tagged w/ Diseguaglianze
-
RESPONSABILITÀ: consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano; onere giuridico o morale derivante da atti propri o altrui; questo si legge sul vocabolario.
Ma in politica, è quella condizione che la destra non ha mai quando governa (perché si occupa solo della spartizione del potere e di beneficiare il suo popolo), ma che una parte della sinistra ha quando si avvicina al governo, ritenendo che il requisito indispensabile per governare sia la sbagliata adesione acritica alla deregulation liberista, salvo poi andare sempre a sbattere; tradendo come al solito il proprio elettorato che, in nome della responsabilità, paga sempre il prezzo del risanamento dei guasti immancabilmente ereditati, mentre i ricchi e potenti e le corporazioni (che di solito sono di destra) vengono sempre risparmiati.
È vero che il potere corrompe, ma è soprattutto vero che il peggior nemico della sinistra, non è tanto la destra (peraltro ben riconoscibile come avversario), quanto gli esponenti “finti” della stessa sinistra.
Detto in altri termini: liberisti camuffati da progressisti. Due esempi per tutti: uno è Tony Blair, con il triste primato di aver determinato diseguaglianze enormemente più profonde ed estese che non la Thatcher; l’altro è Matteo Renzi, che voleva gabellare per teorie avanzate e riformiste quelle liberiste di Ichino; il quale, infatti, è poi finito nella sua casa naturale, cioè con Scelta Civica di Monti, chierico del liberismo.
Di questi tempi, aspettando l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in tanti continuano a rivolgersi al PD e al Centro-sinistra, insistendo sulla “responsabilità verso il Paese”. Tra questi, anche le continue, incessanti esternazioni proprio di Matteo Renzi (che si conferma l’arrivista che è, alla faccia della proclamata lealtà) per fare un governo in alleanza con Berlusconi; posizioni prontamente elogiate da Italia Futura di Montezemolo – grande sponsor di Monti –, nonché molto apprezzate proprio dallo stesso PdL; elogi e lodi che non stupiscono più di tanto: tra liberisti ci si intende benissimo.
Allora, intendiamoci sulla “responsabilità verso il Paese”: Paese quale? Paese di chi?
Il Paese degli evasori, dei truffatori, che non pagano mai dazio?
Il Paese della corruzione, delle clientele, delle corporazioni, del familismo?
Il Paese di quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale?
Il Paese di chi è stato esentato dai sacrifici dell’ultimo anno?
L’unica responsabilità è quella “SOCIALE”: verso il ceto medio produttivo impoverito (piccoli imprenditori, artigiani, etc.), verso lavoratori, pensionati, precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo, verso i nuovi disagi e le nuove povertà, etc.; cioè verso quella parte d’Italia che sta “SOTTO”.
Perché, anche se c’è chi sostiene che non esiste più destra e sinistra, ritengo che continua ad esistere un “sopra” ed un “sotto”; dove il “sotto” è la parte che paga per tutti, sulle cui spalle è caricato l’intero Paese.
Basta con l’inganno della responsabilità del Paese (cos’ì com’è), in nome della quale i sacrifici sono sopportati, solo e sempre, da chi sta “sotto” e che frega sempre il centro-sinistra.
Quindi, la risposta non può che essere un “governo del cambiamento”, in grado di accogliere la domanda disperata di interventi urgenti sul versante dell’economia e dell’occupazione e del disagio sociale.
Un scelta che non può essere svenduta, in nome della “responsabilità”, in un abbraccio liberista e letale con Berlusconi, cioè con chi (governando per 8 anni su 10) è stato il principale responsabile dei disastri in cui è stato sprofondato il paese; sarebbe come decidere di suicidarsi. In tale scenario, non è difficile prevedere che Grillo, avendo ricevuto gratis che altri gli togliessero le castagne dal fuoco (cioè l’assunzione dell’onere della decisione che invece sarebbe stata solo sua) e quindi, non essendo stato incastrato nell’obbligo di scegliere, ricompatterà il dissenso interno che, sia pure titubante, sta emergendo; riuscirà a sfilarsi mantenendo le mani libere, usando ampiamente la grancassa sull’ennesimo inciucio di autoconservazione dei vecchi partiti, mentre il dissesto economico e sociale non avrebbe soluzione; al fine di incassare ancor più consensi (da togliere soprattutto al PD, che per Grillo è l’unico nemico da abbattere), da utilizzare alla prossima, a quel punto molto vicina, scadenza elettorale; per mandare, questa volta e sul serio, tutti a casa. In questo funesto quadro resterebbero solo due grandi forze contendenti: da un lato il centro-destra che riuscirà, come ha sempre fatto, a resistere sul campo e confermarsi quale competitore (ovviamente dovrà ricompattarsi nonchè risolvere il ricambio degli ormai “cotti” Berlusconi e Monti, probabilmente con Matteo Renzi come “nuovo” leader – magari benedetto dai cardinali Bagnasco e Bertone); dall’altro lato Grillo ed il M5S (che a quel punto, potrebbe pure riuscire a prendere la maggioranza).
Mi auguro vivamente che questa volta il PD, anziché ridividersi come molto spesso ha fatto, per poi mollare e pagarne molto duramente il prezzo, riesca a reggere e mantenere la posizione per un “governo del cambiamento”, affinchè si possa finalmente fare.
(NOSUDDITO.TURISTA)RESPONSABILITÀ: consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne... more
-
-
RESPONSABILITÀ: consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano; onere giuridico o morale derivante da atti propri o altrui; questo si legge sul vocabolario.
Ma in politica, è quella condizione che la destra non ha mai quando governa (perché si occupa solo della spartizione del potere e di beneficiare il suo popolo), ma che una parte della sinistra ha quando si avvicina al governo, ritenendo che il requisito indispensabile per governare sia la sbagliata adesione acritica alla deregulation liberista, salvo poi andare sempre a sbattere; tradendo come al solito il proprio elettorato che, in nome della responsabilità, paga sempre il prezzo del risanamento dei guasti immancabilmente ereditati, mentre i ricchi e potenti e le corporazioni (che di solito sono di destra) vengono sempre risparmiati.
È vero che il potere corrompe, ma è soprattutto vero che il peggior nemico della sinistra, non è tanto la destra (peraltro ben riconoscibile come avversario), quanto gli esponenti “finti” della stessa sinistra.
Detto in altri termini: liberisti camuffati da progressisti. Due esempi per tutti: uno è Tony Blair, con il triste primato di aver determinato diseguaglianze enormemente più profonde ed estese che non la Thatcher; l’altro è Matteo Renzi, che voleva gabellare per teorie avanzate e riformiste quelle liberiste di Ichino; il quale, infatti, è poi finito nella sua casa naturale, cioè con Scelta Civica di Monti, chierico del liberismo.
Di questi tempi, aspettando l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in tanti continuano a rivolgersi al PD e al Centro-sinistra, insistendo sulla “responsabilità verso il Paese”. Tra questi, anche le continue, incessanti esternazioni proprio di Matteo Renzi (che si conferma l’arrivista che è, alla faccia della proclamata lealtà) per fare un governo in alleanza con Berlusconi; posizioni prontamente elogiate da Italia Futura di Montezemolo – grande sponsor di Monti –, nonché molto apprezzate proprio dallo stesso PdL; elogi e lodi che non stupiscono più di tanto: tra liberisti ci si intende benissimo.
Allora, intendiamoci sulla “responsabilità verso il Paese”: Paese quale? Paese di chi?
Il Paese degli evasori, dei truffatori, che non pagano mai dazio?
Il Paese della corruzione, delle clientele, delle corporazioni, del familismo?
Il Paese di quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale?
Il Paese di chi è stato esentato dai sacrifici dell’ultimo anno?
L’unica responsabilità è quella “SOCIALE”: verso il ceto medio produttivo impoverito (piccoli imprenditori, artigiani, etc.), verso lavoratori, pensionati, precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo, verso i nuovi disagi e le nuove povertà, etc.; cioè verso quella parte d’Italia che sta “SOTTO”.
Perché, anche se c’è chi sostiene che non esiste più destra e sinistra, ritengo che continua ad esistere un “sopra” ed un “sotto”; dove il “sotto” è la parte che paga per tutti, sulle cui spalle è caricato l’intero Paese.
Basta con l’inganno della responsabilità del Paese (cos’ì com’è), in nome della quale i sacrifici sono sopportati, solo e sempre, da chi sta “sotto” e che frega sempre il centro-sinistra.
Quindi, la risposta non può che essere un “governo del cambiamento”, in grado di accogliere la domanda disperata di interventi urgenti sul versante dell’economia e dell’occupazione e del disagio sociale.
Un scelta che non può essere svenduta, in nome della “responsabilità”, in un abbraccio liberista e letale con Berlusconi, cioè con chi (governando per 8 anni su 10) è stato il principale responsabile dei disastri in cui è stato sprofondato il paese; sarebbe come decidere di suicidarsi. In tale scenario, non è difficile prevedere che Grillo, avendo ricevuto gratis che altri gli togliessero le castagne dal fuoco (cioè l’assunzione dell’onere della decisione che invece sarebbe stata solo sua) e quindi, non essendo stato incastrato nell’obbligo di scegliere, ricompatterà il dissenso interno che, sia pure titubante, sta emergendo; riuscirà a sfilarsi mantenendo le mani libere, usando ampiamente la grancassa sull’ennesimo inciucio di autoconservazione dei vecchi partiti, mentre il dissesto economico e sociale non avrebbe soluzione; al fine di incassare ancor più consensi (da togliere soprattutto al PD, che per Grillo è l’unico nemico da abbattere), da utilizzare alla prossima, a quel punto molto vicina, scadenza elettorale; per mandare, questa volta e sul serio, tutti a casa. In questo funesto quadro resterebbero solo due grandi forze contendenti: da un lato il centro-destra che riuscirà, come ha sempre fatto, a resistere sul campo e confermarsi quale competitore (ovviamente dovrà ricompattarsi nonchè risolvere il ricambio degli ormai “cotti” Berlusconi e Monti, probabilmente con Matteo Renzi come “nuovo” leader – magari benedetto dai cardinali Bagnasco e Bertone); dall’altro lato Grillo ed il M5S (che a quel punto, potrebbe pure riuscire a prendere la maggioranza).
Mi auguro vivamente che questa volta il PD, anziché ridividersi come molto spesso ha fatto, per poi mollare e pagarne molto duramente il prezzo, riesca a reggere e mantenere la posizione per un “governo del cambiamento”, affinchè si possa finalmente fare.
(NOSUDDITO.TURISTA)RESPONSABILITÀ: consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne... more
-
-
Il rifiuto netto del M5S di permettere la formazione di un governo "di cambiamento" a guida PD, per poter attuare gran parte dei punti presenti anche nel loro stesso programma, si accompagna alla esplicita richiesta di indicare loro direttamente il nome del Presidente del Consiglio. Ebbene, proviamo ad analizzare questa ipotesi che, pur in tutta la sua clamorosa provocazione, può diventare una strada per stanare Grillo, per inchiodarlo alle proprie responsabilità, dalle quali sfugge; anziché blandirlo, inseguirlo sul terreno, che gli è più congegnale, delle provocazioni, degli insulti, dei depistaggi continui che servono unicamente ad evitare l’assunzione di responsabilità e risposte a problemi scomodi.
Il Movimento 5 Stelle non è un partito, tantomeno un “movimento” (cioè in perenne rinnovamento, a partire dal continuo ricambio dei vertici); bensì un’ IMPRESA a PROPRIETARIO UNICO (“marchio depositato di proprietà di Giuseppe Piero Grillo”), sorretta da una CONSORTERIA FIDELIZZATA ed OBBEDIENTE agli ORDINI del CAPO (pena l’espulsione), SELEZIONATA da un CONSENSO da CIRCOLO CHIUSO (appena 22.000 partecipanti alle parlamentarie), quindi AUTOREFERENZIALE (a dispetto del cospicuo ed inaspettato, anche per loro stessi, risultato elettorale, che ha raccolto la protesta e soprattutto la domanda di un cambio radicale), nonchè SETTARIA e PRESUNTUOSA in quanto si autointesta l’essere gli UNICI DEPOSITARI della VERITÀ.
Perciò, l’unico modo per far uscire allo scoperto Grillo e il M5S, è accogliere la loro richiesta, ma non accettando un nome da loro proposto, bensì proponendo PUBBLICAMENTE un “GOVERNO a guida BEPPE GRILLO”, indicando lui personalmente quale PRESIDENTE del CONSIGLIO, con un programma condiviso (come gli 8 punti), appoggiato dal Centro-sinistra con una “fiducia tecnica” (cioè solo funzionale ai numeri necessari per l’insediamento del governo, nulla di più), ma valutando, di volta in volta, se e come sostenere i vari provvedimenti.
Così vedremmo anche, il livello di competenze e di qualità dei parlamentari grillini.
Questa proposta stanerebbe Grillo, in quanto vincitore politico delle elezioni; non può più criticare soltanto e ripetere "tutti a casa"; il risultato elettorale gli ha consegnato non solo gli onori del voto, ma soprattutto l'onere della responsabilità, a cui non può sfuggire; il cerino è e deve restare, nelle sue mani.
In questo modo, Grillo e il M5S non potrebbero sottrarsi ad una scelta (come quando hanno dovuto decidere tra Grasso e Schifani per la presidenza al Senato): o accettare la proposta assumendosi la responsabilità di governo, in particolare nei confronti del proprio elettorato; oppure rifiutare per sfasciare tutto, cinicamente e senza scrupoli, per ritornare al voto, al fine di capitalizzare un risultato ancora migliore per governare da solo (quando insiste nel “via i partiti”), buttando spregiudicatamente alle ortiche il “dare voce ai cittadini”, il “risolvere i problemi di chi non ce la fa più”, “il nostro programma è il vero cambiamento”, etc., che sono il filo conduttore ripetuto di Grillo e del M5S (fin dalla campagna elettorale).
Ovviamente, in caso di un rifiuto ad assumere la guida del governo, risulterebbe più che evidente, che ciò che sta veramente a cuore a Grillo, è solo la conquista del potere (confermando tentazioni dittatoriali, quando vagheggia il 100% del parlamento), meno che mai rispondere alla domanda politica che è emersa dal voto: governare per uscire dalla crisi, in particolare da quella parte di popolazione che lo ha votato, non solo per una ribellione ai sacrifici insopportabili, perché stanchi di non avere risposte, etc., ma soprattutto, per chiedere un cambiamento dalle politiche di austerità e dei sacrifici a senso unico.
Così, tutti quelli che sono stati abbagliati da Grillo, perché in cerca di una soluzione miracolistica, perché tartassati ed impoveriti, perché non riescono più a sopravvivere, etc., si troveranno a non avere alcuna soluzione, proprio a causa del rifiuto di Grillo.
Certo che è curioso, che la causa di tutto, venga addebitata da Grillo unicamente al PD, al posto del PdL di Berlusconi che (governando per 8 anni su 10 assieme alla Lega), è stato il responsabile principe dei disastri e della situazione in cui è stato sprofondato il paese, e che da noi imperversa da un ventennio (ormai impresentabile in Europa e nel mondo), al quale peraltro Grillo permette qualsiasi insulto, vedi quando Berlusconi etichetta il M5S come una setta uguale a Scientology e pericolosa per la democrazia; provocando solo la reazione di Scientology.
Quale reazione da Grillo e dai grillini nella rete?
Assolutamente niente! Solo un “assordante silenzio”!
Ma Grillo è affetto da strabismo? Come mai usa due pesi e due misure? Forse perché ha deciso (senza dirlo, alla faccia della trasparenza) di non disturbare uno degli uomini più ricchi d’Italia, perché i soldi ed il potere vanno sempre trattati con deferenza e sottomissione?
Un Grillo talmente obnubilato, accecato ed ossessionato da quello che considera il suo unico “nemico”, cioè il PD; probabilmente l’offuscamento di Grillo deriva dal fatto che ha usufruito di ben 2 condoni tombali nell’epoca berlusconiana (forse da qui deriva la “benevolenza” verso Berlusconi?), residente in Svizzera, con tante società off-shore ai Caraibi (infatti nel programma M5S, non vi è traccia dei temi dell’evasione fiscale, delle frodi fiscali, etc.); peraltro sarebbe interessante chiedergli di rendicontare on-line come è stata finanziata la sua campagna elettorale.
Di certo il PD, rimanendo assolutamente impraticabile un abbraccio mortale con il PdL, non può rischiare di togliere le castagne dal fuoco a Grillo ed al M5S, assumendosi in loro vece, l’onere di rispondere della rottura per ritornare alle urne; con la proposta di un governo a guida Grillo, questa responsabilità è e resta soltanto sua, ed è solo lui che ne deve rendere conto.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Il rifiuto netto del M5S di permettere la formazione di un governo "di... more
-
-
La settimana scorsa è stata segnata dall’elezione del nuovo Papa e dalle elezioni dei nuovi Presidenti di Camera e Senato. Gli eletti hanno, tutti e tre, più di una caratteristica in comune: fino al momento dell’elezione erano degli assoluti outsider; non solo, rispetto alle medie dei loro predecessori sono più giovani, moderni, adattati ai tempi e, dai primi discorsi, denotano un’attenzione (mai dichiarata così esplicitamente prima) al popolo, agli ultimi, agli esclusi, ai poveri (Papa Francesco), alla sofferenza sociale, alla generazione che ha smarrito sé stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia, a chi é caduto (senza trovare la forza e l’aiuto per rialzarsi), a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della Cassa Integrazione, agli esodati, ai tanti imprenditori schiacciati dal peso della crisi, a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti (Laura Boldrini), a chi è morto per le istituzioni, alle vittime della criminalità organizzata e delle mafie; perciò abbiamo la responsabilità di indicare un cambiamento possibile (in gioco è la qualità della democrazia che lasceremo in eredità ai nostri figli e nipoti) e dare risposte rapide ed efficaci all’altezza della crisi economica e sociale, ma anche politica (Piero Grasso).
Soffia finalmente un vento nuovo su Roma (anche a S.Pietro) e sull’Italia? Un vento che rimette al centro la questione sociale e l’ineguaglianza, quale paradigma cui rapportare la propria azione e prospettiva?
Lasciando ai vaticanisti analisi e valutazioni su oltretevere, mi interessa soffermarmi su ciò che le 2 elezioni hanno provocato: l’evidente e totale mancanza di credibilità di Scelta Civica e di Monti che, votando scheda bianca, hanno fatto esattamente l’opposto della responsabilità, che da ipocriti propagandano e chiedono agli altri; ma soprattutto riguardo la precedentemente dichiarata ed ostentata graniticità dei grillini.
Ebbene, già nelle elezioni alla Camera, pur mantenendo una compattezza sul voto del proprio candidato, i giudizi rilasciati dai grillini-all’insaputa di Grillo- sulla figura della neo-eletta Presidente, sono stati positivi, di apprezzamento, più che lusinghieri; oltre al solito tentativo di auto-intestarsene (impropriamente) il merito.
Ma al Senato è successo l’imprevedibile: i senatori grillini si sono clamorosamente divisi: ben 14 voti si sono aggiunti a quelli che hanno determinato l’elezione al ballottaggio, di Piero Grasso; voti di quasi certa provenienza grillina, da cui un anatema stizzito e isterico di Grillo (ri-scatenando il tema della democrazia interna al M5S), che peraltro resta in “silenzio assordante” sugli insulti di Berlusconi che etichetta M5S una setta come Scientology e pericolosa per la democrazia, mentre continua senza sosta ad attaccare solo il PD.
Quindi il punto è: come stanare sia Scelta Civica, sulla contraddizione tra ciò che chiedono e ciò che fanno; sia Grillo e il M5S, anziché blandirli, inseguirli o sfidarlo sul suo terreno degli insulti, delle provocazioni, dei depistaggi continui che servono ad evitare l’assunzione di responsabilità e risposte a problemi scomodi.
Perciò ritengo che, oltre agli 8 punti (che sono in gran parte presenti nel programma del M5S), sia opportuno corredarli con una “squadra di governo” di alto profilo, di grande rilievo, con la caratteristica del cambiamento, onestà e ineccepibili curriculum, ripercorrendo ed adottando i medesimi criteri che hanno ispirato l’individuazione delle candidature di Grasso al Senato e Boldrini alla Camera, mettendo sia Scelta Civica che il M5S in un angolo; chiedendo una “fiducia tecnica” (cioè funzionale solamente all’insediamento del governo, nient’altro e nulla più, tantomeno cambiali in bianco) sui contenuti e le persone, per iniziare a tradurre in provvedimenti concreti il programma; verificandolo alla luce del sole nel percorso parlamentare.
Detto in altri termini: Grillo e il M5S non può più criticare soltanto e ripetere "tutti a casa"; il risultato elettorale gli ha consegnato non solo gli onori del voto, ma soprattutto l'onere della responsabilità, a cui non può sfuggire e di cui deve rispondere, anche verso chi lo ha premiato nelle urne.
M5S (al pari di Scelta Civica) va inchiodato al non sottrarsi ad una scelta, in particolare nei confronti del suo elettorato e del suo popolo del web; cioè quella parte di popolazione che lo ha votato non solo per una ribellione ai sacrifici insopportabili, perché tartassati ed impoveriti, perché non si riesce più a sopravvivere, etc., ma soprattutto per chiedere un cambiamento dalle politiche di austerità e dei sacrifici a senso unico (vedi i piccoli imprenditori, artigiani, lavoratori, pensionati, precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo, nuovi disagi e nuove povertà, etc.); sacrifici che non hanno minimamente toccato quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale, chi evade, truffa, corrompe e non paga mai dazio, chi è stato esentato dai sacrifici nell’ultimo anno, le rendite, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il familismo, etc.
In questo modo, il Parlamento può trasformarsi, da luogo rifugio per chi ha inteso la politica come mala-politica, come malaffare, clientele, tutela di interessi particolari, per trarne vantaggi privati, etc., in un finalmente, luogo della “buona politica”, a condizione che ci sia un atteggiamento non settario, di chiusura nel proprio circoletto, ma aprendosi con la mente libera e scevra da pregiudizi, all’ esame della qualità, bontà ed efficacia dei provvedimenti che verranno presentati e discussi alla Camera e al Senato.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS - Associazione Riformismo e Solidarietà)
Pubblicato sui siti di AReS (17 marzo 2013); Rete del Sociale e del Lavoro (18 marzo 2013)La settimana scorsa è stata segnata dall’elezione del nuovo Papa e dalle... more
-
-
Dal responso delle urne, a causa della pessima legge elettorale chiamata “porcellum” dal suo estensore, risulta evidente che la coalizione di centro-sinistra, pur avendo vinto, sia pur di poco, le elezioni, ha la maggioranza alla Camera ma non al Senato. Questa “sconfitta politica” del centro-sinistra ha indirettamente offuscato le più grandi perdite di Lega e PDL (niente affatto vincitori, perché abbandonati dalla metà del proprio elettorato), che però si sono aggiudicati le regioni chiave per differenza.
Se è vero (come emerge da una prima, seppur sommaria analisi) che ben il 5% del popolo del PD è emigrato verso il M5S di Grillo, questa è solo protesta? Indignazione morale? Basta con l’austerità? Oppure, anche ribellione ai sacrifici a senso unico? Un insopportabile impoverimento? Una sopravvivenza non più sostenibile? Una rottura sociale? Dario Fo; Celentano; la manifestazione a S.Giovanni (piazza storica della sinistra); oppure, ci sono motivazioni più profonde?
Ritengo che il punto politico risieda nel fatto che il PD non ha dato la sensazione di una politica discontinua dall’austerità, non è stato percepito come un’alternativa; più un deficit di credibilità, che la mancanza di un programma; non ha fornito una decisa visione di un possibile futuro migliore, soprattutto al suo popolo impoverito: dai piccoli imprenditori e artigiani, dai lavoratori e pensionati, ai precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo. In più non si è fatto paladino in modo risoluto ed energico (come avrebbe dovuto, anche per attaccare la mala politica di PDL-Lega, vedi Lombardia, Lazio, etc.) di una profonda riforma moralizzatrice della politica (nonostante lo slogan moralità e lavoro).
Non è la prima volta che, quando il centro-sinistra pensa di aver vinto, perde sempre. C’è da augurarsi che questa ulteriore “sberla” serva, affinchè la sinistra faccia finalmente la sinistra (non rivoluzionaria – basterebbe proporre con forza e decisione, il modello vincente di socialdemocrazia nordica).
Dopo il voto, le prime dichiarazioni di tanti, insistono sulla “responsabilità verso il Paese”.
Paese quale? Paese di chi? Il Paese di quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale? Il Paese di chi è stato esentato dai sacrifici dell’ultimo anno? Il Paese di chi evade, truffa e non paga mai dazio? Il paese della corruzione e delle rendite? Il Paese degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo?
La sola responsabilità è verso quella parte d’Italia che sta “SOTTO”, e da sola, ha subìto i sacrifici di un anno di Monti, per rimediare ai disastri di un decennio sconsiderato, governato per 8 anni su 10 da Pdl-Lega. Perché, anche se si dice che non esiste più destra e sinistra, ritengo che continua ad esistere un “sopra” ed un “sotto”. Basta con l’inganno della responsabilità del Paese (cos’ì com’è), in nome della quale i sacrifici sono pagati, solo e sempre, da chi sta sotto e che frega sempre il centro-sinistra.
L’unica responsabilità è quella “SOCIALE”, verso il ceto medio produttivo impoverito (piccoli imprenditori, artigiani, etc.), verso lavoratori, pensionati, precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo, verso i nuovi disagi e le nuove povertà, etc.
Quindi, in nessun caso, mai più ed ancora mai, nessun “governissimo”, o “governo di salvezza nazionale”, “grande coalizione”, in alleanza con chi è stato il responsabile principe del disastri, che da noi imperversa da un ventennio, ormai impresentabile in Europa e nel mondo. La ripetizione di tale eventualità, sarebbe la pietra TOMBALE definitiva, non solo per il PD e il centro-sinistra, ma per qualsiasi prospettiva futura dei progressisti. Tutti quelli che si affannano a dire che sarà impossibile qualsiasi intesa tra Centro-sinistra e M5S, in realtà, tifano e lavorano per farla saltare, affinchè la sola soluzione possibile (per il bene del Paese – ma sempre quello dei pochi, mai quello degli impoveriti) sia l’abbraccio mortale con Pdl-Lega; così il PD si suiciderebbe, autocondannandosi alla forse definitiva insussistenza politica, perché sbagliare 1 volta si può, una seconda pure, una terza proprio NO, in quanto “errare è umano, perseverare è diabolico”; in tal caso, veramente Grillo spazzerebbe via tutti.
Piuttosto, penso che l’unica possibilità, oggi esistente (in alternativa al ritornare al voto subito), consista nell’OFFERTA, DA PARTE DEL CENTRO-SINISTRA AL M5S, DI UN “GOVERNO DI PROGRAMMA” COMPOSTO DA TEMI COINCIDENTI CON IL PROGRAMMA DEL M5S, tra cui:
• la riforma della legge elettorale,
• provvedimenti urgenti contro la corruzione (compreso il falso in bilancio ed il conflitto di interessi),
• norme stringenti anti-evasione e destinazione dei proventi per abbassare le tasse su lavoro e pensioni,
• il riequilibrio nel mercato del lavoro (tra cui la drastica riduzione del numero dei contratti “atipici” e che il lavoro stabile costi di più del lavoro precario), nonché incentivare il part-time volontario (sull’esempio olandese),
• dare ossigeno sia alle imprese strozzate dai mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione e dalla mancanza di credito, sia ai bassi redditi che non riescono ad arrivare a fine mese, per rivitalizzare la domanda interna;
più altri temi compatibili e concordati; con una durata stabilita dall’attuazione del programma condiviso.
A quel punto, spetterà a Grillo ed al M5S decidere: se accettare (sull’esempio siciliano definito “meraviglioso” dallo stesso Grillo), oppure rifiutare l’offerta, di poter attuare buona parte dei punti presenti nello stesso programma M5S, per sfasciare tutto, cinicamente e senza scrupoli, per ritornare al voto con l’obiettivo, non dichiarato, di ottenere un risultato ancora migliore, buttando spregiudicatamente alle ortiche il “dare voce ai cittadini”, il “risolvere i problemi di chi non ce la fa più”, “il nostro programma è il vero cambiamento”, etc., che sono il filo conduttore del M5S e della campagna elettorale appena conclusa.
La reazione della rete in queste ore, da parte del popolo grillino, contro l’eventualità del rifiuto di un accordo ed a favore dell’intesa programmatica con il centro-sinistra, lascia ben sperare.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Dal responso delle urne, a causa della pessima legge elettorale chiamata... more
-
-
I recenti dati diffusi dal sindacato pensionati SPI-CGIL evidenziano che il potere d’acquisto delle pensioni, negli ultimi 15 anni, è diminuito del 33% in rapporto all’economia reale, individuandone la cause unicamente nell’aumento di tasse e tariffe, aggiungendo che sono inoltre destinati a peggiorare per effetto del blocco della rivalutazione annuale (valevole per il biennio 2012-2013) introdotto con la riforma Fornero.
Peraltro va rilevato che i pensionati non hanno nessuno strumento di difesa (con la rivalutazione bloccata oltre i circa 1.100 euro netti/mese; mentre tutti gli altri hanno strumenti di adeguamento: le imprese ed i commercianti con i prezzi, i liberi professionisti con le parcelle, i lavoratori con i CCNL – anche se molto svalutati,etc.). Ma non basta chiedere di reintrodurre la rivalutazione delle pensioni (vedi la recente lettera unitaria dei sindacati pensionati SPI-FNP-UILP ai candidati premier), bensì va assolutamente aperto il tema del meccanismo di rivalutazione, che è stato dimenticato/accantonato da TUTTI, compresi i sindacati dei pensionati (che invece dovrebbero esserne quantomeno a conoscenza)!
In particolare, sollevo DUE questioni:
• La prima riguarda l’effetto del meccanismo delle “fasce”, di cui (tolto il blocco) ne beneficerebbero tutti, non solo le basse pensioni entro il limite di 3 volte il trattamento minimo (cioè poco più di 1000 euro netti/mese), ma anche tutti gli altri, comprese le alte pensioni con importi elevati; questo meccanismo “lineare” (come quello pre-vigente al blocco), va assolutamente sostituito adottando un meccanismo proporzionalmente decrescente ed inversamente progressivo al reddito pensionistico fino ad una certa soglia (ad es.: 100% fino a 30.000 euro/anno, 70% fino a 50.000 euro/anno, oltre nessuna rivalutazione);
• La seconda riguarda l’indice utilizzato per il calcolo, che non è l’indice Istat relativo alla “inflazione”, notoriamente determinato dalla variazione, da dicembre rispetto al dicembre dell’anno precedente, dell’indice generale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI); peraltro utilizzato per calcolare le rivalutazioni del T.F.R., del canone di affitto, dell’assegno di mantenimento per il coniuge separato e per i figli, le rivalutazioni monetarie, etc., bensì viene applicato l’indice relativo alla variazione MEDIA annuale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati.
Per capire meglio, due esempi:
- In riferimento all’anno 2007 (prima dell’esplosione della crisi finanziaria mondiale) valevole per il 2008, solo sulla prima fascia (all’epoca pari a 5 volte il trattamento minimo) la rivalutazione applicata dell’ 1,7% è stata pari ad €.37,07 al mese, mentre utilizzando l’indice Istat dell’inflazione del 2,6%, il risultato sarebbe stato di €.56,70/mese, con una differenza di €.19,63 euro al mese, cioè la rivalutazione è stata di €. 255,19 all’anno in meno rispetto all’indice di inflazione (e parliamo solo della prima fascia).
- In riferimento all’anno 2010, valevole per l’anno 2011, sempre solo sulla prima fascia (che da inizio 2011 è stata ridotta a 3 volte il trattamento minimo) la rivalutazione applicata dell’ 1,6% è stata pari ad €.22,13 al mese, mentre con l’indice Istat dell’ 1,9%, il risultato verrebbe €. 26,28 al mese, con una differenza di €.4,15 euro/mese, cioè la rivalutazione è stata di €. 53,95 all’anno in meno rispetto all’indice di inflazione (sempre solo sulla prima fascia).
Perciò, sostenere che la rivalutazione delle pensioni (se ripristinata) copre totalmente l’inflazione è una monumentale menzogna (cosa peraltro non nuova, anzi è una costante utilizzata dai liberisti); non da oggi le pensioni sono condannate a perdere progressivamente nel tempo potere d’acquisto, anche per effetto dell’applicazione di un indice diverso e più basso di quello normalmente usato per calcolare l’inflazione; quindi la reintroduzione della rivalutazione delle pensioni utilizzando il meccanismo cos’ì com’è, contribuirà ad abbassare ulteriormente il potere d’acquisto delle pensioni.
Viene spontanea una domanda: forse che GLI ANZIANI, COL PASSARE DEL TEMPO, SICCOME SONO PREDESTINATI ALLA FINE PIÙ O MENO PROSSIMA, HANNO MINORI NECESSITÀ DI TUTELA ECONOMICA RISPETTO AGLI ALTRI? Allora, perché non pensare di cambiare indice per rivalutare le pensioni, per un adeguamento non solo parziale o minimale al costo della vita?
Per chi ha la memoria corta, basterebbe ricordare i tempi non tanto lontani in cui la rivalutazione delle pensioni era adeguata quasi integralmente all’aumento del costo della vita, attraverso un mix tra l’indice Istat dell’inflazione e la media degli aumenti contrattuali.
Ora, in tempi di sobrietà, non si tratta di ritornare al passato, ma sarebbe certamente più adeguato alla realtà odierna utilizzare L’INDICE PER I BENI AD ALTA FREQUENZA D’ACQUISTO, considerando che i pensionati non sono di certo grandi ed ossessionati acquirenti dell’ultimo modello di telefono cellulare oppure del più recente computer.
Aggiungo una riflessione: come mai si parla sempre e soltanto di costi dell’INPS, comprendendo sia le spese per previdenza ed anche quelle per assistenza? Eppure tale separazione era prevista fin dalla riforma “Dini” del 1995, ma non è mai stata (volutamente?) applicata. Perché gli oneri derivanti da ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di mobilità, disoccupazione, etc.), le pensioni sociali, l’integrazione al minimo, le invalidità, etc., sono “assistenza”, non previdenza. Quindi pretendere l’applicazione della separazione tra previdenza ed assistenza è fondamentale per evitare i soliti (ed interessati) inganni, che servono soltanto a depotenziare la previdenza pubblica per trarne il vantaggio di smantellarla, allo scopo di consegnarla al profitto privato (assicurazioni, banche, etc.), in nome dell’efficienza del mercato che, come dimostra l’esempio USA sulla sanità, è solo ideologia alimentata da interessi privati.
Inoltre, come mai sotto accusa ci sono sempre e solo delle pensioni dei lavoratori dipendenti privati? Mentre permangono tante “condizioni vantaggiose” (meglio chiamarle privilegi, spesso accuratamente nascosti) non soltanto per la “casta” e tanti altri nei fondi professionali (giornalisti, notai, etc.) ma anche all’interno dell’Inps (pubblico impiego, coltivatori, etc.); un esempio per tutti: il fondo previdenziale dei dirigenti delle imprese industriali sciolto a suo tempo dal governo Berlusconi e confluito nell’INPS, debiti compresi, finanziati parzialmente solo per i primi 2-3 anni, mentre per gli anni successivi, le compensazioni del debito dell’ex-Inpdai, senza dirlo, sono state addebitate ed addossate ad altri e lo saranno anche in futuro; quindi i contributi dei lavoratori dipendenti e dei precari (nei fondi a gestione separata) o i risparmi derivanti dal blocco della rivalutazione delle pensioni o dal suo ripristino che sarebbe (se rimanesse cos’ì com’è) comunque inferiore all’indice Istat, oppure dall’allungamento dell’età non solo per le donne, etc., provvederanno a pareggiare i deficit altrui ed i relativi conti.
In conclusione, un sistema previdenziale pubblico, come uno dei pilastri di un welfare universalistico, con le stesse norme per tutti (nessuno escluso), è ancora un obiettivo di realizzare compiutamente.
(Flavio Pellis – segretario generale AReS)I recenti dati diffusi dal sindacato pensionati SPI-CGIL evidenziano che il potere... more
-
-
È di questi giorni l’ottima notizia che il Governo degli Stati Uniti del Presidente Obama, ha deciso di mettere sotto processo l’Agenzia di rating Standard & Poor’s (che è la maggior Agenzia di rating mondiale), chiedendo un risarcimento di 5 miliardi di dollari.
La motivazione è riferita al fatto che Standard & Poor’s, nel corso del 2008 (prima dell’esplosione della crisi mondiale, iniziata a fine settembre 2008 con il clamoroso fallimento della banca di investimento Lehman Brothers) aveva continuato a classificare con l’affidabilità massima - tripla A -, non solo la medesima Lehman Brothers fino a pochi giorni prima del suo fallimento, ma anche molte banche d’investimento e finanziarie che nel frattempo collocavano migliaia di mutui subprime, titoli tossici e derivati, che sono stati il detonatore della gravissima crisi finanziaria ed economica e scatenato la recessione in tutto il mondo; circostanze di cui la medesima Agenzia di rating Standard & Poor’s, ne era perfettamente a conoscenza, ma ha volutamente preferito nascondere.
Da ciò deriva anche il giudizio dell’Amministrazione Obama sulle medesime Agenzie di rating, cioè che non sono affatto obiettive ed indipendenti – come vorrebbero far credere -, bensì rappresentano il braccio armato di banche d’investimento e finanziarie (da cui sono controllate), le quali sono le prime beneficiarie dei profitti conseguenti alle speculazioni indotte dai giudizi delle medesime agenzie di rating.
È iniziata finalmente la “guerra” contro lo strapotere incontrollato della speculazione finanziaria internazionale che, in nome dell’ideologia neo-liberista, continua a dominare il mondo con la dittatura sui mercati ed il pesante condizionamento sulle politiche dei governi, ed al quale siamo ancora tutti sottomessi?
Spero proprio di si, quale pre-condizione per poter costruire una società non più pervasa dalla ricerca dell’egoistico arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, fondato sulle diseguaglianze ed ingiustizie (che sono il fondamento teorico del neo-liberismo), bensì per un modello di società più giusta, più equa, più solidale, che è la caratteristica distintiva dei progressisti.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)
N.B.: per l’elenco dei soggetti finanziari privati che controllano le Agenzie di rating, visualizza l’articolo_L’attacco all’Euro è “POLITICO”, già su CURRENT/groups/ECONOMIA & SOCIETÀ il 23.1.2012 – (più di un anno fa)È di questi giorni l’ottima notizia che il Governo degli Stati Uniti del... more
-
-
Siamo in un passaggio cruciale della storia italica; possiamo continuare galleggiando oppure decidere.
Abbiamo sostenuto il governo Monti per togliere l’Italia dal baratro, ma è stata una operazione prevalentemente difensiva. Abbiamo limitato le perdite, ma chi ha pagato il prezzo maggiore sono stati i ceti medi, il popolo di lavoratori e pensionati, i piccoli imprenditori e gli artigiani. Non le corporazioni, le rendite e quel 10% di veri ricchi che detengono quasi il 50% della ricchezza nazionale. Inoltre, molti ritengono ancora che l’adesione acritica alla deregulation liberista sia ancora il requisito indispensabile per governare, confidando che lo sviluppo segua ... Ma questa strada si è dimostrata fallace oltre che ingiusta.
In questa situazione dunque, chi andrà al governo dovrà, al contrario, fare i conti, contestualmente, con le grandi emergenze nazionali: quella finanziaria, quella produttiva e quella sociale.
E mentre Monti non scioglie in nodo della sua collocazione, restando in bilico tra liberismo e riformismo, e Berlusconi rilancia a piene mani il peggio del suo populismo, con la "Carta d’Intenti dei democratici e progressisti” si prova a rispondere al quesito del buon governo in tempo di crisi, coniugando il modello di socialdemocrazia "nordica" col cattolicesimo sociale, entrambi trascurati. Lo scopo è proporre una correzione, nel segno dell’equità e del lavoro, della rigidità contabile. Dunque, né radicalismo "sinistrorso", minoritario e controproducente, né acquiescenza alla traduzione liberista del rigorismo dei conti.
Al contempo, la "novità", il manifesto di Monti “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. un’agenda per un impegno comune” (che pure riscopre, dopo un anno di rigorismo, l'economia sociale di mercato, sostanzialmente accantonata nei suoi 13 mesi di governo), appare più come uno sforzo volontaristico di ... modernità, ma politicamente alleato con la rete di corporazioni che allignano negli ordini, nei servizi, nella burocrazia, risultato di una stratificazione ultradecennale di una società corporativa e nemica del mercato concorrenziale.
Ciò che bisogna fare invece, è costruire un’Italia diversa, un paese solidale, che garantisca l’eguaglianza delle opportunità e prefiguri una società più giusta, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno. Avere una idea di futuro, un progetto di società, un “modello sociale” di riferimento, questo sì, moderno ed adattato ai tempi nuovi, non significa solo prospettare un sistema diverso, più solidaristico, di governance dell’economia, non è solo un’ulteriore forma di riformismo, è un “nuovo approccio culturale”, una filosofia, una nuova idea (per non dire ideologia, in quanto alternativa all’ideologia del “dio denaro”).
Le primarie del centrosinistra per il candidato premier ci hanno consegnato (oltre ad una scelta eticamente riconoscibile, in cui non importa l’età e nemmeno il carisma, quanto la forte convinzione) soprattutto una straordinaria partecipazione, confermata dalle primarie per i candidati al Parlamento, per rimettere in moto un profondo ricambio che sia basato non sull’anagrafe o la fedeltà al capo, bensì su onestà intellettuale e rettitudine, impegno e merito, entusiasmo e talento, competenze e valorizzazione delle “intelligenze”; per una selezione non clientelare, non familiare, non ereditaria; contribuendo a costruire un gruppo dirigente e leadership plurali e collegiali (non “un uomo solo al comando”, che richiama l’autoritarismo in salsa moderna), che rappresenti questo cambiamento strategico e culturale, prima che sociale, economico e politico; per risollevare il paese, che non merita il futuro verso cui i tanti ... tordi-ingordi ci volevano predestinare, contando sulla capacità soporifera delle illusioni propagandate e sull’apatia non reattiva della maggioranza degli italiani.
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul "FARE IL DA FARSI SUBITO".
Quindi, ad esempio, riformare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida osservanza della burocrazia, che va comunque semplificata, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme di riconoscimento, facendo cartello per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, organizzate con barriere di ingresso e vantaggi, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, meno notai ... , etc.).
Così come vanno combattute le imprese che fondano le loro fortune sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; parimenti andrebbero stimolati investimenti in innovazione e ricerca, anziché chi punta al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonché bassi salari).
Infine, ma niente affatto ultima come priorità, affrontare la questione delle DISEGUAGLIANZE, nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI e nella RAREFAZIONE del LAVORO STABILE.
In sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (cioè l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea inefficienza e disgregazione sociale; quindi una maggiore eguaglianza non è soltanto un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza la domanda interna, ed è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita (vedi i 4 paesi scandinavi, Olanda e Germania; che sono i paesi a minor diseguaglianza, a più alto Pil pro capite e che hanno retto meglio degli altri nella crisi).
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
Allora, possiamo provarci sul serio? Possiamo riuscirci? È difficile ma non impossibile, come dimostrato dall’esperienza nord-europea quale esempio emblematico di una solida testimonianza alternativa agli egoismi, alle corporazioni, alle clientele, al familismo, ai ... poteri forti; ma, come ricorda Tucidide: “nessuno è mai stato così forte da essere sicuro di essere sempre il più forte”; perciò ritengo che possiamo farcela.
Perciò, nonostante si possa fare una sola “rivoluzione” nella vita ( ed io, la mia l'ho già fatta a suo tempo, in anni di passione sociale e politica, compreso i tempi difficili ed “eroici” in fabbrica prima dello Statuto dei lavoratori), sono disponibile a gettare il cuore oltre l’ostacolo ancora una volta, perché ne vale la pena, perché essere seri e responsabili non significa affatto essere arrendevoli, ma vuol dire tener fede ad una battaglia ideale e politica, per costruire una “visione del futuro”, che possa cambiare l’Italia (e indirettamente anche l’Europa), per offrire una “bussola” e poter dare prospettive migliori di benessere alle prossime generazioni.
I tempi sono grami, ma la Storia è tutt'altro che finita.
(Flavio Pellis –Segr.Gen.AReS)Siamo in un passaggio cruciale della storia italica; possiamo continuare galleggiando... more
-
-
Dal responso delle urne, a causa della pessima legge elettorale chiamata “porcellum” dal suo estensore, risulta evidente che la coalizione di centro-sinistra, pur avendo vinto, sia pur di poco, le elezioni, ha la maggioranza alla Camera ma non al Senato. Questa “sconfitta politica” del centro-sinistra ha indirettamente offuscato le più grandi perdite di Lega e PDL (niente affatto vincitori, perché abbandonati dalla metà del proprio elettorato), che però si sono aggiudicati le regioni chiave per differenza.
Se è vero (come emerge da una prima, seppur sommaria analisi) che ben il 5% del popolo del PD è emigrato verso il M5S di Grillo, questa è solo protesta? Indignazione morale? Basta con l’austerità? Oppure, anche ribellione ai sacrifici a senso unico? Un insopportabile impoverimento? Una sopravvivenza non più sostenibile? Una rottura sociale? Dario Fo; Celentano; la manifestazione a S.Giovanni (piazza storica della sinistra); oppure, ci sono motivazioni più profonde?
Ritengo che il punto politico risieda nel fatto che il PD non ha dato la sensazione di una politica discontinua dall’austerità, non è stato percepito come un’alternativa; più un deficit di credibilità, che la mancanza di un programma; non ha fornito una decisa visione di un possibile futuro migliore, soprattutto al suo popolo impoverito: dai piccoli imprenditori e artigiani, dai lavoratori e pensionati, ai precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo. In più non si è fatto paladino in modo risoluto ed energico (come avrebbe dovuto, anche per attaccare la mala politica di PDL-Lega, vedi Lombardia, Lazio, etc.) di una profonda riforma moralizzatrice della politica (nonostante lo slogan moralità e lavoro).
Non è la prima volta che, quando il centro-sinistra pensa di aver vinto, perde sempre. C’è da augurarsi che questa ulteriore “sberla” serva, affinchè la sinistra faccia finalmente la sinistra (non rivoluzionaria – basterebbe proporre con forza e decisione, il modello vincente di socialdemocrazia nordica).
Dopo il voto, le prime dichiarazioni di tanti, insistono sulla “responsabilità verso il Paese”.
Paese quale? Paese di chi? Il Paese di quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale? Il Paese di chi è stato esentato dai sacrifici dell’ultimo anno? Il Paese di chi evade, truffa e non paga mai dazio? Il paese della corruzione e delle rendite? Il Paese degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo?
La sola responsabilità è verso quella parte d’Italia che sta “SOTTO”, e da sola, ha subìto i sacrifici di un anno di Monti, per rimediare ai disastri di un decennio sconsiderato, governato per 8 anni su 10 da Pdl-Lega. Perché, anche se si dice che non esiste più destra e sinistra, ritengo che continua ad esistere un “sopra” ed un “sotto”. Basta con l’inganno della responsabilità del Paese (cos’ì com’è), in nome della quale i sacrifici sono pagati, solo e sempre, da chi sta sotto e che frega sempre il centro-sinistra.
L’unica responsabilità è quella “SOCIALE”, verso il ceto medio produttivo impoverito (piccoli imprenditori, artigiani, etc.), verso lavoratori, pensionati, precari, disoccupati ed espulsi dal ciclo produttivo, verso i nuovi disagi e le nuove povertà, etc.
Quindi, in nessun caso, mai più ed ancora mai, nessun “governissimo”, o “governo di salvezza nazionale”, “grande coalizione”, in alleanza con chi è stato il responsabile principe del disastri, che da noi imperversa da un ventennio, ormai impresentabile in Europa e nel mondo. La ripetizione di tale eventualità, sarebbe la pietra TOMBALE definitiva, non solo per il PD e il centro-sinistra, ma per qualsiasi prospettiva futura dei progressisti. Tutti quelli che si affannano a dire che sarà impossibile qualsiasi intesa tra Centro-sinistra e M5S, in realtà, tifano e lavorano per farla saltare, affinchè la sola soluzione possibile (per il bene del Paese – ma sempre quello dei pochi, mai quello degli impoveriti) sia l’abbraccio mortale con Pdl-Lega; così il PD si suiciderebbe, autocondannandosi alla forse definitiva insussistenza politica, perché sbagliare 1 volta si può, una seconda pure, una terza proprio NO, in quanto “errare è umano, perseverare è diabolico”; in tal caso, veramente Grillo spazzerebbe via tutti.
Piuttosto, penso che l’unica possibilità, oggi esistente (in alternativa al ritornare al voto subito), consista nell’OFFERTA, DA PARTE DEL CENTRO-SINISTRA AL M5S, DI UN “GOVERNO DI PROGRAMMA” COMPOSTO DA TEMI COINCIDENTI CON IL PROGRAMMA DEL M5S, tra cui:
• la riforma della legge elettorale,
• provvedimenti urgenti contro la corruzione (compreso il falso in bilancio ed il conflitto di interessi),
• norme stringenti anti-evasione e destinazione dei proventi per abbassare le tasse su lavoro e pensioni,
• il riequilibrio nel mercato del lavoro (tra cui la drastica riduzione del numero dei contratti “atipici” e che il lavoro stabile costi di più del lavoro precario), nonché incentivare il part-time volontario (sull’esempio olandese),
• dare ossigeno sia alle imprese strozzate dai mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione e dalla mancanza di credito, sia ai bassi redditi che non riescono ad arrivare a fine mese, per rivitalizzare la domanda interna;
più altri temi compatibili e concordati; con una durata stabilita dall’attuazione del programma condiviso.
A quel punto, spetterà a Grillo ed al M5S decidere: se accettare (sull’esempio siciliano definito “meraviglioso” dallo stesso Grillo), oppure rifiutare l’offerta, di poter attuare buona parte dei punti presenti nello stesso programma M5S, per sfasciare tutto, cinicamente e senza scrupoli, per ritornare al voto con l’obiettivo, non dichiarato, di ottenere un risultato ancora migliore, buttando spregiudicatamente alle ortiche il “dare voce ai cittadini”, il “risolvere i problemi di chi non ce la fa più”, “il nostro programma è il vero cambiamento”, etc., che sono il filo conduttore del M5S e della campagna elettorale appena conclusa.
La reazione della rete in queste ore, da parte del popolo grillino, contro l’eventualità del rifiuto di un accordo ed a favore dell’intesa programmatica con il centro-sinistra, lascia ben sperare.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Dal responso delle urne, a causa della pessima legge elettorale chiamata... more
-
-
I recenti dati diffusi dal sindacato pensionati SPI-CGIL evidenziano che il potere d’acquisto delle pensioni, negli ultimi 15 anni, è diminuito del 33% in rapporto all’economia reale, individuandone la cause unicamente nell’aumento di tasse e tariffe, aggiungendo che sono inoltre destinati a peggiorare per effetto del blocco della rivalutazione annuale (valevole per il biennio 2012-2013) introdotto con la riforma Fornero.
Peraltro va rilevato che i pensionati non hanno nessuno strumento di difesa (con la rivalutazione bloccata oltre i circa 1.100 euro netti/mese; mentre tutti gli altri hanno strumenti di adeguamento: le imprese ed i commercianti con i prezzi, i liberi professionisti con le parcelle, i lavoratori con i CCNL – anche se molto svalutati,etc.). Ma non basta chiedere di reintrodurre la rivalutazione delle pensioni (vedi la recente lettera unitaria dei sindacati pensionati SPI-FNP-UILP ai candidati premier), bensì va assolutamente aperto il tema del meccanismo di rivalutazione, che è stato dimenticato/accantonato da TUTTI, compresi i sindacati dei pensionati (che invece dovrebbero esserne quantomeno a conoscenza)!
In particolare, sollevo DUE questioni:
• La prima riguarda l’effetto del meccanismo delle “fasce”, di cui (tolto il blocco) ne beneficerebbero tutti, non solo le basse pensioni entro il limite di 3 volte il trattamento minimo (cioè poco più di 1000 euro netti/mese), ma anche tutti gli altri, comprese le alte pensioni con importi elevati; questo meccanismo “lineare” (come quello pre-vigente al blocco), va assolutamente sostituito adottando un meccanismo proporzionalmente decrescente ed inversamente progressivo al reddito pensionistico fino ad una certa soglia (ad es.: 100% fino a 30.000 euro/anno, 70% fino a 50.000 euro/anno, oltre nessuna rivalutazione);
• La seconda riguarda l’indice utilizzato per il calcolo, che non è l’indice Istat relativo alla “inflazione”, notoriamente determinato dalla variazione, da dicembre rispetto al dicembre dell’anno precedente, dell’indice generale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI); peraltro utilizzato per calcolare le rivalutazioni del T.F.R., del canone di affitto, dell’assegno di mantenimento per il coniuge separato e per i figli, le rivalutazioni monetarie, etc., bensì viene applicato l’indice relativo alla variazione MEDIA annuale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati.
Per capire meglio, due esempi:
- In riferimento all’anno 2007 (prima dell’esplosione della crisi finanziaria mondiale) valevole per il 2008, solo sulla prima fascia (all’epoca pari a 5 volte il trattamento minimo) la rivalutazione applicata dell’ 1,7% è stata pari ad €.37,07 al mese, mentre utilizzando l’indice Istat dell’inflazione del 2,6%, il risultato sarebbe stato di €.56,70/mese, con una differenza di €.19,63 euro al mese, cioè la rivalutazione è stata di €. 255,19 all’anno in meno rispetto all’indice di inflazione (e parliamo solo della prima fascia).
- In riferimento all’anno 2010, valevole per l’anno 2011, sempre solo sulla prima fascia (che da inizio 2011 è stata ridotta a 3 volte il trattamento minimo) la rivalutazione applicata dell’ 1,6% è stata pari ad €.22,13 al mese, mentre con l’indice Istat dell’ 1,9%, il risultato verrebbe €. 26,28 al mese, con una differenza di €.4,15 euro/mese, cioè la rivalutazione è stata di €. 53,95 all’anno in meno rispetto all’indice di inflazione (sempre solo sulla prima fascia).
Perciò, sostenere che la rivalutazione delle pensioni (se ripristinata) copre totalmente l’inflazione è una monumentale menzogna (cosa peraltro non nuova, anzi è una costante utilizzata dai liberisti); non da oggi le pensioni sono condannate a perdere progressivamente nel tempo potere d’acquisto, anche per effetto dell’applicazione di un indice diverso e più basso di quello normalmente usato per calcolare l’inflazione; quindi la reintroduzione della rivalutazione delle pensioni utilizzando il meccanismo cos’ì com’è, contribuirà ad abbassare ulteriormente il potere d’acquisto delle pensioni.
Viene spontanea una domanda: forse che GLI ANZIANI, COL PASSARE DEL TEMPO, SICCOME SONO PREDESTINATI ALLA FINE PIÙ O MENO PROSSIMA, HANNO MINORI NECESSITÀ DI TUTELA ECONOMICA RISPETTO AGLI ALTRI? Allora, perché non pensare di cambiare indice per rivalutare le pensioni, per un adeguamento non solo parziale o minimale al costo della vita?
Per chi ha la memoria corta, basterebbe ricordare i tempi non tanto lontani in cui la rivalutazione delle pensioni era adeguata quasi integralmente all’aumento del costo della vita, attraverso un mix tra l’indice Istat dell’inflazione e la media degli aumenti contrattuali.
Ora, in tempi di sobrietà, non si tratta di ritornare al passato, ma sarebbe certamente più adeguato alla realtà odierna utilizzare L’INDICE PER I BENI AD ALTA FREQUENZA D’ACQUISTO, considerando che i pensionati non sono di certo grandi ed ossessionati acquirenti dell’ultimo modello di telefono cellulare oppure del più recente computer.
Aggiungo una riflessione: come mai si parla sempre e soltanto di costi dell’INPS, comprendendo sia le spese per previdenza ed anche quelle per assistenza? Eppure tale separazione era prevista fin dalla riforma “Dini” del 1995, ma non è mai stata (volutamente?) applicata. Perché gli oneri derivanti da ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di mobilità, disoccupazione, etc.), le pensioni sociali, l’integrazione al minimo, le invalidità, etc., sono “assistenza”, non previdenza. Quindi pretendere l’applicazione della separazione tra previdenza ed assistenza è fondamentale per evitare i soliti (ed interessati) inganni, che servono soltanto a depotenziare la previdenza pubblica per trarne il vantaggio di smantellarla, allo scopo di consegnarla al profitto privato (assicurazioni, banche, etc.), in nome dell’efficienza del mercato che, come dimostra l’esempio USA sulla sanità, è solo ideologia alimentata da interessi privati.
Inoltre, come mai sotto accusa ci sono sempre e solo delle pensioni dei lavoratori dipendenti privati? Mentre permangono tante “condizioni vantaggiose” (meglio chiamarle privilegi, spesso accuratamente nascosti) non soltanto per la “casta” e tanti altri nei fondi professionali (giornalisti, notai, etc.) ma anche all’interno dell’Inps (pubblico impiego, coltivatori, etc.); un esempio per tutti: il fondo previdenziale dei dirigenti delle imprese industriali sciolto a suo tempo dal governo Berlusconi e confluito nell’INPS, debiti compresi, finanziati parzialmente solo per i primi 2-3 anni, mentre per gli anni successivi, le compensazioni del debito dell’ex-Inpdai, senza dirlo, sono state addebitate ed addossate ad altri e lo saranno anche in futuro; quindi i contributi dei lavoratori dipendenti e dei precari (nei fondi a gestione separata) o i risparmi derivanti dal blocco della rivalutazione delle pensioni o dal suo ripristino che sarebbe (se rimanesse cos’ì com’è) comunque inferiore all’indice Istat, oppure dall’allungamento dell’età non solo per le donne, etc., provvederanno a pareggiare i deficit altrui ed i relativi conti.
In conclusione, un sistema previdenziale pubblico, come uno dei pilastri di un welfare universalistico, con le stesse norme per tutti (nessuno escluso), è ancora un obiettivo di realizzare compiutamente.
(Flavio Pellis – segretario generale AReS)I recenti dati diffusi dal sindacato pensionati SPI-CGIL evidenziano che il potere... more
-
-
È di questi giorni l’ottima notizia che il Governo degli Stati Uniti del Presidente Obama, ha deciso di mettere sotto processo l’Agenzia di rating Standard & Poor’s (che è la maggior Agenzia di rating mondiale), chiedendo un risarcimento di 5 miliardi di dollari.
La motivazione è riferita al fatto che Standard & Poor’s, nel corso del 2008 (prima dell’esplosione della crisi mondiale, iniziata a fine settembre 2008 con il clamoroso fallimento della banca di investimento Lehman Brothers) aveva continuato a classificare con l’affidabilità massima - tripla A -, non solo la medesima Lehman Brothers fino a pochi giorni prima del suo fallimento, ma anche molte banche d’investimento e finanziarie che nel frattempo collocavano migliaia di mutui subprime, titoli tossici e derivati, che sono stati il detonatore della gravissima crisi finanziaria ed economica e scatenato la recessione in tutto il mondo; circostanze di cui la medesima Agenzia di rating Standard & Poor’s, ne era perfettamente a conoscenza, ma ha volutamente preferito nascondere.
Da ciò deriva anche il giudizio dell’Amministrazione Obama sulle medesime Agenzie di rating, cioè che non sono affatto obiettive ed indipendenti – come vorrebbero far credere -, bensì rappresentano il braccio armato di banche d’investimento e finanziarie (da cui sono controllate), le quali sono le prime beneficiarie dei profitti conseguenti alle speculazioni indotte dai giudizi delle medesime agenzie di rating.
È iniziata finalmente la “guerra” contro lo strapotere incontrollato della speculazione finanziaria internazionale che, in nome dell’ideologia neo-liberista, continua a dominare il mondo con la dittatura sui mercati ed il pesante condizionamento sulle politiche dei governi, ed al quale siamo ancora tutti sottomessi?
Spero proprio di si, quale pre-condizione per poter costruire una società non più pervasa dalla ricerca dell’egoistico arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, fondato sulle diseguaglianze ed ingiustizie (che sono il fondamento teorico del neo-liberismo), bensì per un modello di società più giusta, più equa, più solidale, che è la caratteristica distintiva dei progressisti.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)
N.B.: per l’elenco dei soggetti finanziari privati che controllano le Agenzie di rating, visualizza l’articolo_L’attacco all’Euro è “POLITICO”, già su CURRENT/groups/ECONOMIA & SOCIETÀ il 23.1.2012 – (più di un anno fa)È di questi giorni l’ottima notizia che il Governo degli Stati Uniti del... more
-
-
Siamo in un passaggio cruciale della storia italica; possiamo continuare galleggiando oppure decidere.
Abbiamo sostenuto il governo Monti per togliere l’Italia dal baratro, abbiamo fatto bene, ma è stata una operazione prevalentemente difensiva. Abbiamo limitato le perdite, ma chi ha pagato il prezzo maggiore sono stati i ceti medi, il popolo di lavoratori e pensionati, i piccoli imprenditori e gli artigiani. Non le corporazioni, le rendite e quel 10% di veri ricchi che detengono quasi il 50% della ricchezza nazionale. Inoltre, molti ritengono ancora che l’adesione acritica alla deregulation liberista sia ancora il requisito indispensabile per governare, confidando che lo sviluppo segua ... Ma questa strada si è dimostrata fallace oltre che ingiusta.
In questa situazione dunque, chi andrà al governo dovrà, al contrario, fare i conti, contestualmente, con le grandi emergenze nazionali: quella finanziaria, quella produttiva e quella sociale.
E mentre Monti non scioglie in nodo della sua collocazione, restando in bilico tra liberismo e riformismo, e Berlusconi rilancia a piene mani il peggio del suo populismo, con la "Carta d’Intenti dei democratici e progressisti” si prova a rispondere al quesito del buon governo in tempo di crisi, coniugando il modello di socialdemocrazia "nordica" col cattolicesimo sociale, entrambi trascurati. Lo scopo è proporre una correzione, nel segno dell’equità e del lavoro, della rigidità contabile. Dunque, né radicalismo "sinistrorso", minoritario e controproducente, né acquiescenza alla traduzione liberista del rigorismo dei conti.
Al contempo, la "novità", il manifesto di Monti “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. un’agenda per un impegno comune” (che pure riscopre, dopo un anno di rigorismo, l'economia sociale di mercato, sostanzialmente accantonata nei suoi 13 mesi di governo), appare più come uno sforzo volontaristico di ... modernità, ma politicamente alleato con la rete di corporazioni che allignano negli ordini, nei servizi, nella burocrazia, risultato di una stratificazione ultradecennale di una società corporativa e nemica del mercato concorrenziale.
Ciò che bisogna fare invece, è costruire un’Italia diversa, un paese solidale, che garantisca l’eguaglianza delle opportunità e prefiguri una società più giusta, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno. Avere una idea di futuro, un progetto di società, un “modello sociale” di riferimento, questo sì, moderno ed adattato ai tempi nuovi, non significa solo prospettare un sistema diverso, più solidaristico, di governance dell’economia, non è solo un’ulteriore forma di riformismo, è un “nuovo approccio culturale”, una filosofia, una nuova idea (per non dire ideologia, in quanto alternativa all’ideologia del “dio denaro”).
Le primarie del centrosinistra per il candidato premier ci hanno consegnato (oltre ad una scelta eticamente riconoscibile, in cui non importa l’età e nemmeno il carisma, quanto la forte convinzione) soprattutto una straordinaria partecipazione, confermata dalle primarie per i candidati al Parlamento, per rimettere in moto un profondo ricambio che sia basato non sull’anagrafe o la fedeltà al capo, bensì su onestà intellettuale e rettitudine, impegno e merito, entusiasmo e talento, competenze e valorizzazione delle “intelligenze”; per una selezione non clientelare, non familiare, non ereditaria; contribuendo a costruire un gruppo dirigente e leadership plurali e collegiali (non “un uomo solo al comando”, che richiama l’autoritarismo in salsa moderna), che rappresenti questo cambiamento strategico e culturale, prima che sociale, economico e politico; per risollevare il paese, che non merita il futuro verso cui i tanti ... tordi-ingordi ci volevano predestinare, contando sulla capacità soporifera delle illusioni propagandate e sull’apatia non reattiva della maggioranza degli italiani.
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul "FARE IL DA FARSI SUBITO".
Quindi, ad esempio, riformare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida osservanza della burocrazia, che va comunque semplificata, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme di riconoscimento, facendo cartello per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, organizzate con barriere di ingresso e vantaggi, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, meno notai ... , etc.).
Così come vanno combattute le imprese che fondano le loro fortune sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; parimenti andrebbero stimolati investimenti in innovazione e ricerca, anziché chi punta al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonché bassi salari).
Infine, ma niente affatto ultima come priorità, affrontare la questione delle DISEGUAGLIANZE, nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI e nella RAREFAZIONE del LAVORO STABILE.
In sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (cioè l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea inefficienza e disgregazione sociale; quindi una maggiore eguaglianza non è soltanto un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza la domanda interna, ed è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita (vedi i 4 paesi scandinavi, Olanda e Germania; che sono i paesi a minor diseguaglianza, a più alto Pil pro capite e che hanno retto meglio degli altri nella crisi).
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
Allora, possiamo provarci sul serio? Possiamo riuscirci? È difficile ma non impossibile, come dimostrato dall’esperienza nord-europea quale esempio emblematico di una solida testimonianza alternativa agli egoismi, alle corporazioni, alle clientele, al familismo, ai ... poteri forti; ma, come ricorda Tucidide: “nessuno è mai stato così forte da essere sicuro di essere sempre il più forte”; perciò ritengo che possiamo farcela.
Perciò, nonostante si possa fare una sola “rivoluzione” nella vita ( ed io, la mia l'ho già fatta a suo tempo, in anni di passione sociale e politica, compreso i tempi difficili ed “eroici” in fabbrica prima dello Statuto dei lavoratori), sono pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo ancora una volta, perché ne vale la pena, perché essere seri e responsabili non significa affatto essere arrendevoli, ma vuol dire tener fede ad una battaglia ideale e politica, per costruire una “visione del futuro”, che possa cambiare l’Italia (e indirettamente anche l’Europa), per offrire una “bussola” e poter dare prospettive migliori di benessere alle prossime generazioni.
I tempi sono grami, ma la Storia è tutt'altro che finita.
(Flavio Pellis –Segr.Gen.AReS)Siamo in un passaggio cruciale della storia italica; possiamo continuare galleggiando... more
-
-
Il manifesto di Monti “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune” (al di là di qualsiasi giudizio di merito, compreso la riscoperta dell’economia sociale di mercato, dell’equità, della concorrenza, di politiche per la ricerca, i giovani e le donne, etc., sostanzialmente dimenticate/accantonate nei provvedimenti del suo governo), pur interessante dal punto di vista delle intenzioni, appare più come un “restyling” superficiale opportunamente propagandato come modernità, che lascia inalterata la rete di corporazioni che alligna dagli ordini professionali ai servizi, dalla pubblica amministrazione alle imprese, che sono il risultato di una stratificazione ultracedennale su una società corporativa e nemica del libero mercato concorrenziale.
Eppure questa è l’origine della traduzione in rappresentanza politica di quella “destra becera”, populista e demagogica, arrogante e fascista, secessionista e xenofoba, etc. che da noi imperversa da un ventennio, ormai impresentabile in Europa e nel mondo, enormemente distante dalle tradizioni di “moderatismo normale”, come invece è da tempo presente negli altri paesi europei (Germania, Olanda, Francia, etc.).
Da questa situazione che ingessa il Paese, che corrode la solidarietà e mette sotto ricatto qualsiasi governo, bisogna trovare assolutamente il modo di uscire.
Non è impossibile: basterebbe eliminare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida e formale osservanza delle procedure interne, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme che le riconoscono, facendo cartello per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, organizzate con riconoscimenti e vantaggi, affiliati e vincoli di ingresso, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno notai più parcelle per quelli che lo sono, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, etc., etc.).
Così come vanno combattute le imprese che fondano le loro fortune sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; parimenti andrebbero stimolati investimenti in innovazione e ricerca anzichè chi punta al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonchè bassi salari).
È un’esigenza non solo dell’area moderata e conservatrice “europea”, tentare di sottrarsi dall’influenza egemonica della solita “destra becera”, ma diventa vitale per il paese e le sue prospettive; inoltre sarebbe importante anche per le forze progressiste poter avere interlocutori “normali”, al fine di un confronto di merito sulle opzioni, sui programmi e la loro attuazione.
Dubitando delle reali possibilità di riuscita del tentativo di Monti, che appare più di facciata (peraltro dimostrato al contrario dai 13 mesi del suo governo) e indirizzato alla campagna elettorale, ritengo che soltanto la coalizione dei progressisti e democratici, potrà cimentarsi in questa impresa autenticamente riformista, per combattere e rompere le corporazioni, le clientele, i privilegi, le “furbizie”, etc.
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul FARE IL DA FARSI SUBITO, altrimenti non ci sarà mai un’alternativa “europea”.
In sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
A ciò siamo chiamati, per noi ed una prospettiva di futuro migliore per i nostri figli; una “rivoluzione culturale” che cambi profondamente l’Italia degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Il manifesto di Monti “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa.... more
-
-
Se osserviamo la “destra” italiana e la raffrontiamo con le analoghe forze conservatrici in Europa, c’è da restare stupefatti. Solo da noi c’è una “destra becera”, populista e demagogica, arrogante e fascista, secessionista e xenofoba, etc.
“Ogni popolo ha il governo che si merita”: probabilmente questa è la ragione più profonda che ha determinato il risultato di questa “destra”. Detto altrimenti questa “destra” è il risultato del blocco sociale di potere che si è consolidato nel nostro Paese, formatosi a partire dalla fine della II^ guerra mondiale, che si è fondamentalmente incardinato su una struttura pubblica mai depurata dalle “scorie fasciste” (vedi la corrispondenza tra il primo governo provvisorio e gli alleati -che convenirono- in cui si sosteneva che, purtroppo, non era possibile estirpare il fascismo perché era troppo diffuso e permeato soprattutto nell’apparato statale), composto dalle tante corporazioni che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme che le riconoscono, facendo cartello, per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, strutturate con riconoscimenti e vantaggi, affiliati e vincoli di ingresso, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno notai più parcelle per quelli che lo sono, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, etc., etc.). A ciò aggiungiamo un padronato che in buona parte ha perseguito l’idea del “prendi i soldi e scappa”, puntando al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonchè bassi salari), privilegiando la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, usando l’evasione, il falso in bilancio, il lavoro nero, etc., quale forma di concorrenza; cioè “cialtroni e straccioni” (come li definisce F.Rampini), altro che responsabilità sociale delle imprese.
Sono il risultato di una stratificazione ultracedennale su una società corporativa e nemica del libero mercato concorrenziale. Il tutto esaltato, nell’ultimo ventennio, dalla diffusione pervasiva della logica anarco-individualista, cioè un atteggiamento rivolto esclusivamente alla tutela degli interessi individual/familiari, all’autoconservazione familiar-clientelare. Da qui il fenomeno (quasi unicamente italiano) della trasmissione per via ereditaria, non solo dei redditi, ma anche delle professioni, altro che riconoscimento del merito e delle competenze.
La tendenza dilagante (che ancora perdura) è cercare la “propria” soluzione ai “propri” problemi, inseguendo raccomandazioni e favoritismi, che si traduce nella rincorsa alla ricerca e richiesta di privilegi a scapito degli altri; questa logica viene accettata e sostenuta in attesa del proprio turno, nella speranza di ricevere il proprio piccolo privilegio; supportata dagli stereotipi propinati dai media in grado di garantire “immagine, successo, soldi”; a patto di trovare (come messaggio subliminale) il “canale” giusto per arrivarci, rappresentato dalle amicizie e relazioni familiari, dal politico di turno, dalla “furbizia” tollerata (compreso la mercificazione del sesso), anzi giustificata, ammirata ed invidiata. Insomma, qualsiasi cosa va bene, meno che il lavoro, percepito quasi come un “disvalore”, cioè il mezzo più faticoso e meno ambito per realizzarsi e realizzare la propria autostima. Tutto ciò ha evidenziato e portato allo scoperto le parti peggiori e nascoste degli italiani (forse è meglio dire di ognuno, disponibile più a corrompersi anziché tenere la schiena dritta, anche a costo di rinunce e fatica).
È quindi chiaro qual’è l’origine della traduzione in rappresentanza politica di questa “destra becera” ormai impresentabile in Europa e nel mondo, enormemente distante dalle tradizioni di “moderatismo normale”, come invece è da tempo presente negli altri paesi europei (Germania, Olanda, Francia, etc.).
Da questa situazione che ingessa il Paese, che corrode la solidarietà e mette sotto ricatto qualsiasi governo, bisogna trovare assolutamente il modo di uscire.
Il tentativo di Monti attraverso il suo manifesto “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune” (al di là di qualsiasi giudizio di merito, compreso le riscoperte dell’economia sociale di mercato, dell’equità, della concorrenza, di politiche per la ricerca, i giovani e le donne, etc., sostanzialmente dimenticate/accantonate nei suoi 13 mesi di governo), pur lodevole dal punto di vista delle intenzioni, appare più come un “restyling” superficiale opportunamente propagandato come modernità, che lascia inalterata la rete di corporazioni che alligna dagli ordini professionali ai servizi, dalla pubblica amministrazione alle imprese; pertanto credo non servirà allo scopo.
Eppure non è impossibile: basterebbe eliminare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida e formale osservanza delle procedure interne, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, rendendole aperte alla competizione del mercato, ma sotto controllo pubblico nel settore dei servizi, anche al fine di evitare il formarsi di cartelli e monopoli, etc., etc.; così come vanno combattute le imprese che fondano la loro fortuna sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; in sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul FARE IL DA FARSI SUBITO, altrimenti non ci sarà mai un’alternativa “europea”.
È un’esigenza non solo dell’area moderata e conservatrice “europea”, tentare di sottrarsi dall’influenza egemonica della solita “destra becera”, ma diventa vitale per il paese e le sue prospettive; inoltre sarebbe importante anche per le forze progressiste poter avere interlocutori “normali”, al fine di un confronto di merito sulle opzioni, sui programmi e la loro attuazione.
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
A ciò siamo chiamati, per noi ed una prospettiva di futuro migliore per i nostri figli; una “rivoluzione culturale” che cambi profondamente l’Italia degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Se osserviamo la “destra” italiana e la raffrontiamo con le analoghe forze... more
-
-
Se osserviamo la “destra” italiana e la raffrontiamo con le analoghe forze conservatrici in Europa, c’è da restare stupefatti. Solo da noi c’è una “destra becera”, populista e demagogica, arrogante e fascista, secessionista e xenofoba, etc.
“Ogni popolo ha il governo che si merita”: probabilmente questa è la ragione più profonda che ha determinato il risultato di questa “destra”. Detto altrimenti questa “destra” è il risultato del blocco sociale di potere che si è consolidato nel nostro Paese, formatosi a partire dalla fine della II^ guerra mondiale, che si è fondamentalmente incardinato su una struttura pubblica mai depurata dalle “scorie fasciste” (vedi la corrispondenza tra il primo governo provvisorio e gli alleati -che convenirono- in cui si sosteneva che, purtroppo, non era possibile estirpare il fascismo perché era troppo diffuso e permeato soprattutto nell’apparato statale), composto dalle tante corporazioni che operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, utilizzando licenze pubbliche o norme che le riconoscono, facendo cartello, per ottenere un privilegio, una licenza, una “patente”, strutturate con riconoscimenti e vantaggi, affiliati e vincoli di ingresso, per essere immuni dalla concorrenza, a tutela dei propri interessi contro quelli degli altri (meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro, meno notai più parcelle per quelli che lo sono, meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti, etc., etc.). A ciò aggiungiamo un padronato che in buona parte ha perseguito l’idea del “prendi i soldi e scappa”, puntando al facile guadagno immediato in mercati a basso contenuto tecnologico (con bassa conoscenza e saperi nonchè bassi salari), privilegiando la corruzione per truccare l’assegnazione degli appalti pubblici, usando l’evasione, il falso in bilancio, il lavoro nero, etc., quale forma di concorrenza; cioè “cialtroni e straccioni” (come li definisce F.Rampini), altro che responsabilità sociale delle imprese.
Sono il risultato di una stratificazione ultracedennale su una società corporativa e nemica del libero mercato concorrenziale. Il tutto esaltato, nell’ultimo ventennio, dalla diffusione pervasiva della logica anarco-individualista, cioè un atteggiamento rivolto esclusivamente alla tutela degli interessi individual/familiari, all’autoconservazione familiar-clientelare. Da qui il fenomeno (quasi unicamente italiano) della trasmissione per via ereditaria, non solo dei redditi, ma anche delle professioni, altro che riconoscimento del merito e delle competenze.
La tendenza dilagante (che ancora perdura) è cercare la “propria” soluzione ai “propri” problemi, inseguendo raccomandazioni e favoritismi, che si traduce nella rincorsa alla ricerca e richiesta di privilegi a scapito degli altri; questa logica viene accettata e sostenuta in attesa del proprio turno, nella speranza di ricevere il proprio piccolo privilegio; supportata dagli stereotipi propinati dai media in grado di garantire “immagine, successo, soldi”; a patto di trovare (come messaggio subliminale) il “canale” giusto per arrivarci, rappresentato dalle amicizie e relazioni familiari, dal politico di turno, dalla “furbizia” tollerata (compreso la mercificazione del sesso), anzi giustificata, ammirata ed invidiata. Insomma, qualsiasi cosa va bene, meno che il lavoro, percepito quasi come un “disvalore”, cioè il mezzo più faticoso e meno ambito per realizzarsi e realizzare la propria autostima. Tutto ciò ha evidenziato e portato allo scoperto le parti peggiori e nascoste degli italiani (forse è meglio dire di ognuno, disponibile più a corrompersi anziché tenere la schiena dritta, anche a costo di rinunce e fatica).
È quindi chiaro qual’è l’origine della traduzione in rappresentanza politica di questa “destra becera” ormai impresentabile in Europa e nel mondo, enormemente distante dalle tradizioni di “moderatismo normale”, come invece è da tempo presente negli altri paesi europei (Germania, Olanda, Francia, etc.).
Da questa situazione che ingessa il Paese, che corrode la solidarietà e mette sotto ricatto qualsiasi governo, bisogna trovare assolutamente il modo di uscire.
Il tentativo di Monti attraverso il suo manifesto “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune” (al di là di qualsiasi giudizio di merito, compreso le riscoperte dell’economia sociale di mercato, dell’equità, della concorrenza, di politiche per la ricerca, i giovani e le donne, etc., sostanzialmente dimenticate/accantonate nei suoi 13 mesi di governo), pur lodevole dal punto di vista delle intenzioni, appare più come un “restyling” superficiale opportunamente propagandato come modernità, che lascia inalterata la rete di corporazioni che alligna dagli ordini professionali ai servizi, dalla pubblica amministrazione alle imprese; pertanto credo non servirà allo scopo.
Eppure non è impossibile: basterebbe eliminare il diritto amministrativo (riprendendo un’idea di Pierre Carniti) ed adottare le stesse norme di diritto civile e diritto del lavoro anche nella pubblica amministrazione; far rispondere i dirigenti pubblici sul grado di efficienza del servizio che dirigono, anziché al politico che li ha designati per mantenere i privilegi; utilizzare misuratori di qualità ed efficacia centrati sulla “soddisfazione del cliente” (cioè i cittadini), piuttosto che la rigida e formale osservanza delle procedure interne, etc., etc.
Inoltre vanno smantellate le corporazioni, abbattendo le rendite di posizioni impermeabili, rendendole aperte alla competizione del mercato, ma sotto controllo pubblico nel settore dei servizi, anche al fine di evitare il formarsi di cartelli e monopoli, etc., etc.; così come vanno combattute le imprese che fondano la loro fortuna sull’evasione, il falso in bilancio, la corruzione, il dispregio delle più elementari norme di tutela del lavoro e sicurezza, etc.; in sostanza si tratta di coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (ciò che, in altri termini, è l’essenza profonda del «modello sociale europeo»).
Perciò il prossimo governo dovrà fare propria e sfruttare la massima di Machiavelli sul FARE IL DA FARSI SUBITO, altrimenti non ci sarà mai un’alternativa “europea”.
È un’esigenza non solo dell’area moderata e conservatrice “europea”, tentare di sottrarsi dall’influenza egemonica della solita “destra becera”, ma diventa vitale per il paese e le sue prospettive; inoltre sarebbe importante anche per le forze progressiste poter avere interlocutori “normali”, al fine di un confronto di merito sulle opzioni, sui programmi e la loro attuazione.
Ma è altrettanto necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del neoliberismo.
A ciò siamo chiamati, per noi ed una prospettiva di futuro migliore per i nostri figli; una “rivoluzione culturale” che cambi profondamente l’Italia degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo.
(Flavio Pellis – Segretario Generale AReS)Se osserviamo la “destra” italiana e la raffrontiamo con le analoghe forze... more
-
-
Il prof. Giuseppe Bianchi ha di recente affrontato il tema della produttività, sostenendo che bisogna ragionare di “produttività economica misurata in termini di valore aggiunto pro-capite” anziché di “produttività fisica”; cioè “stimolare la qualità innovativa dei prodotti e dei processi che non le quantità”; quindi “vale il valore economico della produzione ottenuto attraverso la creazione di nuovi prodotti, nuovi processi, nuove istituzioni di partecipazione, nuove competenze”, concludendo che “la scarsa competitività delle imprese italiane è soprattutto imputabile ad una loro limitata propensione ad innovare”. Ne deriva la domanda su come “rimettere in moto il motore della produttività creando le necessarie condizioni di consenso basate sulla reciprocità degli interessi”.
Ebbene, ho già sostenuto tempo fa questa tesi (verificata in concreto fin dai primi anni ’90), che ripropongo come contributo ad un dibattito non ideologico e libero da pregiudizi:
La premessa da cui partire è dichiarare esplicitamente la condivisione degli obiettivi dell’impresa, intesi come mantenimento e sviluppo della competitività. La dimostrazione di questa scelta sta nel suo contrario: se l’impresa non è competitiva deperisce, e chi ne paga le conseguenze maggiori sono i lavoratori (cassa integrazione, licenziamenti, chiusura della fabbrica, etc.), cioè cose viste tante volte, sopratutto in questi ultimi tempi. Questo non significa acquiescenza ed accettazione subalterna di qualsiasi decisione dell’impresa; partecipazione non è sinonimo di subalternità. Perché restano intatti i diversi interessi: l’impresa che tende a realizzare il profitto, l’utile da dividere tra gli azionisti; i lavoratori e le loro rappresentanze che tendono a migliorare le condizioni di lavoro e di vita ed allargare l’occupazione.
Questi interessi divergenti stanno insieme solo se l’impresa è competitiva, il cui equilibrio è solo in un quadro accettato e condiviso di regole; quindi da una scelta comune e condivisa (la solidità competitiva dell’impresa da coniugare assieme alla valorizzazione del lavoro e dell’occupazione), il punto è trovare un sistema di relazioni industriali che concili le diverse rappresentanze degli interessi.
La condizione è che entrambi (lavoratori ed impresa) accettino esplicitamente un sistema di RELAZIONI INDUSTRIALI PARTECIPATIVE fondato sulla RECIPROCITÀ DEI RAPPORTI (riconoscimento dei rispettivi ruoli, pari dignità, correttezza di relazioni, informazioni preventive, assunzioni di responsabilità, etc.).
Queste relazioni industriali partecipative hanno bisogno di un salto culturale, cioè si acquisisca la consapevolezza di valori e ragioni comuni e condivisi che rendano reciprocamente conveniente definire obiettivi di efficacia ed efficienza perseguibili, ed al raggiungimento degli stessi, si redistribuiscano i benefici.
Molte sono le resistenze, su entrambi i versanti:
• Dal lato delle imprese, sono ancora molti che ritengono il lavoro una componente residuale rispetto a quella tecnologica e che siano più adatti modelli gerarchici e metodi gestionali autoritari, anche per evitare confronti con le rappresentanze dei lavoratori, spesso considerate un intralcio. In più c’è chi ritiene il lavoro unicamente un costo, senza rendersi conto che ci sarà sempre un paese emergente in grado di offrire manodopera ad un costo sempre minore (oggi India e Cina, domani ... ?). Il terreno competitivo del futuro sarà sempre più la conoscenza, cioè produzioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, i cui contenuti di tecnologia, know-how, di qualità, siano sempre in evoluzione e non replicabili altrove ed in grado di garantire profitto, redditi ed occupazione.
• Dal lato sindacale, c’è ancora chi persegue l’utopia rivoluzionaria (irrealizzabile e storicamente sconfitta) del sindacato antagonista che deve a priori contrapporsi al capitalismo. Questa scelta è un inganno, perché rappresenta una apparente finta immagine “dura e pura” che rifiuta il confronto con l’impresa, mentre nasconde la fuga dalle responsabilità e lascia i lavoratori indifesi di fronte alle decisioni che l’impresa comunque assume. E’ anche una scelta sbagliata, perchè soprattutto in un’economia globalizzata, il capitalismo se ne va altrove, laddove esistono condizioni vantaggiose (tra cui anche relazioni industriali non antagoniste).
Realizzare la partecipazione significa conoscere l’impresa nei suoi processi interni ed esterni; sapere come cambia il lavoro al suo interno e come viene realizzato. L’impresa moderna, pur con alta automazione, non ha espulso il lavoro umano dai processi produttivi, ma si è riprogettata su basi tecnologiche ed organizzative nuove, per ottimizzare qualità dei prodotti e l’efficienza dei processi. Perciò l’impresa moderna non può vivere di sola tecnologia e deve valorizzare il lavoro intelligente e creativo, in dosi sempre più consistenti per il proprio successo. Il lavoro richiesto è sempre più qualificato, responsabilizzato e specialistico e resta l’elemento fondamentale nel rapporto impresa – mercato. Il fattore umano è la risorsa strategica e sempre meno appendice delle macchine.
Le Relazioni Industriali Partecipative si costruiscono dal processo lavorativo, dal come è organizzata e gestita la fabbrica in tema di professionalità, organizzazione del lavoro, organici, utilizzo impianti, orari, ambiente, etc. Raggiungere accordi su obiettivi di produttività e concordare comportamenti consensuali, è la vera base concreta della partecipazione. Il passaggio obbligato di questi accordi è dato dalla conoscenza e discussione dei piani di produttività dell’impresa, oltre all’esperto, di comune fiducia, garante delle soluzioni tecniche e di misurazione della produttività, la cui trasparenza costituisce la migliore garanzia di tutela degli interessi coinvolti.
In sintesi, la partecipazione si realizza attraverso accordi a livello decentrato, impernianti sulla implementazione di piani produttivi e sulla distribuzione dei benefici conseguenti tra lavoro e capitale in funzione del contributo dato da ciascuno. In un mercato globale, planetario, la velocità dei cambiamenti è tale che sempre più viene richiesta professionalità, responsabilità, adattabilità, flessibilità; quindi, “consenso ai fini d’impresa”. Ma tale consenso non può essere passivamente dato o coercitivamente estorto, bensì rappresentare la leva per nuove politiche, anche nella gestione del personale. Se va formato l’operaio partecipativo, anche il “capo gerarchico” necessita di una riconversione culturale per diventare capo partecipativo, quindi riconosciuto tale per competenze, professionalità, capacità innovative, funzioni di guida e di leader del gruppo, etc. Quando questo percorso è stato realizzato ha prodotto risultati; esemplare è una azienda del gruppo ABB dove, nel passaggio a produzioni automatizzate, si è contrattata la trasformazione del sistema retributivo in uno premiante collettivo basato su efficienza e qualità (l’esperto era il Prof. L. Prosperetti); accompagnato da investimenti sia tecnologici che formativi, sulla qualificazione professionale ed anche su quello “cultural-partecipativo” coinvolgendo l’insieme dello stabilimento (suddiviso per aree professionali).
La strategia partecipativa basata sul consenso, non elimina il conflitto sociale, ma cerca di prevenirlo e, se ciò si verificasse, lo gestisce riducendone i costi distruttivi.
La scelta partecipativa è, dal punto di vista sindacale, contrapposta sia al sindacato subordinato, sia al sindacato antagonista; rappresentando l’espressione del sindacato autonomo soggetto sociale, in grado di assumersi e far assumere responsabilità, che esercita il suo ruolo contrattuale in una logica di crescita dell’impresa, che porti miglioramenti non solo per i lavoratori e l’occupazione, ma anche vantaggi per la competitività.
(Flavio Pellis – segr.gen. AReS – sui siti Il diario del lavoro, Sindacalmente, Koinè, Fondazione VeraNocentini, nonché su Note ISRIL 38)Il prof. Giuseppe Bianchi ha di recente affrontato il tema della produttività,... more
-
-
Osservando le reazioni popolari di queste settimane in Grecia e Spagna, contro le politiche liberiste imposte dall’Europa (pesantemente condizionata dalla Germania, per trarne un vantaggio a danno degli altri paesi), si resta sconcertati dal fatto che in Italia non succeda quasi niente.
Come mai? Eppure le ricette propinate sono sostanzialmente le stesse (sia pur con differenti intensità).
Vent’anni fa questi fenomeni, uniti all’ampiezza dell’evasione fiscale e della corruzione (confermate dagli ultimi scandali), avrebbero provocato tensioni, ribellioni e disordini.
Oggi non succede nulla, nonostante l’aumento del malessere, della disoccupazione e delle diseguaglianze.
Nell’Italia della crisi e delle crescenti disparità, la pace sociale domina incontrastata. Calma piatta, ad eccezione di qualche iniziativa clamorosa per avere visibilità sui media, ma isolata (sia pur significativa del livello e gravità: Isola dei Cassintegrati, Alcoa, Cantieri di Sestri, Sulcis, etc.).
Diverse possono essere le spiegazioni; le principali ritengo siano fondamentalmente DUE:
Una storica: dal 476 d.c. (caduta dell’impero romano d’occidente) al 1860 (unità d’Italia), l’Italia è stata divisa e sottomessa. In questi 14 secoli il comportamento italico diffuso può essere rappresentato dal detto che andava per la maggiore: ”Franza o Spagna purchè se magna!”; in altri termini, la definizione più rispondente è di Don Bastiano ne “Il Marchese del Grillo”: “massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a chinare la testa davanti ai potenti”.
L’altra, più recente (affermatasi nell’ultimo ventennio) risiede nella diffusione pervasiva ed imperante della logica anarco-individualista, cioè un atteggiamento rivolto esclusivamente alla tutela degli interessi individual/familiari, all’autoconservazione familiar-clientelare. Da qui il fenomeno (unicamente italiano) della trasmissione per via ereditaria, non solo dei redditi, ma anche delle professioni.
La tendenza dilagante (che ancora perdura) è cercare la “propria” soluzione ai “propri” problemi, inseguendo raccomandazioni e favoritismi, che si traduce nella rincorsa alla ricerca e richiesta di privilegi a scapito degli altri; questa logica viene accettata e sostenuta in attesa del proprio turno, nella speranza di ricevere il proprio piccolo privilegio. Forse questa è la motivazione profonda, intima, quasi viscerale, della diffusione pervasiva dell’ ANARCO-LIBERISMO, supportato dagli stereotipi propinati mediaticamente in grado di garantire “immagine, successo, soldi”; a patto di trovare (come messaggio subliminale) il “canale” giusto per arrivarci e che può essere rappresentato dalle amicizie e relazioni familiari, dal politico di turno, da qualche “furbizia” tollerata (compreso il sesso mercificato), anzi giustificata, ammirata ed invidiata. Insomma, qualsiasi cosa va bene, meno che il lavoro, percepito quasi come un “disvalore”: il mezzo più faticoso e meno ambito per realizzarsi e realizzare la propria autostima. Tutto ciò ha evidenziato e portato allo scoperto le parti peggiori e nascoste degli italiani (forse è meglio dire di ognuno, disponibile più a corrompersi anziché tenere la schiena dritta, anche a costo di rinunce e fatica).
Perciò è necessario far riemergere la parte migliore e virtuosa di ognuno di noi: un senso civico come coesione di fondo, che tenga unito il paese nelle sue parti e nelle sue diversità, nel rispetto di regole e legalità, in una dimensione equa e solidale, contrapposta all’arricchimento individuale con qualsiasi mezzo a scapito della collettività, che è il fondamento teorico del liberismo; quindi va rovesciata la cultura egoistica, delle corporazioni, delle clientele, del familismo, etc.; è una strada obbligata; altrimenti, citando PLATONE: “Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quante ne vuole, fino ad ubriacarlo . . . In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la TIRANNIA”.
Teoricamente, dall’ingiustizia si può uscire in due modi:
1. rincorrendo una impossibile (e storicamente sconfitta) rivoluzione che fornisca una prospettiva anticapitalistica;
2. riformando l’attuale sistema, riequilibrando le disuguaglianze in una dimensione solidale di eguaglianza delle opportunità.
Scegliere questa 2^ strada, significa naturalmente entrare nel concreto dei confitti degli interessi, rappresentati dalle diverse parti in gioco, al fine di ridisegnare un nuovo equilibrio tra rendite/profitti e redditi da lavoro/pensione e protezione sociale, un “modello sociale” ispirato alla rivitalizzazione del cattolicesimo sociale coniugato con il solidarismo marxiano, vedi gli esempi virtuosi nord-europei.
La visione del futuro per l'Italia deve puntare su chi merita e su chi ha bisogno. Sono i più umiliati. Nel paese delle cricche e delle corporazioni, il merito viene annientato e quelli che hanno bisogno sono abbandonati. Questo “darwinismo sociale” è la pesante ingiustizia ereditata nell’ultimo ventennio.
Ebbene, qui è il punto fondamentale: la vera distinzione tra “conservatori” e “progressisti” (o destra e sinistra), dopo la fine delle ideologie con la caduta del muro nel 1989, si misura unicamente sul terreno delle politiche socio-economiche.
Perciò sostengo che l’unica strada “progressista” (o di sinistra) che conduca ad una società del benessere, è quella di una Politica Economica Solidale (o nuova economia sociale di mercato, adattata ai tempi) che sia non solo di freno e contrappeso allo strapotere del capitalismo finanziario globalizzato senza regole e controlli, ma capace di innestare un riequilibrio nelle diseguaglianze della distribuzione dei redditi, nell’eguaglianza delle opportunità. Non è solo un sistema diverso, più solidaristico, di governance dell’economia, non è solo una ulteriore forma di riformismo: è un nuovo approccio culturale.
E’ la strada per restituire una dimensione e uno spessore etico all’economia, reimpostandola verso la realizzazione del bene comune. Risponde ad una logica solidale e comunitaria, che mette al primo punto la centralità della persona nella sua dimensione sociale.
Il modo più efficace e duraturo per costruire una società equa e dinamica (rapporto Ocse sulle diseguaglianze sociali) è investire in politiche sociali efficaci che garantiscano pari opportunità di strumenti per qualificarsi, lavorare, guadagnare e fare carriera, nonché fornire strumenti utili per ripartire quando si deve ricominciare, unitamente ad un sistema in grado di riconoscere e premiare meriti e competenze.
La rarefazione di opportunità di lavoro stabile per i giovani e le crescenti difficoltà di chi vive di reddito fisso (amplificate dal perdurare della crisi), devono essere assunte e considerate come fattori decisivi della coesione sociale ed indicatori del declino del paese, non relegate a questioni marginali riguardanti singolarmente le persone e le loro famiglie.
Perciò la “Carta d’Intenti dei democratici e progressisti” è un buon inizio, a patto che non resti sulla carta (come spesso è avvenuto) ma rappresenti il paradigma per un cambiamento vero, traducendosi nella scelta esplicita del “MODELLO di SOCIALDEMOCRAZIA NORDICA”, che è la faccia laica della stessa medaglia, che sull’altro lato ha il cattolicesimo sociale (o dottrina sociale della chiesa, che oggi sembra dispersa; salvo Padre Sorge e Don Gallo, nessuno ne parla più); chiamiamola proprio così, perché è una POLITICA MODERATAMENTE PROGRESSISTA, è una correzione, nel segno dell’equità e del lavoro, del rigore contabile; non è un radicalismo sinistrorso, nemmeno l’acquiescenza alle politiche liberiste.
Nell’Italia degli egoismi, delle corporazioni, delle clientele, del familismo, etc., sarebbe più che sconvolgente, costituirebbe una “rivoluzione”!
(Flavio PELLIS – Segr. Gen.le AReS)Osservando le reazioni popolari di queste settimane in Grecia e Spagna, contro le... more
-
-
Pochi, molto pochi hanno dato risalto alle conseguenze pesanti derivanti dal condizionamento del trattato MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), ratificato contestualmente al FISCAL COMPACT, che comporterà un recupero di circa 50 mld/anno per i prossimi 20 anni, al fine di ridurre il debito pubblico entro il 60% del PIL, con il vincolo del mantenimento del deficit/annuo entro il 3% del PIL, più 15 mld/anno per 5 anni da devolvere al fondo europeo salva-banche.
Al di là di questioni di legittimità costituzionale e democratica (che appaiono più che fondate), e tralasciando le condivisibili perplessità di Hollande contrapposte all’ottuso rigorismo della Merkel (anche se in Germania tutto è rinviato alla Corte Costituzionale del 12 settembre p.v.), questo significherà per noi e per il prossimo ventennio, essere vincolati a rigidità quasi insormontabili di politica economica, obbligati a rinunciare a politiche fiscali capaci di incentivare e stimolare crescita e sviluppo. A meno che . . .
A meno che non si riescano a trovare le risorse necessarie a tal fine; che esistono, anche se occulte, al contrario della favoletta continuamente propinata che non ci sono risorse, che la coperta è corta, etc.
In particolare: l’evasione fiscale attendibilmente oltre 180 mld di euro/anno, poco meno del 30% del gettito fiscale complessivo, che ci posiziona al primo posto in Europa (con il sommerso al 17,5% del PIL); la corruzione, che per la Corte dei Conti è quasi 70 mld di euro/anno; senza contare l’immenso patrimonio della criminalità organizzata. Sono risorse enormi sottratte alla collettività, che scaricano i costi del funzionamento dello stato (in tutte le sue articolazioni) sulla restante parte più indifesa della società.
Quindi, si tratta solo di volerlo fare (con un recupero del 10% all’anno, si avrebbe un ulteriore gettito di circa 25 mld di Euro per il primo anno, 50 mld per il secondo, 75 mld per il terzo, e così via); quindi è indispensabile adeguare i controlli incrociati e le normative, anche penali e soprattutto di confisca dei beni, emulando il modello USA (dove la maggior parte della popolazione carceraria americana non sono più “neri”, bensì “colletti bianchi”, cioè evasori e truffatori), con il vantaggio collaterale di scoprire e colpire anche le organizzazioni criminose nella parte più sensibile, cioè le fortune illecitamente accumulate.
È difficile ma non impossibile, anche per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro le furbizie, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il malaffare, etc.
Poi, oltre alle dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico (soprattutto abitativo = ex SCIP), anche per dare un senso di equità e partecipazione di tutti (nessuno escluso) all’idea di risollevare il paese, va introdotta un’imposta straordinaria sui grandi patrimoni per almeno i prossimi 5 anni (se non proprio strutturale); cioè su quel 10% di famiglie che detiene il 48% della ricchezza nazionale (aumentata di 7 punti, anche in questi anni di crisi).
Un calcolo approssimativo: con l’ 1% si otterrebbero quasi 50 mld di euro/anno, e le famiglie ricche non verrebbero di certo impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, anche per il futuro dei loro come dei nostri figli.
Non sono proposte scandalose, salvo che non si pensi che ci sia chi è esentato dai sacrifici a cui sono stati sottoposti tutti gli altri, sulle cui spalle è gravata esclusivamente la recente politica del rigore.
Sacrifici che ormai hanno più che raggiunto il limite di sopportazione, rendendo impossibili ulteriori strizzature del “limone” (cioè lavoratori e pensionati, in buona parte scivolati sotto la soglia di sopravvivenza; basti pensare alla caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi e del tasso di occupazione, soprattutto dei giovani, delle donne ed al Sud).
Qualsiasi ulteriore impoverimento (od un suo prolungamento nel tempo) potrebbe rappresentare il detonatore di una deflagrazione sociale, dove la protesta che oggi si manifesta principalmente in disaffezione e qualunquismo, potrebbe scatenarsi in una rivolta sociale dagli esiti imprevedibili, anche per la tenuta del tessuto democratico.
Non è un’ipotesi di scuola, credo sia un pericolo reale di rottura della coesione sociale, d’altronde la corda si può anche tirare fino al limite di rottura, ma quando si rompe, non c’è rimedio; perciò non è affatto peregrino prevedere che possa sfociare in una soluzione autoritaria ed antidemocratica (come purtroppo, troppe volte è successo in passato; storia docet).
Quindi l’unico modo per reperire le risorse necessarie alla crescita può avvenire dalle risorse occulte e dalla patrimoniale; risorse da destinare a RIDURRE le DISEGUAGLIANZE nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI ed in OPPORTUNITÀ di LAVORO STABILE (condizioni indispensabili per stimolare la domanda interna = 70% del PIL), che oltre ad essere fattori di crescita, sono decisive per la coesione sociale e la tenuta del tessuto democratico, nonchè per riuscire ad evolvere dal declino ad uno sviluppo equo e solidale.
Ovviamente sono necessari anche altri non rinviabili interventi: dall’efficienza e snellimento dell’apparato statale, all’eliminazione degli sprechi, allo smantellamento delle rendite di posizione delle corporazioni (nei settori di utilità pubblica), etc.
In proposito, vale la pena evidenziare l’atteggiamento ideologico della conservazione nell’assalto alle conquiste democratiche ed in particolare, allo stato sociale, quando ne denunciano gli effetti “perversi”, non per correggerli, ma per trarne il vantaggio di smantellarlo, allo scopo di consegnarlo al profitto privato.
È pur vero che nel sistema pubblico ci sono problemi di efficienza, sprechi, corruzione; ma il punto è intervenire in modo preciso e razionale per correggerne le disfunzioni, non ignorare od occultare l’insufficienza o lo scadimento di qualità di un servizio pubblico che risponda ai bisogni collettivi, aiutando indirettamente chi vuole smembrarlo al fine di privatizzarlo, in nome dell’efficienza del mercato che, come dimostra l’esempio USA sulla sanità, è ideologia alimentata da interessi privati.
Infine, la domanda è: anzichè continuare a pensare solo all’immediato (compreso il proprio destino personal/familiare, di casta, di cricca, di clientela, etc.), è possibile essere un pò lungimiranti ed assumere il problema di quale futuro per il nostro Paese, per le prossime generazioni?
C’è da augurarsi che siano in tanti a raccogliere questa domanda; la speranza risiede nel fatto che, quando l’Italia sembra senza apparenti vie d’uscita, finora è sempre riuscita a trovare la forza per riemergere.
La storia italica insegna che quando ci troviamo nell’emergenza, stretti in angolo, diamo il meglio di noi; siamo i campioni mondiali del “salto ad ostacoli”.
Basterebbe non smentire la tradizione storica, piena di esempi: si va dal versante economico (la ricostruzione post-bellica ed il miracolo economico, l’ingresso nell’euro), fino a quello calcistico (il clima precedente le vittorie mondiali, nel 1982 in Spagna e nel 2006 in Germania).
L’urgenza di una risposta è imposta dai tempi, dalla situazione diffusa di disagio, frustrazione, insofferenza, disgregazione, altrimenti inarrestabile; proprio per questo deve essere tempestivamente affrontata per evitarne la degenerazione; perciò serve una “bussola” per orientarci sulla strada da seguire (la “CARTA D’INTENTI dei democratici e progressisti” è un buon inizio) nella prospettiva di quale società del benessere immaginiamo; un rinvio indeterminato “ai posteri l’ardua sentenza”, potrebbe essere troppo tardi.
(Flavio PELLIS – Segretario Generale AReS)Pochi, molto pochi hanno dato risalto alle conseguenze pesanti derivanti dal... more
-
-
La lezione fondamentale che si ricava della crisi ed i suoi effetti, è che non è possibile affidarsi a mercati incontrollati ed autoregolamentati, ma serve una risposta economica più razionale e lungimirante (vedi Documento del Pontificio Consiglio sul sistema finanziario); tralasciando approfondimenti su Eurolandia, restiamo alla nostra questione centrale: per uscire dal declino serve più crescita e più occupazione.
Tutti parlano di crescita, ma niente si dice circa le vere leve per la crescita; salvo discutere di regole, di aggiustamenti, che possono aiutare, ma restano strumenti; da soli non bastano.
Si cresce se aumenta la domanda interna (il 70% del PIL) che è fortemente influenzata dalle capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione (il 91% del gettito Irpef), ma anche dalla platea della domanda, quindi maggior occupazione, soprattutto stabile (non usiamo l’indice di disoccupazione, che è falsato perchè non tiene conto degli scoraggiati, dei NEET, etc., bensì usiamo un indice più corretto, cioè il tasso di occupazione, e scopriamo che da noi è al 56%, contro il 71% in Germania, il 69% in Gran Bretagna e Francia; così come la precarietà che non si risolverà mai, fintantochè i “contratti flessibili” costeranno molto meno del lavoro stabile, mentre andrebbe invertita la convenienza economica).
Quindi, non si può parlare di crescita se non si affrontano le DISEGUAGLIANZE nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI e nella RAREFAZIONE del LAVORO STABILE; la cui urgenza deriva dal fatto che un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea disgregazione sociale. Nella società della conoscenza, una maggiore eguaglianza non è solo un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza la domanda interna.
Questo è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita (vedi i 2 Nobel: Krugman, Stiglitz), ed è dimostrato dai 6 paesi europei a minor diseguaglianza (i 4 paesi scandinavi, Germania, Olanda) che hanno retto meglio degli altri nella crisi ed a più alto Pil procapite; paesi più uguali, paesi più ricchi. Se poi vediamo che ai primi posti al mondo per IDE c’è la Svezia, con quasi il 30%, che ha un Welfare tra i più ricchi e le minori diseguaglianze (il rapporto PIL/abitante è tra i più alti), si capisce come si muove il capitale nel mondo: nei paesi emergenti il costo del lavoro diventa decisivo per produzioni a basso contenuto di tecnologie facilmente replicabili, mentre nei paesi avanzati, sono determinanti i fattori di conoscenza e di elevata specializzazione della forza lavoro.
Perciò indico QUATTRO leve per la crescita, che ritengo principali; 2 prioritarie e 2 complementari:
1. Riequilibrio delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi; piuttosto che politiche di incrementi salariali (che avrebbero controindicazioni sui costi in una fase recessiva), privilegiare politiche fiscali redistributive a vantaggio dei redditi da lavoro e da pensione, utilizzando a tal fine i proventi derivanti dal recupero delle risorse occulte (evasione, corruzione, etc.), restituendo così potere d’acquisto a chi l’ha perso.
2. Politiche attive e di ripartizione del lavoro; il punto non è lavorare di più, bensì lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare più occupazione); per l’Ocse i paesi con maggiore produttività sono quelli con orari annui più corti (gli stessi con il più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari più lunghi sono a più bassa produttività (e a più basso tasso di occupazione). Quindi prima ancora del Kurzarbeit tedesco o della Annualisation des oraires francese (perchè impatterebbero entrambi con la difficile e complicata questione: riduzione orario con quanta parità di salario), privilegiare l’allargamento del part-time volontario (sull’esempio olandese che ha il più alto tasso di occupazione al mondo: 75%).
Inoltre ridestinare gli incentivi verso destinazioni mirate che diano più occupazione stabile, come i servizi che hanno alta incidenza occupazionale e sono composti per l’80% di laureati e diplomati.
3. Politiche industriali e di sostegno all’innovazione e ricerca; riprendere una seria politica industriale (scomparsa da oltre un decennio) verso settori produttivi ad alta crescita, nell’innovazione dei processi per aumentare la competitività, strutture formative e di ricerca adeguate, per mantenere i cervelli in Italia e per richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza, come hanno fatto Scandinavia, Germania, Francia, etc., che sono i nostri competitori, non Cina e India.
4. Incrementare la produttività con accordi di “partecipazione”; diffondere un sistema contrattuale di aumenti di produttività legata al salario, in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia il modello antagonista, sia quello subordinato, che sono entrambi, sia pur opposti, sbagliati e funzionali a conservare lo status-quo. Senza andare in Germania, anche da noi ci sono esempi virtuosi: Ferrero, Barilla, ABB, etc.
Le risorse? Non è vero che non ci sono, che la coperta è corta, etc., perché ci sono risorse occulte pari a ±170 mld/anno di evasione, ±70 mld/anno di corruzione, il sommerso al 17,5% del PIL, etc. Quindi reperiamole emulando il modello USA contro evasione e corruzione; si tratta solo di volerlo fare, è difficile ma non impossibile, adeguando i controlli incrociati e le normative, anche penali e soprattutto di confisca dei beni, con il vantaggio di scoprire e colpire la criminalità organizzata nella sua parte più sensibile: le fortune illecitamente accumulate; per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro le furbizie, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il malaffare, etc.
Inoltre, un’imposta straordinaria per 5 anni (se non strutturale) sui grandi patrimoni, cioè su quel 10% di famiglie che detiene il 48% della ricchezza nazionale (aumentando di 7 punti anche in questi anni di crisi). Un calcolo approssimativo: ad es. con lo 0,5% si avrebbero ben 24 mld di euro/anno, pari a 10.000 euro/medie/anno per ogni famiglia ricca, che non verrebbero impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, per il futuro dei loro come dei nostri figli. Non è una proposta scandalosa, a meno che non si pensi che c’è chi è esentato dai sacrifici che fanno tutti gli altri.
Concludendo: si cresce “pagando tutti per pagare meno” e “lavorando meno per lavorare tutti” (adattando vecchi slogan alla nuova realtà odierna); cioè la crescita (e maggiore occupazione) si realizza con politiche di riduzione delle diseguaglianze e di ripartizione del lavoro; rafforzando l’idea di un sistema capitalistico capace di coniugare libertà economica con solidarietà sociale, centrato sul benessere diffuso della comunità, alternativo all’egoistico arricchimento con qualsiasi mezzo a scapito degli altri, che è il fondamento teorico del neo-liberismo avido (che non è libertà ma sopraffazione, come dimostra la complicità con il totalitarismo cinese).
Per risalire la china e battere disaffezione e qualunquismo, altrimenti inarrestabili, servono idee, proposte concrete, e capacità di lottare (essere ragionevoli e responsabili non vuol dire essere arrendevoli) per ideali e valori riconducibili ad un “nuovo approccio culturale”, una nuova filosofia, una nuova (mi si passi il termine) IDEOLOGIA, una governance equa e solidale dell’economia, per un’Italia diversa, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno, un paese solidale che assicuri l’eguaglianza delle opportunità, prefiguri una società meno diseguale, per riattivare e rendere ancora possibile la mobilità sociale.
(Flavio Pellis - postato anche su: Il diario del lavoro, Koinè, Sindacalmente)La lezione fondamentale che si ricava della crisi ed i suoi effetti, è che non... more
-
-
La lezione fondamentale che si ricava della crisi ed i suoi effetti, è che non è possibile affidarsi a mercati incontrollati ed autoregolamentati, ma serve una risposta economica più razionale e lungimirante (vedi Documento del Pontificio Consiglio sul sistema finanziario); tralasciando approfondimenti su Eurolandia, restiamo alla nostra questione centrale: per uscire dal declino serve più crescita e più occupazione.
Tutti parlano di crescita, ma niente si dice circa le vere leve per la crescita; salvo discutere di regole, di aggiustamenti, che possono aiutare, ma restano strumenti; da soli non bastano.
Si cresce se aumenta la domanda interna (il 70% del PIL) che è fortemente influenzata dalle capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione (il 91% del gettito Irpef), ma anche dalla platea della domanda, quindi maggior occupazione, soprattutto stabile (non usiamo l’indice di disoccupazione, che è falsato perchè non tiene conto degli scoraggiati, dei NEET, etc., bensì usiamo un indice più corretto, cioè il tasso di occupazione, e scopriamo che da noi è al 56%, contro il 71% in Germania, il 69% in Gran Bretagna e Francia; così come la precarietà che non si risolverà mai, fintantochè i “contratti flessibili” costeranno molto meno del lavoro stabile, mentre andrebbe invertita la convenienza economica).
Quindi, non si può parlare di crescita se non si affrontano le DISEGUAGLIANZE nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI e nella RAREFAZIONE del LAVORO STABILE; la cui urgenza deriva dal fatto che un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea disgregazione sociale. Nella società della conoscenza, una maggiore eguaglianza non è solo un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza la domanda interna.
Questo è l'unico modo per ricreare le condizioni della crescita (vedi i 2 Nobel: Krugman, Stiglitz), ed è dimostrato dai 6 paesi europei a minor diseguaglianza (i 4 paesi scandinavi, Germania, Olanda) che hanno retto meglio degli altri nella crisi ed a più alto Pil procapite; paesi più uguali, paesi più ricchi. Se poi vediamo che ai primi posti al mondo per IDE c’è la Svezia, con quasi il 30%, che ha un Welfare tra i più ricchi e le minori diseguaglianze (il rapporto PIL/abitante è tra i più alti), si capisce come si muove il capitale nel mondo: nei paesi emergenti il costo del lavoro diventa decisivo per produzioni a basso contenuto di tecnologie facilmente replicabili, mentre nei paesi avanzati, sono determinanti i fattori di conoscenza e di elevata specializzazione della forza lavoro.
Perciò indico QUATTRO leve per la crescita, che ritengo principali; 2 prioritarie e 2 complementari:
1.Riequilibrio delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi; piuttosto che politiche di incrementi salariali (che avrebbero controindicazioni sui costi in una fase recessiva), privilegiare politiche fiscali redistributive a vantaggio dei redditi da lavoro e da pensione, utilizzando a tal fine i proventi derivanti dal recupero delle risorse occulte (evasione, corruzione, etc.), restituendo così potere d’acquisto a chi l’ha perso.
2.Politiche attive e di ripartizione del lavoro; il punto non è lavorare di più, bensì lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare più occupazione); per l’Ocse i paesi con maggiore produttività sono quelli con orari annui più corti (gli stessi con il più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari più lunghi sono a più bassa produttività (e a più basso tasso di occupazione). Quindi prima ancora del Kurzarbeit tedesco o della Annualisation des oraires francese (perchè impatterebbero entrambi con la difficile e complicata questione: riduzione orario con quanta parità di salario), privilegiare l’allargamento del part-time volontario (sull’esempio olandese che ha il più alto tasso di occupazione al mondo: 75%).
Inoltre ridestinare gli incentivi verso destinazioni mirate che diano più occupazione stabile, come i servizi che hanno alta incidenza occupazionale e sono composti per l’80% di laureati e diplomati.
3.Politiche industriali e di sostegno all’innovazione e ricerca; riprendere una seria politica industriale (scomparsa da oltre un decennio) verso settori produttivi ad alta crescita, nell’innovazione dei processi per aumentare la competitività, strutture formative e di ricerca adeguate, per mantenere i cervelli in Italia e per richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza, come hanno fatto Scandinavia, Germania, Francia, etc., che sono i nostri competitori, non Cina e India.
4.Incrementare la produttività con accordi di “partecipazione”; diffondere un sistema contrattuale di aumenti di produttività legata al salario, in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia il modello antagonista, sia quello subordinato, che sono entrambi, sia pur opposti, sbagliati e funzionali a conservare lo status-quo. Senza andare in Germania, anche da noi ci sono esempi virtuosi: Ferrero, Barilla, ABB, etc.
Le risorse? Non è vero che non ci sono, che la coperta è corta, etc., perché ci sono risorse occulte pari a ±170 mld/anno di evasione, ±70 mld/anno di corruzione, il sommerso al 17,5% del PIL, etc. Quindi reperiamole emulando il modello USA contro evasione e corruzione; si tratta solo di volerlo fare, è difficile ma non impossibile, adeguando i controlli incrociati e le normative, anche penali e soprattutto di confisca dei beni, con il vantaggio di scoprire e colpire la criminalità organizzata nella sua parte più sensibile: le fortune illecitamente accumulate; per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro le furbizie, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il malaffare, etc.
Inoltre, un’imposta straordinaria per 5 anni (se non strutturale) sui grandi patrimoni, cioè su quel 10% di famiglie che detiene il 48% della ricchezza nazionale (aumentando di 7 punti anche in questi anni di crisi). Un calcolo approssimativo: ad es. con lo 0,5% si avrebbero ben 24 mld di euro/anno, pari a 10.000 euro/medie/anno per ogni famiglia ricca, che non verrebbero impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, per il futuro dei loro come dei nostri figli. Non è una proposta scandalosa, a meno che non si pensi che c’è chi è esentato dai sacrifici che fanno tutti gli altri.
Concludendo: si cresce “pagando tutti per pagare meno” e “lavorando meno per lavorare tutti” (adattando vecchi slogan alla nuova realtà odierna); cioè la crescita (e maggiore occupazione) si realizza con politiche di riduzione delle diseguaglianze e di ripartizione del lavoro; rafforzando l’idea di un sistema capitalistico capace di coniugare libertà economica con solidarietà sociale, centrato sul benessere diffuso della comunità, alternativo all’egoistico arricchimento con qualsiasi mezzo a scapito degli altri, che è il fondamento teorico del neo-liberismo avido (che non è libertà ma sopraffazione, come dimostra la complicità con il totalitarismo cinese).
Per risalire la china e battere disaffezione e qualunquismo, altrimenti inarrestabili, servono idee, proposte concrete, e capacità di lottare (essere ragionevoli e responsabili non vuol dire essere arrendevoli) per ideali e valori riconducibili ad un “nuovo approccio culturale”, una nuova filosofia, una nuova (mi si passi il termine) IDEOLOGIA, una governance equa e solidale dell’economia, per un’Italia diversa, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno, un paese solidale che assicuri l’eguaglianza delle opportunità, prefiguri una società meno diseguale, per riattivare e rendere ancora possibile la mobilità sociale.
(Flavio Pellis - postato anche su: Koinè, Sindacalmente)La lezione fondamentale che si ricava della crisi ed i suoi effetti, è che non... more
-