“In prigione tutto è semplice: ci sono delle regole e...
Furto d’auto, spaccio, conflitto a fuoco tra bande di...
Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 23 Giugno alle...
Un corpo oramai logoro, senza più tratti né identità....
LE INCHIESTE INTERNAZIONALI DI VANGUARD
Il VANGUARD Internazionale va in onda ogni MARTEDI' alle 23:00 su Current: canale 130 di SKY.
COS'E' VANGUARD?
Vanguard è la serie che incarna un nuovo modo di fare giornalismo che stravolge con successo la metodologia classica dell’inchiesta. Il team dei Vanguard è composto da giovani, intelligenti ed intrepidi reporter di ogni nazionalità che, partendo dall’headquarter di Los Angeles, di missione in missione indagano sulle più importanti questioni del nostro tempo.
I Vanguard Journalist non si limitano a raccontare le storie, le vivono.
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 16 Giugno alle 23:00 su Current.
Migliaia di detenuti vengono rilasciati con la speranza che con la 'riabilatazione' non ritornino in carcere. Ma la vita per un ex-carcerato e' di tentazioni criminali.Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 16 Giugno alle 23:00 su Current.
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Centinaia di stabilimenti abbandonati e decine di ragazze ex operaie del settore tessile sulla soglia dei bordelli illegali sono i nuovi numeri dell’economia dell’Isola di Saipan. Un crollo verticale rispetto alla crescita economica che la capitale delle Isole Marianne ha vissuto fino ai primi anni del nuovo millennio. Dalla fine degli anni ’80 infatti sull’isola si è andato sviluppando uno dei poli dell’industria tessile più fruttuosi al mondo. Grandi firme della moda internazionale hanno investito sull’isola a ovest dell’Oceano Pacifico dove stuoli di immigrati cinesi garantivano ai maglifici locali competitività e prosperità.
Sull’isola di Saipan ancora oggi proliferano immigrati cinesi disposti a lavorare per la retribuzione minima sindacale prevista dalle normative USA. In migliaia non hanno trovato una nuova occupazione all'indomani della chiusura delle fabbriche tessili nel 2005. Qual è stato dunque l’intoppo di un business in origine tanto redditizio e solido? Evidentemente la risposta va ricercata nella globalizzazione. La zona di libero mercato degli Sati Uniti e del Canada in cui Saipan rientra insieme con le Isole Marianne Settentrionali ha ceduto alla pressione di nuovi mercati e nuovi competitor. Improvvisamente i 3,5 dollari l’ora guadagnati dagli immigrati cinesi di Saipan rispetto alla media di 5,5 dollari l’ora degli operai statuntensi hanno perso il loro appeal agli occhi degli investitori internazionali.
Nel 2005 infatti l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha aperto le frontiere della zona di libero scambio della’America del Nord ai prodotti provenienti dall’esterno, garantendo equo trattamento doganale anche ai prodotti realizzati con un lavoro sottopagato rispetto al salario minimo sindacale degli Stati Uniti. Una rivoluzione economica insomma, anche se non certamente culturale – se è vero che le rivoluzioni segnano una rottura in positivo con il passato. Il World Trade Organisation ha di fatto legittimato lo sfruttamento del lavoro in nome del libero mercato e della libera concorrenza. Ovviamente l’industria tessile cinese made in China è risultata il player più competitivo nel mercato su scala internazionale. Sul campo di battaglia è perita l’industria tessile di Saipan.
Nell’odierno “villaggio globale” infatti non solo gli uomini comunicano e si mischiano fino a dare vita al cosiddetto meticcio, ma anche i mercati si cofrontano e si misurano. Il punto è che il metro di misura dei diversi modelli di business è il profitto. E il profitto - si sa - non è un concetto astratto su cui filosofeggiare, ma è il risultato di precisi calcoli matematici. Tramonta la figura dell’imprenditore locale che investe nel suo territorio creando posti di lavoro e benssere a livello locale. Invece le multinazionali assumono atteggiamenti apolidi.
Comunque gli imprenditori delle Isole Marionne Settentrionali, a partire dal 2004, hanno chiesto al Governo di Washington un piano di aiuti economici per far fronte all’ingresso nel 2005 di nuovi attori concorrenti. Ma dalla Casa Bianca non è pervenuta alcuna risposta. Da allora fino al 2009 sull’isola di Saipan si è assitito a migliaia di licenziamenti ed alla chiusura di centinaia di azienda. Sull’isola di Saipan oggi, tra i capannoni abbandonati, si odono timidi i rumori delle machine da cucire e degli altri attrezzi da lavoro; provengono dall’unica fabbrica ancora in funzione sull’isola.Centinaia di stabilimenti abbandonati e decine di ragazze ex operaie del settore tessile sulla soglia dei bordelli illegali sono i... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedi 9 Giugno alle 23:00.
Un'inchiesta di Kaj Larsen e Christof Putzel nella Somalia dilaniata dalla guerra. Migliaia di somali cercano di scappare su imbarcazioni di fortuna attraversando il pericoloso Golfo di Aden. Molti di essi non arrivano vivi a destinazione e quelli che ci riescono affrontano un futuro di incertezza nel vasto deserto dello Yemen.Vanguard Internazionale: In Onda Martedi 9 Giugno alle 23:00.
Un'inchiesta di Kaj Larsen e Christof Putzel nella Somalia... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 2 Giugno alle 23:00 su Current.
Dopo uno sviluppo economico dovuto ai meccanismi della Globalizzazione quali sono le cause di questa crisi economica globale?Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 2 Giugno alle 23:00 su Current.
Dopo uno sviluppo economico dovuto ai meccanismi... more
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A quasi cinquant’anni dai primi provvedimenti legislativi sulla circolazione delle armi, negli Stati Uniti l’idea dell’arma come strumento necessario per la difesa personale non ha perso terreno dinanzi alla nuova struttura della società o, meglio, dell’amministrazione della sicurezza. Infatti oltre alle forze dell’ordine circa una famiglia su due possiede un’arma in casa. Dviene difficile anche tracciare un identikit degli strenui sostenitori del porto d’armi. Repubblicani o democratici, di uno stato del sud o del nord. D’altronde la percezione dell’arma come strumento di difesa all’interno della società civile vive innanzitutto dell’accessibilità per ogni singolo cittadino al mercato delle armi. Basta aprire un conto corrente in banca per ricevere in regalo un fucile.
Eppure il 50 percento degli omicidi registrati negli Stati Uniti vengono eseguiti con armi da fuoco. Un particolare che fino ad oggi non ha portato la società americana ad un serio ripensamento sul proprio sistema di sicurezza. Un dato che assume toni ancora più drammatici se si considera che nel 95 percento dei casi di omicidi con arma da fuoco è la criminalità organzzata a premere il grilletto.
Dunque oltre al paradossale binomio insito nel rapporto tra armi e sicurezza, la grande diffusione delle armi rivela in secondo luogo un’altra grande falla: il mercato illegale delle armi a servizio delle organizzazioni criminali. Non capita di rado infatti che i piccoli criminali acquistino pistole e fucili da cittadini incensurati con regolare porto d’armi. A Camden, nel New Jersey, una delle città con più alto tasso di infiltrazione criminale, la polizia mette in campo veri e propri eserciti per fronteggiare piccoli delinquenti generalmente muniti di grandi arsenali.
Ma il commercio illegale delle armi non si ferma alla compra-vendita tra cittadini presta nome e criminali agli esordi. Purtroppo i gruppi criminali organizzati godono del supporto della stessa industria bellica. I narcotrafficanti messicani vantano di armamenti corredati di armi da guerra, comprese le bombe a mano. Ovviamente il governo di Washigton fa quadrato con industria bellica, criminalità organizzata e banche. Infatti l’amministratinoe di Dowing Street ha sempre difeso a spada tratta gli interessi delle lobby dell’industria delle armi anche in occasione di campagne internazionali contro il commercio d’armi con eco globale. Quando nel 2006 Amnesty International, Oxfam International e Iansa (Rete internazionale d'azione sulle armi leggere) hanno sottoposto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la stesura di un trattato internazionale sul commercio delle armi per bloccare il trasferimento delle armi nelle aree di conflitto gli Stati Uniti hanno votato contro.
Un atto dovuto quello compiuto dalla vecchia amministrazione Bush già in cattive acque con la National Rifle Association per via della sottrazione di grandi appezzamenti di terra alla caccia libera utilizzati per impianti di gas e raffinerie. L’industria del “ferro” non ha perso dunque posizioni nella top ten delle lobby a stelle e strisce. Washington continua a fare grandi affari attraverso la vendita di armi nei paesi in guerra. Dall’Afganistan ad Israele, dalla Somalia al Sudan fino alla Serbia. Gli Stati Uniti esportano la propria tecnologia bellica in varie parti del mondo grazie alla cooperazione della banche del paese ed estere.
Dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianaca ad oggi non si è registrato alcun cambio di rotta degli States verso una politica di demilitarizzazione dell’economia nazionale in primis e della società in secondo luogo. Tocca oggi ad Obama esplorare la terra di mezzo tra gli interessi dell’industria bellica e la tutela della vita stessa.A quasi cinquant’anni dai primi provvedimenti legislativi sulla circolazione delle armi, negli Stati Uniti l’idea... more
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Una nazione armata fino ai denti dove una famiglia su due ha un’arma sotto il letto o – per i più prudenti – chiusa in un armadio. Si tratta degli Stati Uniti in cui il secondo emendamento alla Costituzione riconosce il porto d’armi come un diritto dei cittadini alla propria sicurezza.
Un paradosso se si considera che le armi uccidono più di 80 persone al giorno negli USA. Capita troppo spesso infatti di assistere a stragi compiute da liceali che aprono il fuoco sui loro compagni di scuola con la Beretta del padre lasciata incustodita in casa.
Proprio su questo piano si infiamma la disputa tra chi vorrebbe limitare la detenzione di armi ai privati e chi sostiene, al contrario, che tutti i cittadani americani ne dovrebbero possedere una. Tra questi molti sono convinti che se gli studenti della Colombine avessero avuto con sé un’arma avrebbero potuto salvarsi.
Sembra quindi un dettaglio per gli statunitensi garantisti che circa il 74 percento dei 200 milioni di armi in circolazione nel Paese finiscano nelle mani sbagliate. Un dato che si perde sotto la pioggia di piombo che ogni giorno cade nei poligoni delle diverse contee. Per molti uomini l’hobby delle armi è una passione da tramandare da padre in figlio. Non solo la caccia ma anche il poligono è uno sport molto in voga negli Stati Uniti.
Sono tante le famiglie che partecipano compatte al Festival di Knob Creek, in Kentucky. Un evento per cui si registrano liste di attesa fino a quindici anni. Quello che un tempo era il poligono della Marina Militare oggi è la patria degli amatori delle armi. Ogni anno al festival affluiscono in circa 15 mila. 100 dollari per circa 25 colpi calibro 50. C’è una vasta gamma a disposizione di armi automatiche, dalla M-16 in grado di sparare dagli 800 ai 900 colpi al minuto alla 249 in dotazione alle truppe US in Iraq ed in Afganistan. E non manca il lancia-fiamme alimentato al napalm, arma usata per costringere i nemici ad abbandonare il campo.
Uomini che guidano i mitragliatori come fossero aeroplani. Ricostruzioni di percorsi di guerra nella foresta. Giocare a fare-la-guerra è dunque l’hobby di centinaia di famiglie. Il far west del terzo millennio ricostruito ad hoc per gli amanti delle armi.
Un settore importante del festival di Knob Creek è la fiera. Qui si trovano gli ultimi ritrivati della tecnologia bellica ed allo stesso tempo cimeli della Seconda Guerra Mondiale Vietnam o della Guerra in Vietnam.
Un’importante passerella per l’industria delle armi che negli Stati Uniti rappresenta una colonna portante dell’economia nazionale. Qualsiasi parte politica candidata deve intrattenere buoni rapporti con l’Associazione Nazionale degli Armatori, NRA. Pena la sconfitta elettorale.
E’ questa una misura importante dell’influenza esercitata dalle lobby di armatori sulla società americana. Da qui potrebbe partire la lunga riflessione sulla percezione negli Stati Uniti delle armi come strumento di difesa personale. In questa ottica la maggior parte degli americani si battono per l’abolizione delle restrizioni sul porto d’armi. Oggi la detenzione di armi illegale comporta una multa di 250 mila dollari e 20 anni di carcere. Probabilmente l’ultima frontiera di questa lunga battaglia per la tutela del proprio diritto alla difesa è l’abolizione dello stesso porto d’armi.Una nazione armata fino ai denti dove una famiglia su due ha un’arma sotto il letto o – per i più prudenti... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 19 Maggio alle 23:00 su Current.
In molte nazioni occidentali si dibatte spesso sul controllo delle armi possedute dai cittadini, un argomento collegato al diffondersi della criminalita' percepita e a quello della legittima difesa. Un reportage dalla fiera delle armi di Knob Creek fino alla citta' piu' pericolosa d'America.Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 19 Maggio alle 23:00 su Current.
In molte nazioni occidentali si dibatte spesso... more
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Celle di isolamento nel campo X-Ray e gabbie di filo spinato nel bel mezzo degli ampi “cortili” del carcere di massima sicurezza nella base navale statunitense sulla Baia di Guantanamo. E ancora: water boarding, percosse, umiliazioni tra le tecniche di interrogatorio. Si tratta di terroristi o presunti tali, catturati in maggior parte dalle forze americane nel corso dell’operazione Enduring Freedom all’indomani dell’11 settembre.
Le condizioni al limite del rispetto per la dignità umana in primis e per il prigioniero di guerra in secondo luogo sono la risposta degli Stati Uniti alla minaccia del terrorismo internazionale. Le carceri speciali istituite in nome della “Lotta al terrore” come il circondario di Guantanamo Bay divengono il paradigma del rapporto di froza tra Stati Uniti e chi ha osato sfidare la grande potenza.
Non vengono formulati i capi di imputazione contro i detenuti di Guantanamo. Il sospetto di affiliazione a gruppi terroristici rimane l’unica forma di accusa mossa dal Pentagono verso i circa 800 uomini passati dal 2001 al 2008 nel circondario a sud dell’isola di Cuba. Una sorta di terra di nessuno in cui i detenuti non vengono riconosciuti come prigionieri di guerra – secondo quanto stabilito dalla convenzione di Ginevra – ma come nemici combattenti.
Una categorizzazione inedita che lascia ampi spazi di manovra a Washington sul trattamento dei soggetti rinchiusi nella baia. Tecniche di interrogatorio coercitive, torture e minacce fisiche. Tuttavia le immagini di corpi nudi ammassati attorniati da cani lupo al guinzaglio dei soldati con stemma a stelle e a strisce ad Abu Grahib non trovano eco nel materiale “fuoriuscito” dal carcere di Guantanamo. Ma tanti ex detenuti testimoniano di aver subito pesanti torture.
Percosse, minacce fisiche e lunghi periodi in celle di isolamento. Ecco con quali tecniche il Pentagono cerca di recuperare informazioni sulla rete del terrorismo internazionale. Riscaldamento nelle celle a cielo aperto con maglia di filo spinato per i detenuti disobbedienti in tuta arancione; fino al “water boarding”, la simulazione di annegamento utilizzata dagli agenti per “indurre” l’interrogato a fornire informazioni.
Ma la sottile linea di confine tra tecniche di “interrogatorio estremo” per sventare attacchi imminenti e torture diviene improvvisamente il perimetro di demarcazione tra legittimità di azione in nome della sicurezza e reato per violazione dei diritti dei nemici combattenti.
La Cia ha redatto un manuale, Kubark Counterintelligence Interrogation, con cui l’amministrazione Bush definisce le tecniche di interrogatorio ai nemici combattenti. Il manuale contiene anche le immagini della famigerata tecnica di “water boarding”. A tal proposito l’American Civil Liberties Union chiede la pubblicazione delle foto scattate tra il 2001 ed il 2006nel carcere in nome del Freedom of Information Act. Il documento della Cia porta anche la firma di alcuni membri del Dipartimento di Giustizia, della Marina e della Casa Bianca.
Uno scandalo per la democrazia statunitense ed un’onta che travolge l’intero entourage repubblicano di Bush Junior. Ma la notizia giunge all’indomani del provvedimento del nuovo presidente USA Obama sulla chiusura di Guantanamo. Un fattore che potrebbe dare un’accelerazione al moto costante verso l’archiviazione e l’oblio di questa pagina della storia americana.
D’altronde l’archiviazione del caso non gioverebbe solo ai falchi americani ma anche alla maggioranza democratica che si è impegnata per la chiusura del carcere di Guantanamo entro la fine del 2009. Infatti a circa quattro mesi dall’impegno assunto da Obama Gitmo continua a far parlare di sé: il detenuto Mohammad el Gharani è riuscito a mettersi in contatto con l’emittente tv AlJazeera dal carcere. Durante la telefonata si odono i rumori di percosse!
Inoltre l’ammministrazione di Obama al margine dei suoi annunci sulla chiusura di Guantanamo fa cerchio intorno alle altre carceri di massima sicurezza.Celle di isolamento nel campo X-Ray e gabbie di filo spinato nel bel mezzo degli ampi “cortili” del carcere di massima... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 12 Maggio alle 23:00 su Curret.
In molte nazioni occidentali si dibatte spesso sul controllo delle armi possedute dai cittadini, un argomento collegato al diffondersi della criminalita' percepita e a quello della legittima difesa. Un reportage dalla fiera delle armi di Knob Creek fino alla citta' piu' pericolosa d'AmericaVanguard Internazionale: In Onda Martedì 12 Maggio alle 23:00 su Curret.
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“Una cooperazione senza condizioni”. Ecco quale è stata la formula magica con cui il Governo di Pechino ha convinto il presidente Josè Eduardo dos Santos ad aprire le frontere all’esercito dei lavoratori cinesi.
Dopo quattro secoli di colonialismo portoghese, nel 1975 gli angolani hanno assaporato la conquista della loro indipendenza attraverso il gusto amaro delle divisioni interne tra il blocco in difesa dell’autonomia nazionale ed il blocco filo-occidentale. Il partito del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola con a capo dos Santos ha tenuto testa al partito UNITA sostenuto dagli Stati Uniti per gli oltre 25 anni di guerra civile. Solo i programmi di cooperazione delle Nazioni Unite nei primi anni Novanta hanno ottenuto il via libera da parte del Presidente. Ma i programmi di aiuto internazionale non sono mai partiti per mancanza di fondi.
Laddove la cooperazione ha fallito nei suoi buoni propositi e l’Occidente ha cercato di conquistare politacamente ed economicamente uno spazio di territorio da poco tempo resistuito a se stesso solo i cinesi sono riusciti ad ottenere in tempi brevi il visto per importare ed esportare materie prime in Angola.
A metà anni Novanta Pechino ha offerto al Governo di Luanda ampi finanziamenti agevolati in cambio di greggio. Probabilmente vale la pena specificare che l’Angola ha giacimenti di petrolio tanto vasti da garantire l’estrazione di circa 2 milioni di barili al giorno superando la media dei paesi OPEC.
La Cina ha concesso al paese sahariano finanziamenti da circa 2 miliardi di dollari. Il paese asiatico ha inoltre messo i suoi infaticabili lavoratori a disposizione dell’Angola per la ricostruzione del paese dopo la fine nel 2002 della sanguinosa guerra civile. Nei cantieri sparsi lungo il territorio angolano si incontrano solo lavoratori con carnagione chiara ed occhi a mandorla. Maestranze cinesi e materiali cinesi impiegati nella realizzazione delle linee ferroviarie, delle scuole, degli ospedali e delle maggiori infrastrutture del paese.
Gli operai cinesi in Angola lavorano a ritmi più serrati rispetto al livello standard della madrepatria. Un accanimento che rivela una scarsa socializzazione con il luogo che li ospita. Sono tante le Chinatown sorte accanto ai cantieri nei villaggi angolani quasi a rimarcare i confini delle roccaforti del nuovo colonialismo.
Molti angolani infatti risultano contrariati da questa graduale invasione di campo cinese. Le grandi opere "made in Chinatown - Africa” sono sì finanziate dal Governo di Pechino ma si tratta di finanziamenti non a fondo perduto. In cambio dei tassi agevolati la Cina è divenuto il primo importatore di petrolio del paese.
Gli angolani temono quindi che tale forma di cooperazione riveli presto le sembianze del neo-colonialismo. Solo pochi angolani vengono impiegati nei cantieri delle “Chinatown” presenti sul territorio e sempre con mansioni di basso livello e paga altrettanto scarsa.
Ma il presidente dos Santos continua a dirsi convinto del contrario: l’attuale modello di cooperazione risulta vincente sia per la Cina sia per l’Angola. Tale modello - secondo dos Santos – potrebbe aprire la strada a quei paesi dell’Occidente fino ad oggi troppo irrigiditi nei loro panni di moralisti rispetto ad un paese noto per l’alto tasso di corruzione agli alti piani dei palazzi.
Ma la Cina, in questo senso, non ha mai avuto alcunché da obiettare. Una cooperazione “senza condizione” è dunque il leitmotif a sigillo degli accordi tra il Governo di Luanda ed il Governo di Pechino.“Una cooperazione senza condizioni”. Ecco quale è stata la formula magica con cui il Governo di Pechino ha... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 5 Maggio alle 23:00 su Current.
Mentre le famiglie delle vittime dell'11 Settembre chiedono che Guantamo resti aperta, il presidente Obama e molti cittadini credono che Guantanamo sia un fallimento. Dall'interno di Guantanamo tutto quello che avreste voluto sapere sulla prigione piu' controversa del mondo.Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 5 Maggio alle 23:00 su Current.
Mentre le famiglie delle vittime dell'11... more
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Lauren e Tayler hanno deciso di partire alla scoperta della grande America. Un tour “coast to coast” in autobus che li porterà da Los Angeles fino a New York attraverso le “americhe” della grande crisi di inizio millennio.
Lauren e Tayler partono una sera di “mezzaestate” del 2008. Lauren è molto emozionata e continua a girare su se setssa mentre Tayler inizia a giocare con la telecamera. Un ragazzo in fila con loro per l’autobus diretto a Houston, Texas, confessa in camera che il lato più duro dei viaggi “on the road” sono i bagni pubblici sui pullman e negli autogrill. Come Lauren e Taylor anche Ilaias Kessie e Danny stanno compiendo il loro primo coast to coast.
Dopo 1546 miglia e 28 ore di viaggio Lauren e Tylaor giungono a Houston. La prima tappa è dalla loro amica Candy. La raggiungono nel bar dove lavora. Candy vorrebbe fare domanda per la scuola di medicina ma nel frattempo non ha soldi a sufficienza neanche per pagarsi un’assicurazione sanitaria. Ma a Houston il 70 percento della popolazione non ha un’assicurazione sanitaria.
Ma alla Sanità non garantita del sistema liberalista a stelle e strisce va aggiunta la scarsa tutela per l’ambiente e gli impatti dell’inquinamento sulla stessa salute. Lauren e Taylor, a 98,7 miglia a sud di Houston, incontrano a Porth Arthur Hilton. Hilton racconta del deterioramento ambientale della città per via dell’industria. Hilton accompagna i due viaggiatori nella sede di uno dei comitati popolari che combattono per rendere Houston una città nuovamente vivibile.
A New Orleans, i tre compagni californiani incontrati sull’autobus per Houston raggiungono Lauren e Taylor per salutarli. Kessie dice che a fine viaggio si arruolerà nei Marines. Kessie è distante centinaia di migliaia di miglia dall’Iraq, lì dove sono dispiegate le forze US.
Ma proprio a Caldedonia, Missisipi, Lauren e Taylor incontrano il padre di Brian Freeman rimasto ucciso in Iraq. Il signor Freeman ha fatto erigere un monumento in memoria di Brian e di tutti i soldati che hanno combattuto per la patria. Il signor Freeman non ha smesso di credere nell’importanza della bandiera.
Ottimismo scevro di echi nazionalistiche trasmette invece George dinanzi alla sua azienda agricoltura poco lontano dal centro di St.Louise, in Missouri. St. Louise è una città interamente costruita in cemento a servizio di un più rapido sviluppo ed industrializzazione. E la fattoria di George assume le sembianze di un’oasi verde all’interno di una giungla di cemento.
Anche Ben ha deciso di rimanere a Toledo per tirare su la sua città dal baratro in cui è precipitata con il crollo del mercato automobilistico. “Se ieri c’era l’auto oggi l’industria vive di fotovoltaico”. Stessa sorte è toccata a Detroit, la capitale dell’industria dell’auto. Ma i tre amici John, John e John di Detroit non vogliono parlare con Lauren di crisi e raccontano dinanzi alla telecamera della sfilata di macchine vintage in occasione del Dream Cruise.
Ma l’America dei neocon rivela la sua fragilità anche attraverso il soldato John che ha disertato la guerra in Iraq e sta per consegnarsi “Preferisco 5 anni di prigione piuttosto che combattere une guerra in cui non credo”.
E il bicchiere mezzo pieno è anche la prospettiva con cui gli studenti dell’Università di Brera guardano verso il futuro. I giovani non pagano la retta lavorando all’interno delle strutture del campus e delle facoltà. Un esempio di economia creativa in un paese dove invece gli studi universitari comportano un debito di circa 20 mila dollari l’anno.
Lauren e Taylor dopo aver salutato Nina del Brera Collage prendono l’autobus per New York City. Ultima corsa per i due “trotter” che lungo la strada percorsa hanno raccolto i tanti pezzi di quel puzzle chiamato “Stati Uniti”. Uomini e donne che lavorano in vista di un cambiamento che restituisca al sogno americano i tratti di una democrazia non necessariamente legata ad uno sfacciato liberismo.Lauren e Tayler hanno deciso di partire alla scoperta della grande America. Un tour “coast to coast” in autobus che... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 28 Aprile alle 23:00 su Current. I cinesi stanno investendo in diversi paesi africani in cambio di materie prime come il petrolio. Non per tutti questa e' un'opportunita': spesso i cinesi non permettono agli africani di lavorare e per altri il livello di corruzione e' troppo elevato per assicurare lo sviluppo.Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 28 Aprile alle 23:00 su Current. I cinesi stanno investendo in diversi paesi... more
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Un viaggio dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti a bordo di un autobus. Punto di partenza Los Angeles e stazione di arrivo New York City. Il cosiddetto “coast to coast” in cui si avventurano migliaia di americani ogni anno alla scoperta dei propri fratelli sparsi per i 50 stati del paese.
Un viaggio “on the road” che diviene anche la perfetta angolatura di una telecamera che raccoglie gli sguardi e le voci incontrati lungo il percorso. Su un autobus di provincia non si incrociano manager di Manhattan City e tanto meno lo sceriffo texano che fa affari con la società petrolifera quotata a Wall Street. Nei garage degli autobus si fa la fila gomito a gomito con chi parte per tentare la fortuna o con chi ha smesso di credere nella fortuna e ha rinunciato alla folle corsa contro il tempo.
I mille volti degli Stati Uniti e dell’elettorato di Obama. I punti in comune molto spesso cedono il posto ai particolarismi regionali. Eppure in tutti gli Stati Uniti sugli autobus come al bancone di bar si parla di crisi. Houston, Texas, è nota per la bassa percentuale di assicurazioni sanitarie così come Detroit, Michigan, è l’emblema della crisi del settore auto.
Houston si presta bene come prima tappa di un viaggio d’inchiesta. Basta sedersi al bancone di un bar per sentir parlare di crisi economica. Nella città texana sembra che la gente abbia deciso di sacrificare sull’altare della grande crisi di inizio millennio la propria salute. In un paese dove l’assistenza sanitaria non è riconosciuta come diritto ma come servizio soggetto alle dinamiche del mercato, l’assicurazione sanitaria è tra le prime spese tagliate dai cittadini. Solo il 30% dei cittadini di Houston hanno un’assicurazione sanitaria.
Poco più a sud del Texas, a Port Arthur, non è difficile per un viaggiatore ritrovarsi coinvolto in discussioni su grandi temi quali economia ed ambiente. La gente di Port Arthur infatti sono particolarmente sensibili al deterioramento ambientale provocato dal progresso industriale. Agenti chimici che avvertono della loro presenza attraverso la cappa ed il maleodore persistenti sui quartieri della città. Qualcuno sussurra “E’ l’odore dei soldi” ma la maggior parte dei cittadini si ribella alla ragione del mercato e si organizza in comitati per difendere il diritto alla salute.
A St.Louis si continua a sentir parlare di ambiente. Ma in questa città dello stato del Missouri gli americani riflettono sulla speculazione edilizia urbana ed oggi tentano di restituire dignità alla città fortemente industrializzata attraverso progetti di risanamento urbano. Come a St.Louis anche a Detroit, in Michigan, e Toledo, in Ohio, la crisi non ha falciato alla radice l’ottimismo americano. A Detroit si festeggia la sfilata delle macchine d’epoca vintage in piena crisi del settore auto. A Toledo stanno tentando di convertire la propria industria automobilistica in produzione di energie rinnovabili come il fotovoltaico.
Da est a ovest, dalle piccole realtà di provincia alle grandi città industriali, l’America non smette di lottare. La stessa middle class, spesso vittima predestinata delle grandi manovre governative, come la privatizzazione dell’istruzione e della sanità, come i tagli aziendali e le misure di salvataggio a scapito dei contribuenti, continua a sperare.
Tante discussione sulla recessione ed il crollo del mercato ma è capito altrettanto spesso per strada di incontrare un altro grande tema, molto importante per gli americani. L’Iraq, la guerra ed il sangue versato non solo degli statunitensi ma anche degli iracheni. Sono in tanti i ragazzi che disertano e raccontano su un autobus al loro fortuito compagno di viaggio “Mi sono reso conto che stavo combattendo una guerra in cui non credevo”.
Tanti personaggi ognuno con una propria autonomia di racconto.Un viaggio dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti a bordo di un autobus. Punto di partenza Los Angeles e stazione di... more
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Vanguard Internazionale: In Onda Martedì 21 Aprile alle 23:00 su Current.
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Si chiama Repliee Q1 ed è il primo robot umanoide della storia presentato dall’Università di Osaka nel 2005. Una donna bella, intelligente e molto elegante. Un esperimento riuscito che i giapponesi hanno riproposto con la nascita di Repliee R1, la bimba di 5 anni animata da 50 sensori ricoperti da uno strato di silicone rosa. Repliee R1 è stata messa al mondo con uno scopo preciso: assistere anziani e disabili. E a fine marzo 2009 Hrp-4C, l’ultimo ritrovato della scienza androide giapponese, sfila sulla passerella nel corso di una sfilata di moda a Tokyo. Ed entro il 2020 – dichiara l’Agenzia Spaziale Giapponese - il primo uomo robot made in Japan sbarcherà sulla Luna.
I giapponesi festeggiano ad ogni traguardo raggiunto dalla robotica nazionale. Non sembra temano minimamente l’invasione degli umanoidi nella loro esistenza. Addirittura lo scienziato Yroshi Yshiburo ha utilizzato un insieme di software e sensori e ciocche dei suoi capelli per realizzare un suo clone. Yshiburo mostra il suo alterego come un trofeo dell’ubiquità.
Infatti gli umanoidi nella società nipponica sono percepiti come veri surrrogati dell’uomo. Secondo i laboratori di ricerca giapponesi, presto i robot sostituiranno l’uomo nella maggior parte delle sue mansioni ovviando così al problema delle risorse umane.
Certamente non è facile per il mondo-non-nipponico immaginare che manchi manodopera tanto da dover costruire umanoidi. Ma per il Giappone oggi plotoni di robot che vadano ad incrementare le risorse umane è una priorità. Il Paese del Sol Levante sta invecchiando molto rapidamente ed entro la fine del secolo la popolazione nipponica si ridurrà di circa un terzo.
Il Giappone dunque non produce più karakuri ningyo per far divertire bambini annoiati ma produce umanoidi per garantire alla nazione la sopravvivenza alla mancaza di uomini in carne ed ossa. L’arte della robotica come forma mentis di un popolo oramai abituato a pensare l’uomo come una macchina da lavoro e la macchina come rimpiazzo dell’uomo anche nel privato.
Non a caso molti ragazzi e molte ragazze con occhi a mandorla oggi preferiscono la masturbazione con dispositivi sempre più efficienti al rapporto sessuale con un partner. Il giapponese medio del terzo millennio è troppo occupato per coltivare relazioni umane e sociali. In particolare le donne preferiscono la carriera alla famiglia con conseguenze disastrose su tasso demografico nel paese.
Al tasso di natalità pari a zero si somma il rifiuto del popolo nipponico verso gli stranieri. Ecco perché oggi il Giappone punta sugli umanoidi. Ad un passo dalla crisi senile, il Paese del Sol Levante “confida” nell’intelligenza e nello zelo dei suoi figli robot per accudire anziani, disabili ma anche per curare malati, insegnare e lavorare in fabbrica.
Saranno i laboratori di ricerca di Sony Corporation, Honda, Toyota e Toshiba a dare alla luce i figli del Giappone del terzo millennio.Si chiama Repliee Q1 ed è il primo robot umanoide della storia presentato dall’Università di Osaka nel 2005.... more
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