» per immaginare il proprio futuro e lottare per riuscire a costruirlo, invitandoli ad «intraprendere un’azione», perché l’indignazione, da sola, non basta.
La sensazione è che (finalmente) siamo in presenza di un movimento di opinione pubblica mondiale (composto soprattutto da giovani) che presenta i primi germi di costruzione di una cultura alternativa al dominio del “dio denaro” del neo-liberismo deregolato e dirompente, che tanti guasti ha generato e di cui ne paghiamo ancora le conseguenze disastrose che si sono scaricate sul lavoro e sui redditi fissi, sottintendendo anche una richiesta alla “politica” di non abdicare a vantaggio dell’avidità del sistema finanziario, ma di ri-assumere la propria funzione di governance in nome del bene comune, dell’interesse collettivo, non a favore di pochi ricchi e potenti.
Una richiesta di “politica” soprattutto europea, resa ancor più pressante dagli ultimi assalti del capitalismo finanziario rivolto prima ai Paesi PIGS (in particolare verso la Grecia) e da quest’estate anche verso l’Italia (forse con l’obiettivo recondito di abbattere l’Euro). Ma l’intero deficit dei Paesi dell’area euro è inferiore di 4 punti rispetto al deficit degli USA; eppure nessuna Banca d’investimento o SIM o Fondo speculativo si sognerebbe di attaccare gli USA oppure di mettere sotto pressione la California (il cui deficit è addirittura superiore a quello della vituperata Grecia). Come mai? Il motivo, semplicemente, risiede nell’inesistenza dell’Europa come “insieme”, come entità politica, quindi per la speculazione finanziaria è più facile attaccare i singoli Paesi europei ad uno ad uno, secondo la sempre attuale logica imperiale del “divide et impera”, per continuare imperterrita nel dominio mondiale. È del tutto evidente che sarebbe necessaria quantomeno una “governance europea” dell’economia e della finanza che imponga regole ed istituisca organi di controllo del mercato in funzione degli interessi collettivi e comunitari più che rivolti al profitto, innescando l’auspicata inversione di tendenza verso un’ “Europa politica”, dove prevalgano le priorità sociali ed economiche sugli aspetti monetari. Al momento questa rimane più una speranza che una realizzazione a breve.
Ma il punto è come dare una risposta di buona politica alle richieste degli indignati, evitando che scivolino nell’alimentare la protesta rassegnata o sterile (astensione al 30%, “grillini”, etc.), o che sprofondino nel “populismo antipartitico” (ben descritto da Nadia Urbinati nell’articolo “il pericolo del doppio populismo” pubblicato sul sito di AReS), oppure, peggio ancora, che si possano tradurre in deprecabili fenomeni violenti e controproducenti, con sommo gaudio delle destre (vedi la “Padania”, “Libero”, il “Giornale”), le quali non aspettano altro che l’occasione per scatenare una dura reazione (magari accumunando artatamente i manifestanti con i violenti, per zittire qualsiasi dissenso), ottenendo nel contempo, il risultato di depistare l’attenzione e soprattutto sminuirne le RAGIONI, evitandone quindi la loro diffusione pubblica.
Per questo ritengo assolutamente prioritario ed urgente, quale pre-condizione per poter vincere contro lo strapotere finanziario, poter offrire a questi movimenti ed alle giovani generazioni una “bussola”, un progetto ideale, che raccolga la prorompente richiesta di equità, solidarietà, giustizia sociale e prospettive di futuro, emersa da queste imponenti manifestazioni, tanto più necessaria in relazione alle pressioni dei mercati finanziari sullo spread ed indispensabile al fine di evitare che il messaggio degli indignati si spenga come un fuoco di paglia, lasciando campo libero al dominio del capitalismo finanziario, ai privilegi delle cricche e delle caste, alle impunità di evasori e corruttori, al sistema clientelare delle appartenenze familiar/corporative che annienta il merito ed abbandona chi ha bisogno, probabilmente ancora per molti anni.
L’Associazione AReS ha già dichiarato di raccogliere questa domanda per una politica migliore, per una imprenditoria, per un sindacato, per una società civile migliori e responsabili.
Ciò è reso ancora più impellente dalla carenza di proposte di prospettiva da parte di chi ne dovrebbe essere deputato: una maggioranza di governo preoccupata soltanto di salvaguardare il proprio capo e di conservare il consenso del blocco sociale di riferimento; le opposizioni che invece di apparire concentrate solo in discussioni sulle alleanze, combinazioni tra partiti, leadership, assetti interni, narrazioni immaginose ma prive di contenuti, etc., devono privilegiare e comunicare la costruzione di una proposta su “COSA FARE PER L’ITALIA”, lasciando come conseguenza la questione delle formule, che altrimenti rischia di sembrare una scatola vuota, implicitamente dando spazio all’idea sbagliata e malsana che sono tutti ugualmente responsabili.
AReS, anche a seguito dei 3 Convegni già realizzati sulla “Sostenibilità finanziaria dei sistemi di welfare”, sul “Riformismo politico e sociale”, sulla “Governance equo-solidale dell’economia” (editi nel prossimo numero della rivista ReS), farà una proposta di “visione del futuro” (cercando di coinvolgere tutti coloro che siano disponibili – associazioni, singoli, etc., comunque “cervelli liberi”) per ri-costruire un Paese equo e solidale fondato su una nuova economia sociale di mercato (quale crocevia delle diverse culture sociali del secolo scorso: cattolica, socialista, liberal-democratica) che riduca le diseguaglianze e dia una prospettiva credibile alle giovani generazioni.
Ovviamente una proposta “aperta”, ma comunque una proposta da diffondere anche utilizzando gli strumenti della rete (che sono non controllabili od oscurabili), per tentare di orientare il dibattito politico e sociale e finalizzarne le scelte conseguenti, che sia imperniata sulla riduzione delle diseguaglianze socio-economiche (l’IMPOVERIMENTO DEI REDDITI DA LAVORO E DA PENSIONE, la RAREFAZIONE DI OPPORTUNITÀ DI LAVORO STABILE, soprattutto per i giovani, le donne ed al Sud, etc.), che rappresentano un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, al fine di riuscire ad evolvere “dal DECLINO allo SVILUPPO EQUO e SOLIDALE”.
(Flavio PELLIS – Segr.Gen.AReS)Sabato 15 ottobre, in tutto il mondo, non solo occidentale, dall’Europa al... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
L’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze catastrofiche che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, ricambiate ancora e per più volte, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza, l’assistenza ed i servizi erogati dagli enti locali a sopportare il maggior peso di tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero esattamente il contrario, cioè che la politica ha abdicato in favore dei mercati finanziari.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Lo dice un’indagine dell’Onu, non i critici del capitalismo.
Quindi, non lasciare, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organismi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nel benessere (definito anche felicità collettiva) e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
Che fine hanno fatto le teorie di politica economica di J.M. Keynes e di J.K.Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc.?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (PIGS = Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, ora anche l’Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
L’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze catastrofiche che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, ricambiate ancora e per più volte, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza, l’assistenza ed i servizi erogati dagli enti locali a sopportare il maggior peso di tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero esattamente il contrario, cioè che la politica ha abdicato in favore dei mercati finanziari.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Lo dice un’indagine dell’Onu, non i critici del capitalismo.
Quindi, non lasciare, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organismi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nel benessere (definito anche felicità collettiva) e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
Che fine hanno fatto le teorie di politica economica di J.M. Keynes e di J.K.Galbraith, l’economia sociale di mercato, la solidarietà marxiana, la dottrina sociale della chiesa ed il solidarismo cattolico, etc.?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (PIGS = Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, ora anche l’Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
(di Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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Nei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti da tripla A ad AA+, dando in tal modo il via a massicce operazioni di vendite speculative sui tutti i mercati finanziari, innescando una nuova ulteriore crisi finanziaria mondiale, che sommandosi alla precedente crisi non ancora conclusa, rischia di tramutarsi in una vera e propria recessione planetaria. È appena il caso di ricordare che la medesima agenzia, nel settembre 2008, aveva certificato l’affidabilità massima (tripla A) per la banca di investimento Lehman Brothers, pochi giorni prima del suo fallimento, che diede inizio alla crisi finanziaria mondiale (ancora in corso); il che la dice lunga sulle affidabilità ed obiettività delle agenzie di rating.
Quasi in contemporanea, nel pieno della bufera speculativa che si stava abbattendo sull’Italia, la Banca Centrale Europea (finora sempre prudentemente distante da tali tematiche) in una lettera al Governo italiano avrebbe chiesto quale condizione per intervenire a sostegno del nostro paese (stando alle indiscrezioni giornalistiche, visto la segretezza messa dallo stesso Governo), interventi e tagli allo stato sociale nonchè riduzioni delle tutele sui licenziamenti illegittimi.
Per inciso, l’arbitrio di licenziare indiscriminatamente senza giusta causa o giustificato motivo quanto fa risparmiare ai conti dello stato? La precarietà giovanile si risolve facendo diventare tutti instabili e precari?
Fuor di polemica, una riflessione più ampia anche temporalmente, non può che osservare che, dall’inizio della crisi di 3 anni fa, tutti gli istituti e consessi mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale, ai vari G8, G20, all’OCSE, alla Commissione europea, anche la BCE, etc., continuano pervicacemente a propinare lo stesso modello neo-liberista: quello del dominio assoluto del mercato finanziario, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro.
Un modello che, confidando nei feticci del neo-capitalismo globale, dell’autoregolamentazione del mercato finanziario, delle virtù taumaturgiche dell’avidità e dell’accumulazione egoistica a qualsiasi costo, punta di crisi in crisi, a scaricare tutti i costi e le contraddizioni sullo stato sociale, su lavoratori e pensionati, sulle giovani generazioni con la permanente incertezza del futuro (emblematica è la precarizzazione dei rapporti di lavoro).
Tutto ciò motivato dal tentativo di impedire che il “virus greco” possa contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendoli però in tal modo, a cure da cavallo che rischiano di uccidere anziché guarire, senza peraltro essere al riparo dalle manovre speculative dei mercati finanziari.
Eppure, l’esito negativo delle politiche neoliberiste è certificato dai suoi effetti più disastrosi, quali le massicce redistribuzioni dei redditi dai poveri ai ricchi e le impennate della disoccupazione/inoccupazione.
La peculiarità dell’applicazione italiana del neo-liberismo nell’ultimo decennio, ha prodotto conseguenze negative che hanno inciso non solo sulla struttura socio-economica ma anche sulla morale collettiva del Paese, intaccando la solidarietà fra gruppi sociali e favorendo corporativismi e fenomeni di disgregazione e disagio, con l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e nell’accesso ad un mercato del lavoro bloccato basato non sul merito, ma sull’appartenenza e sulla rete di conoscenze familiari.
Perciò i giovani ritengono (non a torto) di essere stati derubati del proprio futuro.
La manifestazione più eclatante consiste nell’ultima versione della manovra in discussione in Parlamento, in cui in un quadro molto dubbio di equilibrio finanziario, emergono scelte annunciate, cambiate e poi ritirate, con l’unica preoccupazione di evitare reazioni, nel tentativo disordinato di conservazione del consenso del blocco sociale di riferimento.
Chi paga il pareggio di bilancio? Saranno ancora una volta le famiglie, il lavoro, la previdenza e l’assistenza erogata dagli enti locali a sopportare il maggior peso dei vari tagli, imposte e riduzione delle esenzioni.
L`ideologia finanziaria continua a dominare, sulla politica e sulle esigenze sociali.
Non è vero che il mercato finanziario ha espropriato la politica; è vero il contrario, che la politica ha abdicato a favore dei mercati.
La conseguenza è stata lo spostamento del potere di governance agli attori del mercato finanziario.
Non è un sospetto propagato dai critici del capitalismo, lo dice un’indagine dell’Onu.
Non lasciare, quindi, come ad esempio in Europa, la governance dell’economia senza regole e senza organi, ma imponendo regole ed istituendo organi che governino il mercato in funzione di quegli interessi che hanno un valore non misurabile solo in termini di profitto.
In questa direzione sembrano muoversi gli studi che indicano nella felicità collettiva e non nel Pil la misura della dinamica del reddito.
Ad imporre ciò deve essere la politica, se non ha completamente perso la sua ragion d’essere, lasciando crescere a dismisura l’individualismo (prodotto ed alimentato dall’avidità sconfinata ed irresponsabile del sistema finanziario neo-liberista); per contro, manca lo slancio verso un impegno collettivo e solidale.
Infine ed in sintesi la domanda è: come mai si continua a tentare di curare le ricorrenti crisi finanziarie originate dal capitalismo neo-liberista (che si scaricano regolarmente sui sistemi economici e sociali) con la riproposizione di ricette di stampo neo-liberista, smantellamenti dello stato sociale e ripartizione dei sacrifici solo tra la middle-class ed i più esposti, mentre chi è causa dei disastri non ne paga mai il costo?
Non esiste altro pensiero economico-sociale che quello neo-liberista, peraltro sposato integralmente dalle istituzioni internazionali ed europee?
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale” (dopo che fin dall’inizio dell’Unione europea ha prevalso l’aspetto monetario su quello economico e sociale), sembra sia stata assunta come il pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimane dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione (Grecia, Spagna, Italia, etc.), con azioni di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro, nonché con spinte selvagge verso privatizzazioni di tutto ciò che può tramutarsi in profitto.
Malgrado ciò, resto fermamente convinto che possiamo andare verso un risveglio, se sapremo interpretare la speranza di una società migliore, più equa e più giusta.
La rinascita di una società civile in grado di riappropriarsi del proprio futuro, non può che passare dal tramonto dell'individualismo avido, al risorgere del solidarismo sociale che punti alla riduzione delle iniquità e all’eguaglianza delle opportunità, ed a regole e controlli di governance dell’economia finanziaria.
Un percorso certamente arduo e faticoso, di cui, a tutt’oggi, non si intravede nemmeno l’inizio, ma tuttavia possibile, a condizione di mettere insieme i “cervelli liberi” per costruire e diffondere un progetto idea-le di sviluppo equo e solidale alternativo al neo-liberismo, anche con l’utilizzo degli strumenti più liberi, non controllabili ed oscurabili disponibili in Internet, tra cui i social network (Facebook, Twitter, YouTube, etc.); in sostanza più demos, più coinvolgimento, più partecipazione, più democrazia, anche per rivitalizzare una declinante “politica”.
FLAVIO PELLIS – segretario generale AReSNei primi giorni di agosto l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha... more
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